Alberto Mattioli: Meno grigi più Verdi

In poco più di centocinquanta pagine, dense e sapide, Alberto Mattioli raddrizza il timone rendendo a Verdi quel che è di Verdi, e lo fa con ironia e leggerezza degne del miglior Barilli, del quale il giornalista e critico musicale modenese (quanti tesori custodisce l’Emilia!) è di fatto l’erede naturale.

Se il buongiorno si vede dal mattino allora già dal titolo è dato al lettore di comprendere che quel che si andrà a leggere non è l’ennesima, orrida, agiografia piena dei più ritriti luoghi comuni intorno al Cigno di Busseto.
“Meno grigi  più Verdi” rimette le cose al loro posto, ovvero Verdi nella sua prospettiva più corretta e i vizi più o meno marchiani dei suoi italici compatrioti, che hanno nel tempo usato Verdi per giustificare le loro malefatte non solo in politica ma soprattutto nella vita quotidiana, sacrosantamente messi alla berlina.

Verdi non è una scusa, è un’ispirazione all’eticità che dovrebbe essere alla base di qualunque consesso civile e di quello nostro in particolare, invero troppo spesso incline alla cialtroneria.

Mattioli diventa la voce del Verdi insofferente, infastidito dal continuo essere tirato per la giacchetta dal politico di turno o dall’”intellettuale” in malafede o semplicemente dall’ometto della strada e portatore, al contrario, di principi saldissimi; il tutto in un viaggio attraverso alcuni dei titoli “monstre” fra i ventisette del catalogo.

Non si salva nessuno, Verdi, attraverso la penna felice dello scrittore, ritrova la sua dimensione autentica di acuto osservatore della società del suo tempo, che è poi quella del tempo nostro.

“Nihil sub sole novum”: il demi-monde in cui si muove Violetta, fatto di parvenues e non di signori, non è diverso da quello delle  “cene eleganti”, o la cafonaggine del sessuomane Duca di Mantova contrapposta e al medesimo tempo complementare alla “moralità” di Rigoletto, non differisce da ciò che si legge sui settimanali pettegoli, passando per Riccardo/Gustavo eterno Peter Pan.

Verdi osserva, comprende e descrive un mondo “altro” eppure presentissimo, senza epoca.

Mattioli cala il protagonista nel suo tempo senza alcun accademismo, anzi, al contrario è capace di contestualizzare attraverso aneddoti che aiutano a comprendere la storia senza appesantirla. Acute anche le considerazioni più strettamente musicologiche, trattate anch’esse con una semplicità che Verdi avrebbe senz’altro apprezzato.

Il Grande Bussetano non è moderno, è universale e per questo eterno; a partire da questo assunto l’autore difende con passione, che condividiamo in tutto e per tutto, l’evolversi delle messe in scena cosiddette “moderne”: l’opera, e Verdi in particolare, è vita e non museo. Le vestali della “tradizione”, quella del “povero Verdi” delle crinoline e dei guardinfante, delle scene dipinte e di “tutti a sbracciare al proscenio col coro immobile sul fondo”, del “il libretto è sacro” se ne facciano una ragione: Verdi è ben altro e Mattioli lo spiega benissimo.

Da leggere e regalare, soprattutto a quelli che “credono” di sapere.

Alessandro Cammarano

Meno grigi più Verdi
156 pagine
Ed. Garzanti

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