Bolzano e il Busoni: reportage da un concorso

La sessantunesima edizione del Concorso Busoni è stata quella che mi ha riservato più sorprese. Questo articolo, che sancisce la mia prima collaborazione per Le Salon Musical, ripercorrerà le vicende del mio amato concorso bolzanino, facendo il punto delle pagine di Diario dal Busoni che ho tenuto per La Campana dello Zio Tom, il mio piccolo blog personale.

Dopotutto un concorso pianistico, specie se di un livello simile al Busoni, è uno di quegli eventi che creano  clamore e discussione, quindi quale occasione migliore per questo salotto musicale? Ed infatti in molti hanno animatamente conversato dei risultati del concorso, che ha visto il primo posto assegnato al croato Ivan Krpan, un concorso che mantenendo fede alla propria natura ha dato molto da discutere fin dalla semifinale, attraverso alcune scelte della giuria che in molti non si sono riusciti a spiegare. Mi sento di mettere da subito le mani avanti, tuttavia, e rimarcare come quasi mai come quest’anno il chiaro indirizzo espresso dalle decisioni della giuria sia per me messaggio di una visione molto chiara delle cose e un parere da rispettare pienamente. Ma non per questo necessariamente concordare!

Le Semifinali solistiche hanno sancito un buon livello di partenza, anche merito della scelta di porre come prima selezione la visione di un DVD per gli oltre trecento iscritti. Solo centotré hanno potuto presentarsi alle Preselezioni e di questi solo ventiquattro sono stati ammessi alle Semifinali, con l’aggiunta di fino ad un massimo di tre vincitori di concorsi appartenenti alla Fédération Mondiale des Concours Internationaux de Musique. Un po’ di ritiri sono naturali, dunque a questa edizione hanno partecipato giusti giusti ventiquattro pianisti. Dalla prima selezione per le Finali solistiche, dodici su ventiquattro, è emersa anche l’assennatezza della giuria. Questa prima selezione, tuttavia, ha visto l’eliminazione di Yuka Morishige e Maddalena Giacopuzzi, due pianiste le cui prove mi avevano fatto ben sperare. La pianista giapponese si era distinta per una splendida chiarezza e capacità di variare il proprio suono, riuscendo a trovare un carattere personale e interessante sia per l’Indianisches Tagebuch n. 1 di Busoni che per la Sonata in la maggiore D 664 di Schubert (forse un po’ troppo pedalizzata) e la Sonata n. 4 di Prokofiev, dall’ottima tessitura polifonica. La pianista italiana, invece, aveva avuto modo di mostrare la propria cura per il suono ed i registri nella Toccata e Fuga in do minore BWV 911 di Bach e la maturità espressiva assolutamente convincente della Sonata n. 3 di Chopin. Dal finale di Chopin alle avventate Variazioni su un preludio di Chopin di Busoni (piaga d’Egitto delle Semifinali), purtroppo, la stanchezza ha avuto la meglio e la prova è risultata meno convincente. Ma seguirò con grande interesse i percorsi artistici di entrambe.

Dalle Finali solistiche i due grandi esclusi sono stati Leonora Armellini e Julius Asal. Quest’ultimo si era distinto in una Semifinale assolutamente fantastica per musicalità e grande potere immaginifico. La sua Sonata D 664 e il suo Indianisches Tagebuch (come Yuka? Quante possibilità c’erano che succedesse? Nessuno fa mai l’Indianisches Tagebuch di Busoni!) mi rimarranno ben impressi e fanno ben sperare nella crescita di questo pianista ventenne. La sua Finale solistica, purtroppo, è stata meno soddisfacente a causa di diverse scivolate, in primis nella impegnativa Ciaccona di Bach/Busoni. La dimostrazione, come per altri prima di lui, che la scelta del brano sbagliato può bloccare l’ascesa in un concorso. Per Leonora Armellini è difficile però dare una risposta. Ad un’ottima prova di Semifinale è seguita una prova di Finale praticamente perfetta da un punto di vista tecnico. Musicalmente anche eccellente, le uniche motivazioni pensabili sono il carattere eccessivamente romantico della Sonata n. 28 op. 101 di Beethoven, soprattutto nel primo movimento, e il suono sempre bello ma meno imponente di quello dei suoi colleghi: c’è da dire che con le sue caratteristiche pianistiche avrebbe fatto una Finale di musica da camera veramente fuori scala. Un’occasione sprecata, che però può tranquillamente aver avuto queste motivazioni: la stessa Mari Kodama, Presidentessa della Giuria, mi ha confermato in un’intervista quanta attenzione venga data al suono capace di riempire anche le sale più grandi, esigenza motivata dalle tournée e dai concerti offerti ai primi arrivati del Concorso. Ma la qualità premia sempre e i due pianisti hanno davanti a sé una carriera veramente interessante e capace di aprire sguardi assolutamente unici sui loro repertori prediletti. Una menzione va anche all’americano Larry Weng, che mi aveva veramente convinto nella Semifinale solistica per una taurina eppure intensamente lirica esibizione delle Ballate op. 10 di Brahms, ma che non è riuscito a offrire la stessa solidità nel round successivo, nonostante gli interessanti spunti della Sonata n. 7 di Prokofiev.

I sei Finalisti si sono poi cimentati nella prova di musica da camera, collaborando con l’ottimo Quartetto di Cremona che, in un moto di rimembranza barocca, ha deciso di suonare in piedi (violoncellista escluso, s’intende). Da questa prova avrei fatto proseguire Eunseong Kim, che pur avendo fatto una Semifinale tra le più pestate di cui abbia memoria e una Finale di musica da camera non sufficiente per il rapporto con il Quartetto, aveva fatto una Finale solistica di tale splendore tecnico e interesse interpretativo che faceva davvero ben sperare. La sua Sonata n. 32 op. 111 di Beethoven non sembrava davvero il prodotto di un musicista appena ventenne e la sua Sonata n. 5 op. 53 di Skrjabin è stata tra le più convincenti che abbia sentito eseguite dal vivo. Ma la musica da camera non perdona e la necessità di relazionarsi con dei musicisti nuovi mostra con efferata chiarezza la capacità di un musicista di adottare un respiro musicale autonomo. Arrivati a questa penultima fase, poi, il livello era altissimo. L’interessante musicalità ed eleganza di Xingyu Lu, unita ad un ottimo dominio tecnico ed un certo gusto per il pericolo (presentarsi in prima prova con tutti gli Studi op. 25 di Chopin? Seriamente?) è purtroppo rimasta esclusa per le sue difficoltà di relazione con il Quartetto, difficoltà che hanno bloccato anche l’ottimo Dmytro Choni, fra i concorrenti più solidi del concorso, del quale sarei stato estremamente curioso di sentire il complesso universo sonoro del Concerto n. 5 di Prokofiev.

Così, attraverso questo percorso per esclusi, siamo infine giunti ai primi tre. Durante il concorso è stato sorprendente vedere l’evoluzione di Jaeyeon Won, secondo classificato e vincitore del Premio del Pubblico, che dopo una Semifinale solistica un po’ abbozzata, si è distinto per una Sonata n. 7 di Prokofiev veramente unica fin alle prime note: sfida ardua in un brano così inflazionato in concorsi e programmi da concerto. Il suo Quintetto n. 2 op. 81, poi, è stato il brano a mio avviso meglio riuscito e meglio curato della Finale di musica da camera (affermazione che posso fare da un punto di osservazione particolare, quale il seggiolino del voltapagine). Meno riuscita la sua Finalissima, con un Quarto di Beethoven interpretato con l’interesse e la maturità proprie di questo pianista, ma dalla brutta tendenza a correre e mangiarsi diversi passaggi tecnici, rendendo ancora più complesso l’insieme con la già instabile Orchestra Haydn diretta da Arvo Volmer. Favorita per la Finalissima fin dalla sua Semifinale solistica, Anna Geniushene ha avuto delle titubanze solo nel Quinto Concerto beethoveniano, affrontato con carattere severo e fiero, ma purtroppo inchiodato a terra a causa di stanchezza e tensione. Un gran peccato, visto l’interesse che avevano destato i suoi Phantasiestücke op. 111 di Schumann e le splendide Études-tableaux op. 33 di Rachmaninov, oltre ad una Sonata n. 8 di Prokofiev che non esiterei a definire monumentale. Per lei terzo premio, Premio della Junior Jury (una giuria di cinquanta giovani studenti di pianoforte delle scuole altoatesine: sì è carinissima), e Premio del Quartetto (dato dal Quartetto di Cremona al pianista con cui si era trovato meglio e meritatissimo dalla pianista russa per l’incredibile attenzione data ai musicisti). Infine il vincitore, Ivan Krpan. La sua Semifinale solistica è stata veramente notevole, sebbene un po’ dominata da un approccio puramente virtuosistico e timbricamente povera (caratteristiche poi ricomparse ad ogni prova), ma ha stupito il vederlo passare nei primi sei dopo i pesanti vuoti e il carattere spropositatamente pestato nella Sonata n. 2 di Chopin. Sono rimasto abbastanza sorpreso anche di vederlo passare nei primi tre, dopo un Quintetto di Brahms tecnicamente notevole, ma senza alcun approfondimento interpretativo. Il suo Imperatore, tuttavia, è stato il momento più convincente della Finalissima, grazie al suono pieno e brillante (seppure bloccato e irrigidito nei tentativi di ingrandirlo) e ad una tenuta tecnica e mentale veramente fuori dall’ordinario.

Devo ammetterlo, con queste premesse non sarei stato dell’opinione di affidare il Primo premio, ma la giuria ha scelto di riconoscere il talento e le interessanti prospettive di questo ventenne pianista croato, cui ora auguro di saper proseguire con una propria crescita musicale e tecnica, destreggiandosi negli importanti concerti con cui si confronterà nei prossimi anni.

Alessandro Tommasi

(Bolzano, 1 settembre 2017)

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