Arabi alla Scala? Inutili. Meglio aiutarli a casa loro

A proposito delle baruffe meneghine sui quattrini sauditi potenzialmente in arrivo alla Scala – baruffe che tengono banco da molti giorni e attendono lo snodo decisivo del prossimo consiglio d’indirizzo, fissato per lunedì 18 marzo – prima di ogni altra considerazione vale la pena di sottolineare che c’è un “non detto”, un tema che finora è rimasto fuori dalle polemiche, accuratamente evitato.

Premessa. La Scala è considerata il più brillante esempio di gestione dell’opera in Italia, con un invidiabile rapporto fra la raccolta privata (e i ricavi propri) e la contribuzione pubblica. Si parla di percentuali pari rispettivamente al 67,5 e al 32,5, come da lettera ai soci fondatori del sovrintendente Alexander Pereira nell’ultimo bilancio consuntivo pubblicato, quello dell’anno 2017. E ancora, nel 2017 il valore della produzione è cresciuto di 4 milioni attestandosi a 126,5 fermi restando (anzi, in lieve calo) i costi della produzione, valorizzati 121,4 milioni. Cifre da sogno rispetto a qualsiasi altra Fondazione lirico-sinfonica anche per il patrimonio netto, che vale 108,9 milioni, in aumento rispetto al 2016. E per il patrimonio disponibile, passato dai 32,4 milioni del 2005 ai 41,6 milioni di euro dell’ultimo bilancio. A voler cercare il pelo nell’uovo, il costo del personale è aumentato di circa il 5 per cento, attestandosi a 72 milioni e mezzo, ma stiamo parlando di un teatro la cui biglietteria dal 2016 al 2017 ha aumentato i propri ricavi del 12 per cento, passando da 31,5 a 35,8 milioni.

In questa situazione, a fronte di conti ai quali non fa ombra neanche un debito cospicuo ma sotto controllo (49,1 milioni: tanti, ma nel 2016 erano 53,7), e che sono invece resi solidi da un virtuoso equilibrio gestionale (nel 2017 utile di 1,7 milioni), per quale motivo l’ingresso in Fondazione Scala dell’Arabia Saudita come socio fondatore – 3 milioni di euro all’anno per almeno 5 anni, cioè 15 milioni di euro, sicuri come l’oro (nero) – dovrebbe essere una “occasione irrinunciabile”, come all’inizio della querelle sosteneva Pereira?

Intendiamoci, lo sarebbe in quasi tutte le altre Fondazioni lirico-sinfoniche, ossigeno per i loro asfittici e pericolanti bilanci, ma non risulta che a Milano serva denaro fresco. Almeno considerando l’ultimo bilancio pubblicato. O si deve supporre che il bilancio 2018 non sia brillante come il precedente? Che si sappia, la domanda non è emersa nelle virulente polemiche esplose dopo che l’operazione Pereira-Arabia Saudita è diventata di pubblico dominio. Eppure sarebbero state utili, quanto meno per sgombrare il campo da inutili interferenze, per delimitare il perimetro della discussione.

Considerando assodato che non ci siano esigenze economiche stringenti, allora il discorso va riferito a programmazione e progettualità. Ma anche qui, al netto delle segrete cose del consiglio di indirizzo della Scala, quello che emerge dall’opinione degli addetti ai lavori di vario ordine e grado è che non esiste la necessità di un radicale (e faraonico) cambio di rotta, per sostenere il quale sia utile il denaro saudita. Infatti anche artisticamente la Scala funziona benissimo così. L’anno prossimo, però, il mandato del sovrintendente scade e le grandi manovre per la sua sostituzione sono già iniziate. Un’ipotesi è che Pereira abbia pensato di giocare spregiudicatamente sul piano finanziario la partita di un rinnovo allo stato alquanto improbabile, andando però a cacciarsi in un ginepraio. E poiché naturalmente – e purtroppo – la politica è sempre di mezzo anche nei teatri d’opera, ecco il risibile balletto fra centrosinistra (il sindaco di Milano, Sala, presidente della Fondazione Scala) e centrodestra (la regione Lombardia a guida leghista, presente in consiglio) su chi sapeva prima, su chi ha taciuto, su chi non si è accorto di quanto la patata fosse bollente, eccetera eccetera. Ecco ministri abilitati a parlare per ambito di mandato (Bonisoli) o che farebbero meglio sul tema a tacere (Salvini) dettare la linea tra fantomatici problemi diplomatici (“Ci sarebbe un governo di nazione estera in consiglio d’indirizzo”) e abituali temi sovranistici.

Polverone a parte, è abbastanza chiaro che tutti sembrano più o meno d’accordo nel dire “no grazie” ai sauditi, ma hanno un disperato bisogno di distinguersi uno dall’altro. Come andrà a finire lo ha anticipato Sala: sulla questione vuole una delibera all’unanimità e poiché l’unanimità non si vede (semmai, potrebbe essere in negativo), tanti saluti ai sauditi, con buona pace di Pereira. Sempre sperando che poi non si debba scoprire, guardando il bilancio 2018, che quei soldi magari era meglio accettarli.

In questo modo verrà troncata sul nascere la spinosa controversia se sia lecito accettare per una buona causa (la cultura e la musica) soldi che provengono da Paesi considerati “cattivi”, problematicamente lontani dalla nostra idea di modernità. Sulla questione, argomenti validi e pretestuosi si intrecciano e il tasso di ipocrisia e di contraddizione è sempre alto. Neanche qui esiste una formula universale. Servirebbe guardarla concretamente da un altro punto di vista, per esempio decidendo di “riconvertire” a un uso sicuramente positivo e possibile un nefasto slogan impossibile, nato per situazioni tragicamente diverse. Visto che siamo fra i maggiori specialisti mondiali nel genere, “aiutiamoli a casa loro”, i sauditi desiderosi di impegnarsi con l’opera e la musica, invece di metterci a gestire problematiche “emigrazioni culturali” nelle stanze dei bottoni, sulle quali invece rischiamo di combinare pasticci. In fondo lo facciamo già da tempo negli Emirati, dove in più casi gli sceicchi hanno costruito le loro “personali” e sfarzosissime “Opera House”. Come quella di Muscat in Oman, che è diretta da un italiano e vede gli italiani sempre più presenti, con la Fondazione Arena in testa. O come quelle di Dubai e del Kuwait, presto di Abu Dhabi. Certo, andare là per il momento significa “solo” fare tournée o trasferte, ma comunque si tratta di internazionalizzazione. Anche se non girano i quattrini intravvisti da Pereira, la distribuzione del FUS ne tiene conto. E premia chi si muove meglio.

Pare che all’inizio anche i sauditi cercassero più che altro di portare in patria qualche collaborazione musicale con l’istituzione milanese, e che solo dopo sia emersa anche l’idea di una loro presenza nel consiglio di indirizzo della Scala. Magari hanno visto la possibilità di un’utile esperienza, visto che dopo il teatro lirico aperto l’anno scorso a Riad, è stato annunciato che nel 2022 ne sarà realizzato uno anche a Gedda. Il progetto è inserito in un contesto di enorme fervore per quanto riguarda la musica, a lungo proibita (come tante altre cose), ma adesso sul punto di diventare un mercato straordinario dentro all’immenso mercato dell’intrattenimento, per il quale l’Arabia Saudita investirà qualcosa come 64 miliardi di dollari nei prossimi 10 anni. Al confronto, i 15 milioni di euro in cinque anni per entrare alla Scala sembrano briciole. Anzi, lo sono proprio. Meglio inventare qualcosa per creare un rapporto più solido, magari stabile, sinergico ma attento alle rispettive autonomie, funzionale ai comuni obiettivi culturali. E non senza ritorni economici, ovviamente, ma senza che ci sia bisogno di stendere il tappeto rosso per nuovi soci fondatori.

Cesare Galla

Pubblicato su Vvox.it
https://www.vvox.it/2019/03/15/arabi-alla-scala-inutili-meglio-aiutarli-a-casa-loro/

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