Bastone e carota: Hindemith sulla via dell’esilio

Hindemith, Šostakovič, Bartók: solo i nomi più illustri di una schiera di musicisti europei che negli anni intorno al 1935 invase la nuova Turchia di Mustafa Kemal detto Atatürk (“Padre dei Turchi”) in una sorta di colonizzazione consensuale. Il generale che aveva liquidato il decadente impero dei sultani ottomani sentiva il fascino della musica, di cui volle fare uno strumento per la costruzione dell’uomo nuovo secondo i principi del “turchismo” formulati da Ziya Gökalp, l’ideologo del suo movimento. Dopo le riforme costituzionali ecco quelle del costume sociale: nel 1925 sono vietati fez e turbanti, nel 1928 s’impone l’adozione dell’alfabeto latino al posto di quello arabo, nel 1932 Keriman Halis è la prima Miss Mondo turca.

Nel novembre 1934 viene il turno della musica. Dopo un discorso di Atatürk al parlamento, le stazioni radio cessano di trasmettere “musica orientale” nella triplice accezione di musica popolare urbana, musica di corte (divan müziği) e musica devozionale dei dervisci. Anche la vendita dei relativi dischi è vietata. Di fronte alla sorda resistenza del pubblico che corre a sintonizzarsi sulle stazioni arabe, i divieti cominciano a cadere dopo qualche mese, ma il Padre della nazione, detto anche Gāzī (“Il Vittorioso”), non tollera le sconfitte.

Cosa rimproverava alla musica tradizionale del suo paese? Di essere frutto d’influenze cristiano-bizantine, ebraiche e arabo-persiane; quindi “malata”, “triste” e ancor peggio: monotona e monodica. Armonia e polifonia erano invece a suo dire le basi della superiore civiltà occidentale. Bisognava applicarne le procedure al patrimonio del folklore rurale anatolico, così da creare una musica che fosse insieme europea e nazionale, ottimista, fonte di gioia per il popolo. Singolari assonanze fra questo “realismo kemalista” e quanto si andava teorizzando durante gli stessi anni nella Russia dei Soviet o nella Germania in transizione verso il nazismo. Anche nell’Italia mussoliniana, ma quest’ultima pareva troppo compromessa con la tradizione operistica così cara agli ultimi sultani. Alla ricerca di personale tecnico che potesse attuare il loro disegno di sintesi musicale fra Oriente e Occidente, Atatürk e i suoi consiglieri si volsero quindi alla Mitteleuropa; in primo luogo all’Almanya, quella Germania che dopo il 1870 aveva ereditato agli occhi dei Turchi il ruolo di nazione-guida della modernità fino ad allora esercitato dalla Francia.

Fu così che nel 1934 Cevat Dursunoğlu, diplomatico di stanza a Berlino, cercò di coinvolgere Furtwängler nell’organizzazione di un conservatorio ad Ankara. Il grande direttore gli suggerì di rivolgersi a Paul Hindemith, che stava passando un brutto momento dopo il divieto, personalmente decretato da Göring, alla rappresentazione della sua opera Mathis der Maler. A Hindemith non si perdonavano i trascorsi nell’avanguardia espressionista, lo scandalo mistico-erotico della Sancta Susanna (1921) e la collaborazione coi comunisti Kurt Weill e Bertolt Brecht al radiodramma Il volo di Lindbergh (1929). Il Führer in persona, wagneriano e pudibondo com’era, lo aveva preso in odio dopo aver assistito a una recita di Neues vom Tage (1929), dove un soprano in calzamaglia rosa cantava le lodi dell’acqua crogiolandosi nella vasca da bagno. Il libretto del Mathis gettò olio sul fuoco: rievocare un falò di libri eretici nella Germania di Lutero pareva un’ennesima provocazione appena un anno dopo gli analoghi roghi delle Sturmabteilungen naziste. Questo Hindemith, autore di cori religiosi cristiani su versi di Rilke, aveva sposato Gertrud Rottenberg, figlia di un direttore ebreo, e nel 1933 aveva cercato d’invitare un incredulo Alban Berg a coprire una cattedra di composizione a Berlino. Era un ingenuo che non capiva nulla di politica, come sosterrà decenni più tardi il suo ex amico Adorno, oppure un subdolo frondista da silenziare?

Mentre la stampa già parlava di un “caso Hindemith”, due scuole di pensiero si affrontarono ai vertici del regime. Il dottrinario Rosenberg era per il bando immediato, mentre il pragmatico Goebbels, dopo averlo denunciato in pubblico come “rumorista atonale”, lo riteneva ancora capace di emendarsi scrivendo “buona musica tedesca”. Prevalse l’opzione di metterlo alla prova mandandolo in Turchia come fiore all’occhiello del germanesimo, e da quel momento cominciò per Hindemith una strana doppia vita: reietto in patria, osannato e ben pagato all’estero.

Dopo tre giorni di treno, il 4 aprile 1935 Hindemith e Frau Gertrud scendono all’İstanbul Palas Otel di Ankara, capitale della solitudine progettata da architetti germanofoni su un altopiano deserto spazzato dal vento, un cantiere di 30mila abitanti in gran parte analfabeti. Di là, passato in rassegna lo stato delle istituzioni musicali, partono per un giro esplorativo che tocca Istanbul, Smirne e le regioni dell’interno anatolico. Nel complesso — interrotto da lunghe licenze in patria e apparizioni a Londra (Trauermusik per le esequie di Giorgio V) e Venezia (Festival internazionale di musica) — il contratto con Ankara impegnò Hindemith fino all’autunno del 1937.

L’esito dei suoi sforzi si racchiude in tre corposi rapporti annuali indirizzati al Ministero dell’istruzione, dove si delineano i piani di studio per un conservatorio gratuito, un istituto pedagogico di base, una facoltà di arti rappresentative. Cori popolari e studi di registrazione completavano il quadro. Seguendo i suoi consigli, i tre istituti cominciarono ad operare nel 1936 sotto la direzione di Carl Ebert, un attore ebreo profugo dalla Germania, entro un un unico edificio: il Conservatorio di Ankara, o meglio Hacettepe Üniversitesi Ankara Devlet Konservatuvarı. Un palazzone in forma di pianoforte a coda situato nel sobborgo di Mamak, dove gli allievi — parzialmente reclutati in orfanotrofio — non pagavano tasse; anzi erano riforniti di vestiario, biancheria e argent de poche. L’ex docente Bediz Koçak ne ricorda i tempi d’oro, protrattisi fino agli anni Sessanta: “Tutto era gestito con artistica delicatezza. I nostri pasti erano serviti da camerieri su piatti di porcellana e tovaglie bianche. Gl’insegnanti ci seguivano come padri e madri”.

Sotto l’influenza congiunta di Ebert e Hindemith, il corpo docente si riempì ben presto di elementi ebraici, così come già era accaduto per l’Opera di Stato e l’Orchestra sinfonica presidenziale. Nelle sue corrispondenze a Berlino Hindemith si atteggiava invece a patriota: metteva in guardia contro la concorrenza sovietica, sottolineava i propri meriti nel radicamento dell’influenza tedesca in Turchia e perfino nella promozione dell’export nazionale (13000 lire turche, pari a 26000 Reichsmark, di nuovi strumenti fatti ordinare in Germania).

Ma i lupi da guardia del regime vigilavano. Quando nel 1936 un certo Lohmann, cantante bocciato a un’audizione, accusò Hindemith di “ingaggiare per Ankara soprattutto musicisti non ariani”, i “saluti tedeschi” di cui il compositore guarniva le lettere ufficiali non bastarono più. Nulla gli valse il giuramento di fedeltà al Führer, reso obbligatorio per tutti i pubblici impiegati; e poco gli servì la commissione di una marcia per la Luftwaffe, offertagli a mo’ di magro compenso dallo stesso Göring. Dopo la carota scoccava ormai l’ora del bastone: divieto di esecuzione per le sue musiche, dimissioni forzate dalla cattedra presso la Musikhochschule berlinese, annuncio della sua inclusione nella mostra “Musica degenerata” di Düsseldorf: ai primi del 1938 Hindemith è un uomo distrutto. Al Ministero turco che lo pregava di riprendere il lavoro interrotto comunicò con rincrescimento la propria decisione di “abbandonare Berlino per sempre”. Nel marzo del 1939 confessava alla moglie il proprio stato d’animo: “Mi rivedo sempre come quel topo che ballava a cuor leggero davanti allo sportello della trappola, e ogni tanto ci entrava pure; mentre per caso ne stava fuori, ecco che lo sportello si è chiuso!” Prima meta dell’esilio la Svizzera, seguita due anni dopo dagli Stati Uniti dove lui e Gertrud otterranno la cittadinanza nel 1946.

Carlo Vitali

 

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