Berlino: la Dama di Petrenko trionfa alla Philharmonie

Kirill Petrenko sta guidando da anni ormai i suoi Berliner Philharmoniker in uno scavo del repertorio operistico (di cui è esperto) e in particolar modo russo (di cui è espertissimo). Non sorprende dunque vedere la Dama di Picche di Čajkovskij in programma a Baden Baden e replicata in due date alla Philharmonie di Berlino il 21 e il 24 aprile, in forma di concerto. Né sorprende, a onor del vero, l’essere sbalorditi dalla qualità dell’ultima recita, il 24. I Berliner e Petrenko hanno raggiunto in questi ultimi anni un livello di affiatamento e di identità che si è nutrita di tappe ben congeniate. Il direttore ha gradualmente espanso il repertorio della sua orchestra, al contempo però mostrando con chiarezza gli autori su cui lui si sente più a suo agio. Da questa operazione hanno particolarmente beneficiato i compositori russi e il primo Novecento mitteleuropeo. La Dama di Berlino non ha fatto eccezione.

Il Čajkovskij di Petrenko è difatti subito diventato di riferimento. La sua incisione della Sesta Sinfonia con i Berliner Philharmoniker (ma meglio ancora quella della Quinta) è presto divenuta celebre. Nel 2019 ebbi la fortuna di poter ascoltare dal vivo la sua Quinta a Baden Baden e ricordo ancora l’abilità nel fondere abbandono lirico e controllo maniacale, con stravolgimenti sonori subitanei che avevano del miracoloso. Ebbene, pur con le dovute differenze dovute al repertorio, non si può che rinnovare questa sensazione per la Dama di Picche. Petrenko tende i suoi Berliner come la corda di un arco, da cui il direttore siberiano scocca i suoi dardi senza sosta. Ogni gesto è un fraseggio, un colore, un attacco, una dinamica, niente è sprecato e il controllo del direttore sull’orchestra rasenta la totale identità tra gesto e suono, che chiami il più appassionato fortissimo o il più flebile pianissimo. Interessante però è notare un certo pudore di Petrenko quando Čajkovskij sprofonda nella malattia del gioco. Tutta l’opera è disseminata di piccoli incisi, spesso ripetuti ossessivamente come un meccanismo infernale, evocazione spettrale della malattia per il gioco d’azzardo che arriva a dominare Hermann, l’infelice ufficiale. Laddove altri direttori attingono a piene mani da questo Čajkovskij ossessivo, malato, turbato, Petrenko sceglie un approccio più freddo, risolvendo tutti quei piccoli incisi in un precisissimo e geniale congegno.

La cosa mi è parsa di particolare interesse anche in quanto tutto si può dire di questa Dama tranne che fosse fredda. Le effusioni liriche e appassionate erano tese e vibranti, il dramma del rapporto tra Liza e Hermann bruciava d’urgenza patologica. In quest’opera sono presenti, di fatto, due grandi blocchi: da un lato l’amore, dall’altro il gioco. A vincere è il gioco, lo sappiamo, ma la visione di Petrenko sembrava dirci un’altra cosa. Quando la vicenda si spostava sullo scavo psicologico di Liza o sui rapporti tra lei e Hermann, Petrenko e i Berliner palpitavano di passione umana. Quando invece ad essere al centro era il gioco (e i personaggi ad esso connessi, come la Contessa) i musicisti non riuscivano a scaldarsi. In questo non ha aiutato il cast, senza dubbio ottimo ma con delle importanti differenze. Partiamo proprio dall’Hermann di Arsen Soghomonyan.

La parte di Hermann, lo sappiamo, è difficilissima. Il tenore è spinto verso una tensione sempre più asfissiante man mano che l’opera prosegue ed Hermann è presente in scena per una gran parte dell’intera opera. Il terzo atto, in particolare, è un tour de force: Hermann e il fantasma della Contessa, Hermann e Lisa, Hermann al Casino. Soghomonyan è riuscito nella prima e più complessa impresa, arrivare alla fine. L’intonazione è stata ben stabile, la voce forte non si è fatta coprire, buono il carattere, il tutto al netto di un timbro non felice, su cui si potrebbe glissare se il tenore fosse riuscito a dare un ritratto più sfaccettato di Hermann. Anche lui, come Petrenko, non ha mai fatto sprofondare il proprio personaggio nella malattia del gioco d’azzardo, con il risultato che ci si chiedeva legittimamente per quale ragione Hermann non decidesse semplicemente di fuggire con la bellissima Liza. Questa sensazione era ancora più rafforzata dall’interpretazione di Elena Stikhina, che ha reso una Liza appassionatissima e intensa, con voce meravigliosa, piena e morbida. Ci sono stati solo due momenti di difficoltà su uno dei passaggi che unisce potenza e passaggio al registro acuto, nel temibile duetto del terzo atto, in cui la cantante non è riuscita a mantenere il totale controllo sulla propria voce. Per il resto, una Lisa veramente splendida, anche nella recitazione che pur se ridotta dalla versione concertante riusciva a delineare con sicurezza il personaggio.

Stesso discorso lo potrei fare per la Polina di Aigul Akhmetshina. Polina non ha un grande ruolo, purtroppo, ma è bastato il secondo quadro del primo atto per rapire completamente il pubblico della Philharmonie. Dopo il dolcissimo duetto con Lisa, eseguito da entrambe con splendida fusione vocale, il Lied di Polina è riuscito a trovare quel senso di intima mestizia che di fatto prefigura il tragico esito della vicenda. E come non menzionare il meraviglioso passaggio alla danza russa, con il coro? Sono bastati tre gesti, due fruscii di gonna e un incredibile carisma per tratteggiare subito l’ondivago carattere della fanciulla, pronta a scacciare la malinconia con l’insopprimibile frenesia della musica popolare russa. Decisamente meno convincente la Governante di Margarita Nekrasova, che pur partecipando con poche frasi è parsa molto in affanno. Né sono stato convinto dalla Contessa di Doris Soffel. Il ruolo, affascinantissimo, è adatto anche alle voci più logore, purché riescano a rendere l’asprezza della vecchiaia vissuta come strascico di una gioventù rimpianta. Soffel ha certamente un timbro potenzialmente acidulo e tagliente che ben si confà, ma mancava di anziana gravità, specie quando si spingeva più in basso, e non è risultata chiara l’idea di fondo del personaggio. Buono lo Eletskij di Boris Pinkhasovich, dal bel timbro, ma senza riuscire a scaldare una sostanziale freddezza che ha reso poco credibile sia il suo accorato appello a Liza, sia il desiderio di vendetta su Hermann.

Meraviglioso il Tomskij di Vladislav Sulimskij, che già si era distinto nel Mazeppa di Čajkovskij proposto proprio dai Berliner quest’anno. Il baritono ha cantato con voce piena e grandissimo carisma, restituendo al pubblico un Tomskij ironico fino al sarcasmo, perfettamente a suo agio con i più gretti ufficiali e giocatori, incapaci di comprendere l’animo di Hermann. Ufficiali e giocatori ottimamente interpretati da Yevgeny Akimo (Čekalinskij), Anatoli Sivko (Surin), Christoph Poncet de Splages(Čaplitskij) e Mark Kurmanbayev (Narumow). Buona la prova del Coro Filarmonico Slovacco, solido e squadrato, spesso però in difficoltà proprio quando si trattava di passare dalla compattezza (intima o maestosa che fosse) ad una varietà emotiva. Le parti del coro non sono enormi in quest’opera, ma più volte si sarebbe desiderata una minore inflessibilità che sapesse fondersi con i colori dell’orchestra.

Orchestra che ha scelto un approccio senza dubbio sinfonico, con il suono massiccio e squadrato fa parte dell’identità dei Berliner. Tuttavia Petrenko vi ha aggiunto la sua consumata esperienza di direttore d’opera e magicamente anche i potenzialmente pachidermici Berliner riuscivano a calibrare millimetricamente ogni massa sonora così da non ostacolare mai la voce. Solo quando la drammaturgia lo chiedeva l’orchestra sommergeva i cantanti, assumendo spesso il ruolo del destino che, spesso autoinflitto, schiaccia fatalmente i personaggi dell’opera. Da questo approccio sinfonico, ha tratto grandi benefici anche il balletto. Il lungo divertissement del secondo atto è riuscito a convincere, senza dubbio anche per l’ottima prova di Stikhina, Akhmetshina e Sulimkij, che usciti dai loro ruoli si sono ritrovati Chloé, Daphnis e Plutone, cantando e recitando con evidentissimo divertimento. Molto spesso questo momento viene visto come un difficilmente sopportabile intermezzo, dalle sfumature un po’ kitsch e fondamentalmente tagliabile. Per una volta, lo si sarebbe voluto riascoltare dall’inizio alla fine tutto di fila.

La serata si è conclusa insomma in un trionfo, con parte del pubblico fermatasi ad applaudire energicamente anche quando l’orchestra era già uscita e le luci accese, costringendo Petrenko a tornare in sala a prendersi le sue ovazioni e chiamare infine tutto il cast di nuovo sul palco per un giusto saluto a questa splendida produzione.

Alessandro Tommasi
(24 aprile 2022)

La locandina

DirettoreKirill Petrenko conductor
Personaggi e interpreti:
HermannArsen Soghomonyan
Conte TomskiVladislav Sulimsky
Principe YeletskyBoris Pinkhasovich
La ContessaDoris Soffel
LisaElena Stikhina
PolinaAigul Akhmetshina
Tschaplitzki Christophe Poncet de Solages
GovernanteMargarita Nekrasova
SurinAnatoli Sivko
Tschekalinski Jevgenij Akimov
NarumowMark Kurmanbayev
Un RagazzoManuel Habermann
Berliner Philharmoniker
Coro Filarmonico Slovacco
Cantus Juvenum Karlsruhe

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