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Sei in: Home1 / Recensioni2 / dal Vivo3 / Bassano del Grappa: Marco Angius e la lira spezzata di Orfeo

Bassano del Grappa: Marco Angius e la lira spezzata di Orfeo

Un Gluck rigoroso e allo stesso tempo pieno di fantasia quello proposto da Marco Angius che, alla testa dell’Orchestra di Padova e del Veneto, ha offerto al pubblico bassanese, saggiamente dirottato al Teatro Remondini dal Castello degli Ezzelini con conseguente salvataggio da un temporale che avrebbe guastato la festa.

Orfeo e Euridice è una delle chiavi di volta nella storia del melodramma, segnando un punto di passaggio che lungi dal cancellare quanto è venuto prima apre di fatto la strada ad un concetto nuovo di teatro in musica, fatto di maggior attenzione al testo e alla misura e scevro dagli “eccessi” del Barocco.

In qualche maniera il dettato gluckiano guarda anche al passato, ovvero a quel recitar cantando che fu nucleo primo dell’opera e che ebbe la massima espressione in Monteverdi, ma è la proiezione al futuro a costituire il motivo di maggiore rilevanza.

Tra i miti di Orfeo il libretto del Calzabigi sceglie quello col finale apparentemente lieto, con Euridice resa al suo sposo e l’amore che trionfa sulla morte; eppure siamo sicuri che tutto ciò che accade sulla scena sia reale o che invece, in una visione drammaturgica affatto nuova non si tratti della proiezione dei desideri di Orfeo?

Angius si pone il problema e ne offre una lettura e un’interpretazione, che ci sentiamo di condividere in toto, “contaminando” l’impaginato gluckiano – per altro secondo una tradizione consolidata nel tempo e che vede le rielaborazioni di Berlioz e Liszt – con alcuni inserimenti che, senza snaturarlo, ne pongono in rilievo gli aspetti più intimi.

All’ouverture originale si sotituisce l’Orpheus, prologo che Liszt compose per la prima dell’opera a Weimar nel 1854; il risultato è spiazzante, un monstrum musicale che inizialmente lascia interdetti e che invece si rivela vincente in quanto specimen di come l’eredità di Gluck sia presente in età romantica e quanto sia sentita. Liszt ha la capacità suprema di attingere alla storia per poi renderla contemporanea.

La “danza delle furie” dal Don Juan è cara anche ad altri direttori e conferma che la “tradizione” eletta e colta è degna di essere mantenuta.

Alla nuova morte di Euridice corrisponde l’inserimento della seconda Sequenza di Luciano Berio, ove l’arpa si spezza frantumandosi in mille note frammentarie e aspre, a sottolineare l’incapacità di Orfeo di dar voce compiuta al suo strumento, che qui diventa altro sublimandosi in un fluire convulso di suoni che non trovano via d’uscita in un discorso “compiuto”, rappresentando la vere e più intime sensazioni dell’Ammansitore di belve nel momento della sua sconfitta.

Angius rarefà il suono dell’orchestra riducendolo al suo nucleo essenziale, ricercando il Vero prima del Bello; tempi serrati ma lontani da qualsiasi convulsione e un narrare rapsodico incentrato su scelte dinamiche – e microdinamiche – che si riappropriano dello spazio solitamente concesso agli abbellimenti, divenenedo esse stesse “fioriture”.

In questa ottica Laura Polverelli si rivela – qualora ce ne fosse stato dubbio – protagonista ideale; il suo Orfeo palpita di emozioni trattenute eppure capaci di rivelarsi attraverso un fraseggio essenziale ma ricchissimo. Non c’è parola che non risulti men che meditata e nessun accento che non sia funzionale alla narrazione drammatica.

Brava Michela Antenucci, capace di conferire alla sua Euridice l’evanescenza propria de personaggio, risolvendo con garbo l’aria a lei riservata.

Veronica Granatiero si disimpegna bene nei panni di Amore, di cui coglie acutamente la doppia natura, benigna e irridente.

Ottima la prova del Coro Iris Ensemble, assai ben preparato da Marina Malavasi, ben tornito in tutte le sezioni e capace di plasmarsi duttilmente al dettato musicale.

L’anonimo regista – sulla locandina non compare alcuna indicazione che ne sveli l’identità, come non c’è traccia di quella dell’efferato costumista – confeziona uno spettacolo tutt’altro che indimenticabile: troppo animato per un’esecuzione in forma di concerto ed eccessivamente statico per una rappresentazione scenica.

L’orchestra posta sul fondo del palcoscenico costringe il direttore ad un tour de force non indifferente, ancorché riuscito, per farsi intendere da solisti e coro; ma questo non è l’aspetto peggiore di uno spettacolo che somiglia molto a una recita scolastica.

Il Coro – tanti angioletti di Thun con tanto di parrucche bionde a caschetto e candele stile “Santa Lucia” – è costretto a processioni serpentiformi e poco significative; se non si hanno idee allora è meglio tenere tutti fermi.

Interessanti, di contro, anche se sacrificate dallo spazio ristretto del Remondini, le coreografie di Nicoletta Cabassi incentrate su coppie che si lasciano e si riprendono, ben interpretate dalla Compagnia Lubbert Das.

Pubblico soddisfatto e successo pieno.

Alessandro Cammarano
(14 luglio 2019)

Marco Angius
Marco Angius
Laura Polverelli
Laura Polverelli
Operaestate
Operaestate

La locandina

DirettoreMarco Angius
CoreografieNicoletta Cabassi
Personaggi e Interpreti
OrfeoLaura Polverelli
EuridiceMichela Antenucci
AmoreVeronica Granatiero
Compagnia Lubbert Das
Orchestra di Padova e del Veneto
Coro Iris Ensemble
Maestro del CoroMarina Malavasi

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