Bayreuth: un viaggio nel Ring
Ritorno al Ring
«Le idee contenute nell’opera di Wagner restano valide perché sono eterne, perché sono umane».
(Wieland Wagner)
Wotan danza. Esuberante, edonista e incosciente, il marito divino di Fricka si arrampica leggero sulla balaustra di vetro del suo palazzo di lusso, inconsapevole di correre verso la rovina. Nel finale del filigranato e luminoso arcobaleno di Rheingold, il dongiovanni squattrinato ha ancora motivo di ridere. E lo fa con esuberanza maligna. Non sa ancora che sul suo clan da multimilionari si stanno abbattendo catastrofi devastanti – umane, fin troppo umane.
Noi invece lo sappiamo: nelle grida lancinanti «Rendici l’anello!» delle Figlie del Reno, nell’apocalisse finale del Götterdämmerung, intuiamo che è già troppo tardi. Puro pessimismo! Schopenhauer incombe: e qui, la speranza non è affatto l’ultima a morire. Ma ricominciamo dall’inizio. Rapido e secco, come in un racconto per immagini accelerato: la saga di una famiglia disfunzionale che ogni generazione costringe a rivivere i conflitti degli antenati. Benvenuti alla maratona in serie del Ring des Nibelungen firmata da Valentin Schwarz, con le scene di Andrea Cozzi e i costumi di Andy Besuch. Nel quarto e ultimo ciclo, il regista mette l’accento con forza sulla “giustizia generazionale” e sui conflitti tra padri e figli.
Le immagini si imprimono con vividezza: scorci che tratteggiano i percorsi esistenziali dell’ensemble del Ring. Libere invenzioni teatrali in dialogo con il testo wagneriano.
L’antefatto di Rheingold si apre con un video: dal Mi bemolle primordiale che ribolle nel golfo mistico emerge un grembo materno con due feti, Wotan e Alberich. Bene e male si incontrano già nell’utero.
Un cordone ombelicale li lega indissolubilmente, uguali nella brama di potere. Alberich rinuncia all’amore; Wotan, boss di clan, manipola tutti e fallisce come padre degli dèi. Da Erda genera otto figlie, sempre in cerca di un erede potente: fallirà anche lì. Figura moderna, Wotan somiglia a un antieroe televisivo, logorato da vuoto interiore e disperazione, che aspira solo alla fine. Errante e solitario, attraversa Siegfried e Götterdämmerung come un sopravvissuto.
Fricka, consorte trascurata, costruisce un proprio impero di lusso e, non avendo dato figli, diventa per Wotan indesiderabile: ciò la indurisce, trasformandola in un’aristocratica sarcastica.
Emblematica la scena conclusiva della Walküre: Wotan, impotente e distrutto, ha eliminato con la propria mano Siegmund, l’erede sperato. Fricka trionfa: il carrello con champagne e candela è simbolo di quel rogo che circonda Brünnhilde, anch’ella perduta. Una scena potente, di grande forza teatrale.
Il racconto fatale
Nel cuore del ciclo, Siegfried, la speranza sembra riaccendersi. Il giovane cresce in un seminterrato della Villa Valhalla, allevato dall’umiliato Mime. Attorno, parenti corrotti, mafiosi e avidi, un clan in cui il vero “anello” è rappresentato dai figli: materia prima da manipolare, pedine di potere. Tutto è lotta di eredità, sopraffazione e violenza. Siegfried, che non imparerà mai la paura, sposa Brünnhilde per poi tradirla, fino alla morte e al suicidio finale di lei, tra le rovine arrugginite della piscina di Valhalla. Nessun futuro per nessuno.
Voci e presenze sceniche
Dal Rheingold in avanti, il livello interpretativo è altissimo. Tomasz Konieczny, Wotan errante e tormentato, attraversa le catastrofi interiori con presenza scenica magnetica, mentre Olafur Sigurdarson delinea un Alberich aspro, implacabile, assetato di vendetta. Christa Mayer scolpisce una Fricka di amara eleganza, voce piena e intensa. Christina Nilsson, Freia, dona smalto luminoso a un personaggio reso fragile fino all’estremo. Daniel Behle, Loge ironico e insinuante, brilla per intelligenza musicale.
Tra le figure centrali della Walküre, Michael Spyres (Siegmund) unisce passione e chiarezza, accanto a una Jennifer Holloway (Sieglinde) di struggente lirismo. Vitalij Kowaljow impersona un Hunding cupo e minaccioso.
Nel Siegfried, Ya-Chung Huang offre un Mime di rara dignità teatrale, Tobias Kehrer un Fafner possente e sinistro, Victoria Randem un Waldvogel luminoso. Catherine Foster regala a Brünnhilde eroismo e credibilità, mentre Klaus Florian Vogt conferma con la sua voce unica lo statuto di “vero” Siegfried, accolto da applausi travolgenti.
Non mancano le presenze corali di fascino: le Figlie del Reno (Konradi, Skrycka, Reinhold) e le Walkirie (Ionis, Herbert, Plummer, Mayer, Müllertz, Beinart, Woodward) completano il quadro vocale.
Simone Young guida l’orchestra con calma lucidità, tessendo la trama dei Leitmotive con chiarezza e senza sovraccaricare, lasciando spazio agli interpreti per scolpire i loro ruoli.
Epilogo
Quindici ore di teatro, in quattro parti: un Ring seriale, plasmato secondo lo spirito del nostro tempo. Alla prima piovvero fischi, oggi resta un’opera con la sua patina, destinata a chiudersi quest’anno a Bayreuth. Schwarz ha offerto proposte, non tutte accolte, ma che riflettono lo spirito laboratoriale del Festival dal 1876. Il dialogo con il presente resta il cuore del Ring.
Nel 2026, anno del 150° anniversario, sarà Christian Thielemann a dirigere il nuovo Ring: tra intelligenza artificiale e realismo, Bayreuth si prepara a celebrare se stesso e Wagner. Un appuntamento che già si annuncia come una nuova, radicale avventura wagneriana.
Barbara Röder


Lascia un Commento
Vuoi partecipare alla discussione?Sentitevi liberi di contribuire!