Ala: il Classicismo viennese rifiorisce nel fortepiano di Jin Ju

Rifioriscono antichi suoni lungo le rive dell’Adige, precisamente ad Ala, piccola città trentina i cui eleganti palazzi testimoniano un Settecento di ricchezze ricavate dal commercio che fu dei velluti.

Nel salone di Palazzo Pizzini, lo scorso 30 agosto, abbiamo rivissuto l’epoca d’oro del fortepiano grazie ad una conferenza di Stefano Fiuzzi ed al concerto della pianista Jin Ju. L’appuntamento era organizzato dal Festival “Ala città di musica”, manifestazione promossa dall’orchestra I Virtuosi Italiani con il sostegno del Comune di Ala, per la direzione artistica di Alberto Martini e Luigi Azzolini.

La formula del festival unisce i concerti di grandi artisti ai workshop tenuti dagli stessi, mantenendo quindi aperto un dialogo tra le esibizioni di livello e la costruzione di uno stile interpretativo, tra quello che si ascolta nelle sale da concerto e quello che si fa per arrivare ad una grande performance. Questa modalità di proposta – ascolto, riflessione, approfondimento – ha regalato al pubblico dell’altra sera l’opportunità di scoprire una delle più grandi rivoluzioni della storia della musica: la nascita del fortepiano.

Di strumenti a tastiera, allo scoccare del Settecento, ce n’erano già parecchi, come ha spiegato con dovizia di particolari Fiuzzi, uno tra i massimi esperti di tastiere storiche, nell’incontro che precedeva il concerto serale. Organi, clavicembali, spinette, clavicordi: ognuno con caratteristiche meravigliose. Ma il buon Bartolomeo Cristofori, padovano alla corte dei Medici a Firenze, facilmente stimolato dal circolo di intellettuali qui riuniti, cercò di inventare un nuovo strumento che avesse la possibilità di trasformare il suono con la pressione delle dita, come già il clavicordo tanto amato da Bach, ma che riuscisse a superare il limite dello stesso, ossia un suono piccolo, assai contenuto.

Per farlo realizzò una cosa apparentemente semplice ma non scontata, che nessuno prima di lui aveva pensato, ossia sostituire il salterello (che pizzicava la corda) con un martelletto (che la colpiva con più o meno intensità a seconda del tocco delle dita e, soprattutto, la lasciava libera di vibrare grazie allo scappamento, sempre inventato da lui). Se il “Gravecembalo col piano et forte” di Cristofori non riscosse subito successo nel 1698, una cinquantina d’anni dopo la strana invenzione cominciava a diffondersi: Spagna, Portogallo, Inghilterra, Francia, Germania, Austria. L’entusiasmo dilagava e al nuovo cambio di secolo si contavano più di trecento laboratori di fortepiano a Vienna e ben quattrocento fabbriche a Londra. Il fortepiano divenne uno status symbol, e l’interesse di grandi compositori come Mozart, Haydn, Beethoven, Schubert fece il suo gioco.

Qual era, dunque, il suono di questo strumento che affascinò l’Europa e la Russia per un periodo lungo più di cinquant’anni? Ce ne ha dato dimostrazione Jin Ju, artista eccezionale, nel concerto pensato assieme agli archi dei Virtuosi Italiani (Alberto Martini e Luca Falasca ai violini, Flavio Ghilardi alla viola, Zoltan Szabo al violoncello, Sante Braia al contrabbasso).

La risposta è “sorprendente”. Certo, il suono del fortepiano è molto diverso da quello che tutti noi conosciamo del pianoforte, un suono divenuto riferimento universale a tutte le latitudini dal 1850 in poi. Quello dello strumento storico è un suono più contenuto, lontano dalla potenza che raggiunge un gran coda, oggi, per riempire sale che accolgono migliaia di spettatori. Ma è, comunque, sorprendentemente ricco, elegante, prezioso. Sulla tastiera di un fortepiano si può fare tutto, come ci ha dimostrato con arte Jin Ju, dalle dinamiche più estreme ai timbri più vari, grazie anche ai pedali (nello strumento del concerto, una copia di un Walter del 1785, due ginocchiere: moderatore e smorzatore).

Il clima ricreato per la serata era, appunto, il classicismo viennese, dove l’Ouverture da “Le Danaïdes” di Salieri e le cinque Deutsche Tanzen dalla D90 di Schubert, eseguiti dagli archi con montatura classica, preparavano l’ascolto del fortepiano, che si presentava da solo nelle mozartiane Dodici variazioni su un Allegretto K500 per poi librarsi con gli archi nell’esuberante Concerto n.11 in Re maggiore Ho. XVIII/11 di Haydn.

Il fortepiano si è rivelato uno strumento assai interessante, che restituiva puntualmente il talento di Jin Ju. Come è ugualmente vero l’esatto contrario, ossia che le doti superiori dell’artista sono riuscite, nell’appuntamento di Ala, a rivelare le inaspettate risorse di questa tastiera del passato. È un dilemma di virtù che ci piace non risolvere, poiché la soluzione rimane comunque la bellezza del concerto.

Delle innumerevoli doti di questa pianista, ricordiamo la cura nel chiudere le frasi musicali, con eleganza e quell’indugiare appena accennato che non ferma il flusso del pensiero musicale, ma accompagna quasi un saluto, come la sospensione di un battito. E ancora, l’inventiva nelle ripetizioni (l’oro nel genere della variazione), giocate sempre con parole nuove, dimostrando un vocabolario riccamente fornito. Sfolgorante è nell’incipit del Concerto di Haydn, la cui scrittura è intrisa di gioia, e che nei movimenti estremi richiede il massimo di suono e di velocità.

Davanti ad una interprete di tale livello, dove nessuna questione tecnica è rimasta irrisolta e nessuna preoccupazione estranea alla musica turba l’esecuzione, l’ascoltatore gode di un’interpretazione che prende il volo, libera e ricca di significati, qualità che si riassumono in un’unica preziosa parola: fantasia.

Monique Ciola
(30 agosto 2019)

La locandina

I Virtuosi italiani
FortepianoJin Ju
Programma:
Antonio SalieriLes Danaïdes, Ouverture
Franz SchubertCinque Deustche Tanzen dall’ Op.D 90
Wolfgang Amadeus MozartDodici variazioni su un Allegretto K500
Franz Joseph HaydnConcerto n.11 in Re maggiore Ho. XVIII/11

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