Äneas Humm: Britten ti chiede tutto, ma ti restituisce libertà

Debutto italiano per Owen Wingrave di Britten, e debutto al Festival della Valle d’Itria per Äneas Humm, giovanissimo ma già affermato baritono svizzero, che affronta uno dei ruoli più sfaccettati e ideologicamente densi del repertorio novecentesco.
L’intervista segue la sua prova maiascola (qui la recensione), in un momento in cui l’opera di Britten – così legata al tema della coscienza e del rifiuto della violenza – trova nuove risonanze nel nostro presente.

  • Ha debuttato a Martina Franca in un’opera di Britten mai rappresentata in Italia prima d’ora. Che significato ha per lei interpretare Owen Wingrave in un’occasione così storica?

Interpretare e cantare Owen Wingrave è stata una vera sfida, perché l’intera opera ruota attorno a lui: richiede una preparazione intensa, sia musicale che emotiva. La vicenda ha una forza attuale sorprendente, e questo aggiunge un ulteriore strato di coinvolgimento. Inoltre, farlo in un festival come questo, che ha costruito la propria identità su titoli rari e poco eseguiti, è stato un grande privilegio. Owen è un personaggio mentore e martire insieme, costretto a muoversi tra il peso della tradizione familiare e la forza delle sue convinzioni pacifiste.

  • Owen è un personaggio tormentato, lacerato tra la fedeltà agli ideali della sua stirpe militare e la scelta di rifiutare la guerra. Come ha lavorato per restituirne la complessità, dal punto di vista vocale e psicologico?

All’inizio ho studiato la parte come se fosse una semplice vocalizzazione, senza accenti, concentrandomi solo sulla linea del canto. Poi ho inserito le parole, ho analizzato il testo e mi sono chiesto: “se fosse una pièce teatrale senza musica, dove sarebbero i veri snodi drammatici?”
Da lì, lavorando anche con il mio coach pianistico a Berlino, tutto ha iniziato a prendere forma. Con Britten nulla è casuale: ogni parola, ogni nota ha un motivo. Ed è proprio questa coerenza profonda a rendere l’esecuzione – pur complessa – incredibilmente naturale, perché si entra in un flusso continuo di emozione e pensiero, in linea con ciò che lui voleva evocare.

  • Britten scrive il ruolo per un baritono lirico dotato di forti capacità espressive. Quali sono state le principali difficoltà tecniche e musicali nello studio della partitura?

La difficoltà maggiore è l’estensione vocale: il ruolo copre un range molto ampio, dai gravi profondi fino agli acuti che arrivano solo verso la fine dell’opera. Serve una preparazione tecnica che consenta di affrontare il registro centrale con naturalezza, così da arrivare agli acuti senza forzature.
È un percorso parallelo a quello del personaggio, che all’inizio è trattenuto, in sordina, e si apre progressivamente.
Durante le prove è stato affascinante capire dove e come il personaggio – e con lui la voce – cominciano ad aprirsi.
Non si può cantare con la voce “piena” per due ore: bisogna trovare una modalità di canto leggera ma risonante, che lasci spazio al testo e all’evoluzione emotiva.

  • Composta originariamente per la televisione, Owen Wingrave ha un’orchestrazione da camera ma viene ora presentata in forma scenica.
    Come cambia l’interpretazione del personaggio in un contesto teatrale?

Il vero ostacolo è proprio questo: molte indicazioni musicali erano pensate per la macchina da presa, non per un palcoscenico. In scena, dunque, abbiamo dovuto trovare soluzioni per reagire a elementi che Britten non prevedeva dovessero essere “agiti”.
La lunga scena del pranzo, per esempio, era originariamente concepita come una sequenza di inquadrature.
Il regista Andrea De Rosa ha fatto un lavoro eccellente nel trasferire tutto questo in un linguaggio teatrale, usando sapientemente la luce per isolare i momenti-chiave. È riuscito a restare fedele allo spirito originario dell’opera, senza forzature modernizzanti, ma con grande rigore drammaturgico.

  • Ha già calcato palcoscenici prestigiosi in Europa, con un repertorio che spazia da Mozart a Mahler. Dove si colloca Britten nel suo percorso artistico? E come immagina che si evolverà il suo repertorio nei prossimi anni?

Amo spaziare tra stili diversi: cantare Mozart, Mahler, Britten… credo che ogni repertorio nutra l’altro.
Britten è un banco di prova straordinario per la voce, perché richiede molto, ma proprio per questo ti dà anche tanta libertà.
Mi piacerebbe affrontare altri ruoli del Novecento: trovo che ci siano molte affinità tra Britten e Strauss – non nel linguaggio, che ovviamente è molto diverso – ma nel modo in cui il cantante deve restare immerso nel flusso musicale e nel testo. Adoro questa sensazione. Uno dei ruoli che sogno è il Musiklehrer nell’Ariadne auf Naxos.

  • Ha iniziato studiando la viola prima di dedicarsi al canto. C’è stato un momento preciso in cui ha capito che la voce sarebbe diventata il suo strumento principale?

Sì, quando ho realizzato che studiavo otto ore al giorno con la viola… e non miglioravo! È uno strumento meraviglioso, ma anche molto ingrato: richiede tantissimo, e i violisti sono tra i più invisibili dell’orchestra. A un certo punto mi sono chiesto: voglio davvero fare questo per tutta la vita? La risposta è stata no. Però la viola ha avuto un ruolo importante: è uno strumento che condivide l’estensione e la timbrica con la voce baritonale. Mi ha aiutato molto, durante l’adolescenza, a esplorare la gamma, la risonanza, le armonie. Alla fine è  stato un passaggio naturale.

Alessandro Cammarano

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