Alto Adige: le lunghe notti del pianoforte
Erano gli anni ’90 quando il mantra che correva tra noi giovani allievi sui corridoi del Conservatorio era che di pianisti fosse ormai pieno il mondo. Frase pronunciata con uguale inflessione sconfortata – “troveremo mai un posto per noi?” – e allo stesso modo battagliera – “siamo pronti a far vedere chi siamo e cosa sappiamo fare!”. Dopo quasi tre decenni possiamo dire che la popolazione dei pianisti diplomati a pieni voti nei conservatori e nelle accademie di tutto il mondo ha continuato a crescere in maniera vertiginosa e con essa anche la competizione per dimostrare la propria unicità, quella cifra personale che ti distingue, ti fa riconoscere e ti assicura (questa è sempre la speranza) una rosea carriera.
E allora oggi, nel 2026, cosa fa la differenza? Cosa deve possedere un giovane pianista per diventare un interprete riconosciuto e applaudito nel mare magnum degli 88 tasti? In passato si parlava di tecnica eccezionale, ma oggi occorre ammettere che, a parità delle prestazione atletiche nel mondo sportivo, l’asticella delle abilità fisico-digitali si è alzata sempre di più e numerosi giovani musicisti dimostrano un virtuosismo elevato. Allora si guarda all’interpretazione, ossia al significato con cui un artista può riempire le note che legge sul pentagramma; ma se questo dipende da quali occhi usiamo per guardare l’ambiente che ci circonda e da quale pensiero riusciamo a disegnare dentro di noi, com’è possibile realizzarlo in un mondo sempre connesso, bombardato da un surplus di stimoli (emotivi e sensoriali piuttosto che intellettuali, verrebbe da dire), che pretende velocità e compiutezza? Che poi il dubbio – elogio al dubbio! – e il tempo sono ciò che potrebbe farci inventare un intero nuovo universo…
Tutte queste e altre domande ci hanno suscitato le sere estive in Alto Adige, terra che da 77 anni parla di pianoforte e di pianisti con il Premio “Busoni” e che investe risorse economiche considerevoli per non uno (Bolzano Festival Bozen) bensì due (Südtirol Festival Merano) manifestazione di grandissima musica (e se guardiamo poco più a est diventano tre con le Settimane mahleriane a Dobbiaco, da 45 anni). Nell’ultima settimana di agosto abbiamo ascoltato, in una squisita “tre giorni”, le pianiste Martha Argerich e Lilya Zilberstein in duo pianistico (25.08, Bolzano), il pianista francese Alexander Kantorow con l’orchestra (26.08, Merano) e il recital dell’ultimo vincitore in carica del Premio “Busoni”, il pianista cinese Yifan Wu (27.08, Bolzano).
Assistere a un concerto di Argerich e di Zilberstein significa partecipare a una festa nell’Olimpo del pianismo internazionale. Dalla prima nota, dalla prima graffiata o dal primo sussurro, l’orecchio viene travolto da una sensazione di euforia e benessere, moltiplicato per due nell’occasione di un programma in duo pianistico. Non vi parleremo della pulizia e chiarezza filologica in Mozart (Fantasia in fa minore KV 608 nella trascrizione di Busoni), dei dialoghi fantastici in Schumann (Sei studi in forma di canone, op. 56, nella trascrizione di Debussy), dei balli sfrenati di Milhaud (Scaramouche, op. 165b) o della grandezza di Rachmaninov (Danze sinfoniche, op. 45a). C’era tutto e tutto era al suo posto, ma la bella notizia è che non era più Mozart o Schumann o altri grandi compositori, erano Martha e Lilya, ossia due pianiste con la loro cifra personalissima. Due scuole pianistiche diverse, quella italo-argentina di Argerich e quella russa di Zilberstein, due età e vissuti diversi, due mani differenti nella struttura e nella posizione (come abbiamo potuto osservare da vicino, tra i posti preparati sul palcoscenico dato il sold out della serata) che sapevano fondersi cameristicamente senza perdere la loro identità. La lezione memorabile è stato l’esempio di “sottrazione” nella lettura del duo pianistico, palesatasi nei numeri schumanniani (2. Mit innigem Ausdruck, 3. Andantino) con l’impressione sonora di avere a che fare con un unico strumento, non due. Proseguita nei ritmi sfrenati realmente “Vif” di Scaramouche, dove in una tempesta di note si riconosce il grande interprete, che senza perderne una riesce a renderne importanti poche, quelle necessarie e sufficienti per dare un senso compiuto alla pagina. Il secondo movimento di Milhaud, Modéré, ha incantato per il dialogo intimo tra Martha e Lilya e poi tra Lilya e Martha, lasciando tutti i presenti col fiato sospeso. Il programma del concerto – almeno quello ufficiale – si è chiuso con le Danze Sinfoniche di Rachmaninov, dove accanto alla “sottrazione” si mostrava anche la “sommatoria”, qui sì con la possenza di due gran coda. Serata strepitosa e senza fine, con applausi interminabili che richiamavano bis: un primo (“La nuit… L’amour…”, secondo brano dalla Suite No. 1 Op. 5 Fantaisie-Tableaux per due pianoforti di Rachmaninov) e un secondo «bis speciale per Bolzano», il Concertino per due pianoforti in la minore Op. 94 di Šostakovič.
I nomi di Martha Argerich e Lilya Zilberstein sono presenti nell‘albo d’oro del Concorso “Busoni”, in quanto vincitrici rispettivamente nel 1957 e nel 1987. Anche il nome di Yifan Wu è presente, in quanto Primo Premio nell’ultima edizione del 2025. Il suo recital ricorda esattamente le esibizioni nelle prove che aveva affrontato l’anno scorso, tra l’altro sul medesimo palco dell’Auditorium bolzanino: sedia con schienale per suonare, brani legati fra di loro senza soluzione di continuità, scelte interpretative bizzarre, repertorio già ascoltato. Una personalità decisamente divisiva che aveva però convinto la giuria della 65° edizione e anche il pubblico presente alla finalissima, tanto da attribuirgli un Premio Speciale dedicato. Eppure, il 27 agosto l’Auditorium era mezzo vuoto. In un programma volutamente costruito sulla musica di Robert Schumann (Kreisleriana, Arabesque, Sonata n. 1 in fa diesi minore, op. 11) quello che mancava all’ascolto era proprio la cifra romantica e umorale del compositore tedesco. Quando le note aumentavano sul pentagramma, la concitazione le stringeva, la passione diveniva caotica, così come era successo nel Preludio e fuga op. 35, n. 1 di Mendelssohn con cui Wu iniziava la serata. Il suono fluiva dai pianissimi, non intimi e pronunciati bensì debussiani, ai fortissimi accesi e strabordanti. La sonorità del mezzo forte sembrava non appartenergli e l’impressione era quella di una lettura stilistica spostata avanti di un secolo, quasi più adatta a uno Skrjabin. Rimaneva un’incognita il senso del percorso musicale nel secondo tempo del concerto, aprendosi con uno Scarlatti trasportato (Sonata K 9 trascritto da Tausig) che fluiva in un Soler liquido per il pedale (Sonata in fa diesis maggiore R 90) per arrivare direttamente nel cameo Für Alina di Pärt che si scioglieva in un Lied schumanniano trascritto (“Im wunderschönen Monat Mai” dai Dichterliebe) e planava nell’attacco della sua Grosse Sonate. Tre i bis scelti al momento dalla libreria del Pad: un tempo di una sonata mozartiana e due da una sonata di Schubert. Se il punto è avere una propria visione, non c’è dubbio che Yifan Wu abbia la sua. Non è detto, però, che funzioni.
Chiudiamo la carrellata di pianisti con Alexander Kantorow, esibitosi al Südtirol Festival Merano in una sempre affascinante e pienissima Kursaal assieme alla Pittsburgh Symphony Orchestra diretta da Manfred Honeck. Un concerto che apriva la tournée europea dell’orchestra americana, con date che hanno toccato festival importanti come Salisburgo e Lucerna, e ancora Varsavia, Amburgo, Colonia, Essen, Amsterdam e Vienna. Incastonato tra i pregevoli Cinque pezzi per quartetto d’archi di Erwin Schulhoff (nell’adattamento orchestrale firmato dallo stesso Honeck e da Tomáš Ille) e la grande Sinfonia n. 5 op. 47 di Šostakovič, Kantorow si rendeva interprete di uno tra i brani più eseguiti in concerto e più amati dal pubblico, ossia la Rapsodia su un tema di Paganini, op. 43 di Rachmaninov. Il pianista quasi trentenne – primo francese a vincere la medaglia d’oro al Concorso Čajkovskij, assieme al Grand Prix, assegnato solo tre volte nella storia del concorso – mostra due importanti qualità: da un lato un virtuosismo solido e dall’altro una profondità interpretativa che, uniti assieme, fanno di lui un artista notevole e, nella serata, hanno fatto rifulgere quei temi e quei passaggi che risultano oggi anche troppo sdoganati. Anzi, le variazioni di Rachmaninov si susseguivano acquistando bellezza, raccontate con cura ed eleganza da due grandi interpreti, pianista e direttore. Un plauso va sicuramente all’equilibrio che Honek è riuscito a trovare tra orchestra e solista, in una sala che restituisce un suono a volte anche troppo generoso, ma che ha invece valorizzato il pianoforte. Ciò ha permesso un interessante dialogo non solo in quelle parti quasi cameristiche (bravissimi i fiati della Pittsburgh) ma soprattutto in quella serie di variazioni che portano al finale dopo la memorabile XVIII. L’Andante cantabile – i tre minuti più amati della Rapsodia – viene avviato da Kantorow in un tempo più trattenuto rispetto alla consuetudine, non lento e quindi a rischio di retorica sdolcinata, bensì sereno, poetico. In generale, un’interpretazione di Rachmaninov che ricorderemo, mettendola assieme a quella che ne diede Beatrice Rana a Lucerna nel 2023, diretta da Andrés Orozco-Estrada.
Monique Cìola










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