Alex Esposito: vi racconto il mio Filippo debole

Dopo la Prima del Don Carlo che ha inaugurato con un successo pieno la Stagione 2019-2020 del Teatro La Fenice abbiamo incontrato Alex Esposito che, al suo debutto come Filippo Secondo, si è reso protagonista di una prova di assoluto rilievo dando voce e corpo ad un personaggio sfaccettato nei suoi mille tormenti e incertezze.

  • Il tuo Filippo è un uomo tormentato da mille dubbi, incerto nell’esercizio del potere, succube dell’autorità religiosa. Come sei giunto a questo approccio?

Nell’ottica del rapporto che egli ha con il potere, immagino Filippo Secondo come una sorta di Don Abbondio manzoniano, ovvero “un vaso di terracotta costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro”, che deve fare attenzione a come muoversi per non “rompersi”. È un personaggio che suscita in qualche modo tenerezza per la sua impossibilità di tenere testa a tutti gli eventi. Non è sicuramente un uomo così negativo o cattivo come sembrerebbe, lo definirei piuttosto incattivito dall’assenza di amore e di affetto nella reggia e al di fuori di essa.

Trovo che sia molto significativa la scena costruita da Robert Carsen prima dell’ingresso del Grande Inquisitore: Filippo è nel suo studio e – al termine dell’aria “Ella giammai m’amò” – la stanza si riempie di frati che portano via tutti i documenti, il mappamondo, tutti i segni del potere, lasciando sulla scrivania soltanto un teschio a testimonianza che davanti alla Chiesa, a quella Chiesa, non c’è nessun’altra autorità.. e questo lo terrorizza.

  •  Robert Carsen incornicia la sua visione del Don Carlo in un perimetro di assoluta credibilità storica, senza eroi e senza vincitori. Com’è stato il tuo lavoro con lui?

L’azione si svolge tutta in una “scatola nera”, claustrofobica, la definirei quasi una “trappola”. La negatività abbonda ed è un aspetto che è stato molto a cuore al regista per costruire il suo lavoro, poiché in quest’opera nessuno esce vincitore, nemmeno l’Inquisitore in quanto si ritrova schiacciato in una sorta di “autoflagellazione”: basti pensare che, nonostante il potere che ha, cammina a piedi nudi e in abiti umili.

Lavorare con Carsen, come ogni volta che mi sono confrontato con grandi registi, è stato eccezionale perché egli sa trascendere il mero movimento scenico per concentrarsi molto sul dettaglio, sui piccoli gesti, essenziali ma significativi. Penso ad esempio al finale del duetto tra Filippo e Rodrigo; sul “Ma ti guarda dal Grande Inquisitor!” Carsen mi ha chiesto di esprimere quasi imbarazzo nel suggerire al Marchese di Posa una via per salvarsi. A volte basta un cenno con la testa, oppure una stretta di mano, gesti che sembrano facili e immediati ma sui quali ci siamo soffermati moltissimo tempo per trovare il giusto equilibrio tra recitazione e musica.

  • Il finale “a sorpresa” ha spiazzato più di qualcuno, personalmente lo trovo tanto discutibile quanto geniale. Tu come vivi un “doppio sacrifizio” che si trasforma in regicidio?

Va detto che l’opera finisce in maniera un po’ irrisolta: tutti gli intrighi di palazzo, tutti gli intrecci amorosi, incestuosi, si dovrebbero in realtà sciogliere con un coup de théâtre, con l’ingresso del fantasma di Carlo V. Non conosco in modo approfondito i motivi che hanno indotto Verdi a questa scelta, ma pare che l’Opéra di Parigi – dove nacque e andò in scena per la prima volta il “Don Carlos” – avesse bisogno di usare effetti speciali per mettere in risalto la sua “macchina tecnica”; alla stessa maniera dei ballabili inseriti nello spettacolo, nonostante la contrarietà di Verdi, per sfruttare al meglio il grande corpo di ballo del teatro.

Carsen è un regista molto intelligente e raffinato e qui ha proposto una visione che fonda le sue basi e ne getta altre sull’ambiguità di Posa, il quale effettivamente è sì grande amico di Carlo ma giura anche fedeltà al Re; come si può essere in effetti così sicuri che la sua presa di posizione alla fine dell’Autodafé sia per difendere Carlo e non proprio per ingraziarsi il Re e ottenere la promozione? “Marchese, Duca siete”.. gli dice Filippo. Si insinua quindi il dubbio se Rodrigo abbia agito per ottenere qualcosa o se sia stato mosso da sentimenti sinceri, e questa incertezza genera punti di vista differenti che è rispettabile che possano essere sviluppati in vari modi – anche in pieno “Hitchcock style” (come molti lo hanno definito) – soprattutto se interessanti e stimolanti come in questa produzione.

  • Posto che Filippo non ha nulla di eroico, che risposta daresti ai pochi che, in un quadro di generali consensi al tuo debutto nel personaggio, hanno rilevato qualche “debolezza” nel disegnarlo?

A coloro i quali hanno detto che il personaggio è risultato poco autorevole vorrei dire “grazie”, perché significa che si è percepito il taglio che il regista ed io abbiamo voluto dargli. Infatti Filippo non ha autorità sulla moglie – che non lo ama –, né sul figlio – che lo sfida anche pubblicamente –, e neanche su Rodrigo – che non si fa problemi nel dirgli ciò che pensa di lui; significativo il colpo di grancassa su “la pace è dei sepolcri” a guisa di scure, che potrebbe scendere sulla sua testa a punire l’audacia ma che non cade… –.
Il Re appare, per assurdo, come un debole, mostrandosi tale fin da quando rivela i suoi sentimenti davanti al Marchese di Posa, perdendo anche di fronte ai suoi occhi l’autorità regale.

E men che meno Filippo ha potere sull’Inquisitore, infatti è il Re stesso a scendere a più miti consigli durante il duetto chiedendo un ritorno alla pace, per poi constatare che il trono si dovrà sempre piegare all’altare; infine non ha potere sui sudditi, poiché quando li invoca per difenderlo da Carlo durante l’Autodafé nessuno, né guardie né popolo, fa qualcosa, nessuno subisce la sua autorità

Sono dunque contento che si siano viste tutte queste sfumature che abbiamo cercato di evidenziare.

Alessandro Cammarano

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