Budapest: Il Tristan und Isolde liquido di Cesare Lievi

Non è un caso che Tristan und Isolde sia stata concepita e quasi interamente composta a Venezia: l’acqua ne è elemento fondante ed imprescindibile, presenza costante in un dramma familiare, che potremmo dire concluso fra mura domestiche  e che, come nei drammi di Ibsen, assurge a tragedia universale.

Cesare Lievi, che firma l’ allestimento inaugurale dei Budapesti Wagner napok 2018, coglie perfettamente il significato profondo e imprescindibile della pagina ponendo il mare, che unisce per poi dividere e riunire infine in un ultimo disperato amplesso i due amanti, come coprotagonista senza tuttavia mai perdere il filo di una narrazione intima e introspettiva.

Lievi è poeta e filosofo oltre che regista ed ha perfettamente chiaro che il Liebestrank, il filtro d’amore, è un pretesto e non il mezzo, un catalizzatore che porta l’inconscio alla luce passando per la lucida “complicità” di Brangäne. I due amanti non lo sono loro malgrado, neppure per un momento; la coscienza intesa come consapevolezza, inutilmente negata,  non può che divampare fino ad un’unione eterna che deve passare necessariamente per un processo distruttivo consacrandosi infine all’eternità.

Il regista sceglie dunque un gesto scenico rarefatto, che va per accenni, lasciando intuire senza esplicitare del tutto, consacrando l’azione a slanci trattenuti e a sguardi intensi.

Lo spazio scenico immaginato da Maurizio Balò trova perfetta fusione con il dettato registico, ponendone ulteriormente in luce la dimensione raccolta, ispirandosi per colori e forme ai tessuti di  Mariano Fortuny. L’intimità dell’azione è sottolineata da un immenso divano viola che nel primo atto è integro e ricorda la poppa di una nave, mentre nel secondo atto è sghembo e sospeso a sottolineare la precarietà della situazione. Nel terzo atto del divano non resta che lo scheletro disfatto e ferrigno.

Il resto lo fanno gli straordinari video di Luca Attili e Fabio Iaquone ove il mare, in superficie e in profondità, è il Leitmotiv che rimarca l’evolversi e il precipitare di tutto; solo nel terzo atto l’acqua lascia il posto a una landa brulla,  un fondale marino, nella quale alberi spogli levano i loro rami stecchiti e battuti dalle correnti verso un sole algido per tornare solo brevemente, all’arrivo di Isolde a Karëol, torbida e indefinita. La proiezione finale rivela il significato delle due grandi apliques poste ai lati dello schermo di fondo: esse illuminano una lapide marmorea con il nomi Tristan e Isolde incisi a lettere d’oro; la tomba che consacra l’Amore per l’eternità.

Bellissimi i costumi senza tempo di Martina Luxardo, nei quali l’elemento Fortuny è largamente presente (quanto somiglia alla Duse Brangäne) e il grigio è declinato in ogni sua possibile sfumatura, come ben realizzato è il light-design di Máté Vajda.

Ádám Fischer, con la complicità di un’Orchestra in stato di grazia, lavora come un Michelangelo della direzione, togliendo materia per arrivare alla sostanza stessa di ogni singola nota, e portando alla luce la natura più profonda della partitura wagneriana, il tutto attraverso una resa minuziosa di dinamiche e agogiche, dispiegando una melodia densamente sensuale e al contempo lucidamente disperata.

L’inossidabile Peter Seiffert disegna un Tristan cosciente fin dall’inizio del proprio destino e lo fa con una potenza di mezzi vocali e di proprietà di accenti che convincono fino in fondo. Il suo terzo atto è da incorniciare.

Una nuova Isolde è nata! Allison Oakes, giunta a sostituire quasi in extremis l’indisposta Anja Kampe,  esibisce un patrimonio vocale ben più che ragguardevole, messo a servizio di un’interpretazione straordinariamente intensa. La linea di canto è purissima, il colore è maliosamente ambrato e sfruttato in una miriade di sfumature.

Non ci sono parole per descrivere il König Marke dolente e malinconico, ma sempre nobilmente autorevole, di Matti Salminen, che sembra aver stretto un patto con il Tempo. La voce è perfetta e il gesto scenico sempre coinvolgente.

Ottima la Brängane di Atala Schöck, che trova nel fraseggio e nella purezza del timbro i suoi punti di forza, come ben disegnato appare il Kurwenal disilluso di Daniel Boaz. Convincente il Melot per una volta sconvolto dalle sue azioni di Neal Cooper e bravi, molto bravi Zsolt Haja nei panni del Timoniere, Zoltán Megyesi come Pastore, senza dimenticare il Giovane Marinaio di István Horváth.

Impeccabile il Coro, preparato da Csaba Somos.

Alessandro Cammarano
(Budapest, 7 giugno 2018)

La locandina

Direttore Ádám Fischer
Regia Cesare Lievi
Scene Maurizio Balò
Costumi Martina Luxardo
Video graphics Luca Attili, Fabio Iaquone
Light design Máté Vajda
Tristan Peter Seiffert
Isolde Allison Oakes
König Marke Matti Salminen
Brangäne Atala Schöck
Kurwenal Daniel Boaz
Melot Neal Cooper
Un pastore Zoltán Megyesi
Un timoniere Zsolt Haja
Un giovane marinaio István Horváth
Hungarian National Philharmonic
Hungarian National Choir
Maestro del Coro Csaba Somos

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