Barcellona: Trionfa la Pratt nell’Elisir catalano

E’ in corso di svolgimento  con recite fino a fine mese di gennaio al Gran teatro Liceu di  Barcellona L’Elisir d’amore  di Donizetti con un solo cast programmato; quindi se qualcuno volesse cimentarsi nella visione di questo solido e tradizionale allestimento lo può fare con ampia scelta di date senza preoccuparsi di quale cast possa incontrare.

Come succedeva nella pratica di inizio ‘800, L’Elisir d’amore di Donizetti è nato in fretta e furia (si parla di 15 giorni) per colmare un vuoto improvviso nel cartellone 1832 del teatro milanese della Cannobiana; a volte la fretta non permette ripensamenti, rifacimenti, che comportano il rischio di togliere proprio quelle intuizioni che creano alla fine i momenti di spontaneità nella musica e nelle parti vocali, e sono proprio questi elementi che fanno de L’Elisir d’amore, melodramma giocoso nella sua definizione originale, una composizione dove domina una sorta di leggerezza e di armonia fra personaggi e ambiente e la semplicità dei momenti della vita quotidiana fatta di amori, debolezze, furberie e stravaganze. La fanciulla capricciosa, il giovanotto semplice, il sergente smargiasso, il medico ambulante, sono tratti caratteristici dell’opera del Settecento, simboli dell’umanità stessa che Donizetti e il suo librettista Felice Romani tracciano con un sguardo affettuoso, prendendosi l’incarico di risolvere i loro casi umani. Del resto l’Elisir d’amore ha una struttura testuale che si adatta a qualsiasi ambientazione ed a essere rispettato fedelmente proprio per i temi sostanziali dell’opera comica che risultano sempre attuali e si prestano a diverse chiavi di lettura. Non esiste alcuna minima sottolineatura folclorica  che richiami all’ambiente  agreste e bucolico dell’ambientazione originaria del libretto (la citazione dei mietitori si disperde nel corso della trama), anzi sembra che tutto si inquadri in un spazio ben delimitato, cortile o piazza, uguale a se stesso in ogni parte del mondo,  luoghi di incontri per  pettegolezzi sussurrati e  chiacchiere di paese,  una situazione resa in modo magistrale  dal bisbigliare del coro  “Or Nemorino è milionario”, così come, per dare significato di una vita  fatta anche di meraviglia e di voglia di novità, nulla è più riuscita  dell’entrata di Dulcamara annunciato dall’immancabile trombetta. Il gioco è fatto sia che entri con un carretto o con un furgoncino. Si può privilegiare l’elemento strettamente comico e infarcirlo di gag e doppi sensi come esaltare l’aspetto più lirico e malinconico come il lato più umano e vitale della vicenda di Adina e Nemorino. Il capolavoro donizettiano ripreso in questo inizio di anno 2018 da Gran Teatro Liceu di Barcellona è la conferma di una felice produzione che risale 1998, anno in cui venne presentato per la prima volta, e ripresa in più occasioni, riapprodata nel massimo teatro catalano dove era assente dal 2013.

La regia è firmata da Mario Gas, attore, doppiatore e regista teatrale spagnolo, che sposta la vicenda dell’opera nell’Italia fascista degli anni 30′ e la proietta in una piazza, (ma potrebbe essere anche un cortile), nella quale fa da sfondo un palazzo di edilizia popolare, in stile razionalista fascista, con le sue finestre d’affaccio, piccole botteghe (una tabaccheria, un bar, una edicola), e ballatoi. La regia  rispetta  appieno la drammaturgia dell’opera presentandoci, con grande vivacità i personaggi e situazioni coerenti alla partitura: assistiamo all’entrata in scena dalla platea del fatuo Belcore con il suo manipolo di camicie nere, l’arrivo di Dulcamara con una moto sgangherata, Adina con abiti che ci riportano all’istante ai film dei “telefono bianchi” degli anni’30  il tutto con i costumi e scenografie di Marcelo Grande accuratissimi in ogni dettaglio che raggiungono il loro punta di forza nella scena delle annunciate nozze di Adina e Nemorino, una festa all’ italiana  fatta di bandiere  tricolori con stemma sabaudo, luminarie, banda in scena e cibi a volontà. La parte musicale era affidata al direttore Ramón Tebar, responsabile musicale del teatro di Valencia.  Forse ci si poteva aspettare qualcosa di più dalla sua direzione, visto anche il tipo di cast che aveva a disposizione: la sua non è stata una esecuzione ricca di spunti musicali; non equilibrando bene il suono di passaggio tra le sezioni strumentali spesso si impastava, coprendo in alcuni momenti le voci in palco e togliendo quel del fascino di leggerezza che risiede nella scrittura donizettiana.

Attesissimo era il nuovo cast annunciato per questa riallestimento che aveva il suo punto di forza nel doppio debutto nel ruolo di Adina e, in scena, al Liceu del soprano Jessica Pratt. Accanto a lei,

il tenore slovacco Pavol Breslik come Nemorino, ruolo che ha segnato il suo debutto assoluto nel 2002 e artista attivissimo sui palcoscenici germanici, affiancati per l’occasione dal Belcore di Paolo Bordogna e dal Dulcamara di Roberto de Candia, tutti e due di comprovata esperienza. Dopo un inizio piuttosto faticoso (Quanto è bella, quanto è cara) il rendimento di Pavol Breslik è cresciuto nell’arco della recita e l’artista ha saputo trovare la tinta e gli accenti giusti per rendere discretamente un personaggio impegnativo come Nemorino, sempre in bilico tra il buffo farsesco e il lirismo patetico; la regia ne ha accentuato il carattere ingenuo e impacciato del personaggio a scapito della semplicità e della genuinità d’animo, sottolineata anche da una gestualità di maniera. Certo la voce non è di tenore di grazia e tenta a perdere omogeneità nei cambi di tono, ma alla fine la sua è stata una prova convincente, concludendo l’esecuzione di “Una furtiva lacrima” sotto uno scoscio di applausi e reggendo molto bene i momenti di confronto con la Pratt.

Roberto de Candia, nel ruolo di Dulcamara ci ha disegna, con una linea di canto pulita e lineare, insieme al fraseggio ben calibrato, un personaggio efficace e misurato senza mai scadere nel caricaturale, autorevole deus ex machina di tutta la vicenda: ne ha dato ampia prova nel confronto finale chiarificatore con Adina. Di contro il Belcore del basso-baritono Paolo Bordogna sembrava emergere da un fumetto stile anni’30, perfetto nel ruolo attoriale di capomanipolo sbruffone davanti alle donne e arrogante con il debole Nemorino, peccato che il suo di canto risultasse però a tratti un po’ sottotono. Simpatica nel ruolo intrigante di amica di Adina la Giannetta di Mercedes Gancedo nella gestione della scena del pettegolezzo sussurrato. Ma la vera trionfatrice e protagonista della serata è risultata, nei panni di Adina, il soprano australiano Jessica Pratt. In appena 6 mesi si è confrontata con i tre ruoli comici donizettiani, Marie della Figlia del Reggimento a Las Palmas, Norina del Don Pasquale a Bilbao appena due mesi fa, giusto in tempo per indossare i panni di Adina a Barcellona. Si trova perfettamente a suo agio nei ruoli di commedia come se volesse trovare anche dal punto di vista vocale e scenico una nuova dimensione del canto. Delinea una Adina padrona e signora degli eventi, per questo aiutata anche da una regia che la denota come donna consapevole della scelta di accettare la proposta di Belcore. Sebbene cerchi sempre nel corso dell’esecuzione il momento più adatto per emettere la nota più alta possibile, questo non avviene mai per caso.  Se nel primo atto domina una rappresentazione di Adina spensierata e scherzosa nell’atteggiamento di una che sa tenere le distanze con le dovute maniere, nel II atto delinea un personaggio che si assume tutte le responsabilità di una scelta sbagliata dando al personaggio una connotazione più lirica e malinconica che emerge proprio nel momento del confronto /confessione con Dulcamara. Suggestiva e penetrante risulta il duetto finale con Nemorino “Prendi, per me sei libero” con la cabaletta “Il mio rigor dimentica” con la quale Jessica Pratt ha dimostrato al pubblico quello di cui è capace di fare e che le riesce al meglio e con cui ha connotato la sua carriera di cantante d’agilità. Ricorrendo alla pratica in uso delle grandi interpreti di inizio ‘900 che modificavano le arie di maggior impatto vocale e interpretativo, a dimostrazione di quello che erano capaci di fare con la voce, la Pratt ha introdotto variazioni alla cabaletta, rimanendo nella linea di canto impressa da Donizetti, ma arricchendola di terzine, picchettati e agilità che raggiungono il Fa sopracuto. In questo modo, come è sua consuetudine, ha impresso all’esecuzione il suo marchio personale, lanciando sfide vocali lungo il sottile filo delle agilità come uno scalatore in piena ascensione libera. Al pubblico, che nel corso della rappresentazione ha mantenuto un atteggiamento di attesa e quasi di sufficienza, non è restato altro che sciogliersi in una lunga ovazione liberatoria e in una serie di acclamazioni entusiaste decretando il trionfo di una produzione che sarebbe potuto rimanere nel solco della routine.

Il successo suo è stato condiviso da tutti i protagonisti del palcoscenico, dal Coro diretto da Conxita Garcia perfetto nella sua organizzazione, come dall’orchestra nonostante la difficoltà a trovare una sua dimensione sonora. Come in una grande passerella di varietà, Dulcamara ha ripreso, con gran effetto dalla platea, la sua scena del commiato finale, accompagnato dal defluire della compagnia militare guidata dal Belcore, rassegnato per le mancate nozze con Adina ma già compiaciuto per le nuove conquiste amorose, acclamati dal ritmico battito delle mani da un pubblico entusiasta e soddisfatto

Al momento di lasciare il teatro dal pubblico si sono elevate acclamazione al grido di “libertà…libertà” alle quali hanno prontamente risposto “viva el Rey”per non farci dimenticare il momento politico che attanaglia la Catalogna.

Federica Fanizza

(Barcellona, 14 gennaio 2017)

La locandina

Direttore Ramón Tebar
Regia Mario Gas
Scene e costumi Marcelo Grande
Luci Quico Gutiérrez
Adina Jessica Pratt
Nemorino Pavol Breslik
Belcore Paolo Bordogna
Dulcamara Roberto de Candia
Giannetta Mercedes Gancedo
Orquestra Simfònica I Cor del Gran Teatre del Liceu
Maestro del Coro Conxita Garcia

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