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“Cantiere all’Opera” celebra Lina Bruna Rasa

Ci sono personaggi che il mondo dell’opera ha quasi dimenticato. Lina Bruna Rasa, il soprano di Padova, che Arturo Toscanini apprezzò e fece debuttare alla Scala e Pietro Mascagni sostenne, volle come prima interprete del suo Nerone e considerò la più grande Santuzza da lui mai ascoltata, è uno di questi. Una vita straordinaria e triste, la sua, consumata fra le ribalte dei teatri più importanti che la applaudirono nei giorni del successo per poi escluderla dallo star system e relegarla, quando il male prese il sopravvento, a un’attività intermittente e poi all’oblio.

La malattia che minò la vita e la carriera di Lina Bruna Rasa è la più melodrammatica fra tutte, la follia. Non è un caso quindi se Passione e follia è stato il titolo della commemorazione-concerto che l’associazione Cantiere all’Opera della sua Padova le ha dedicato qualche giorno fa al Teatro Barbarigo. Un omaggio all’artista, nata nel 1907 che ebbe una carriera sfolgorante vissuta sui palcoscenici più importanti fino al suo trentacinquesimo anno d’età. Poi il lento declino, la depressione, i tentativi di Pietro Mascagni e Arturo Toscanini di riportarla alla ribalta, fino alla follia che invase la sua mente e avvelenò la sua esistenza; morì nel 1984, in un ospedale psichiatrico di Cernusco sul Naviglio dove trascorse gli ultimi anni di vita.

Come dire una vita da Primadonna che è già un melodramma e che ha molto colpito un’altra Primadonna, Mara Zampieri, padovana anche lei e Presidente e anima dell’associazione Cantiere all’Opera che alla Rasa ha attribuito, alla memoria, il Premio Arrigo Boito 2018. In effetti, con un’opera di Boito Lina Bruna Rasa si presentò per la prima volta sul palcoscenico, a Genova: fu Elena nel Mefistofele, un personaggio che nel primo decennio della carriera le permise di farsi conoscere anche a Torino, a Treviso, alla Scala dove debuttò nel 1927, quindi a Firenze e a Bergamo.

E’ stato il caso che ha portato Federico Vazzola, regista, prossimamente impegnato a Palermo e all’Opera di Sofia, al cimitero di Cernusco dove notò la piccola lapide che ricordava la storia di Lina Bruna Rasa e ad approfondirne la vicenda con letture e ascolti: “il primo” racconta “fu proprio un brano dal Mefistofele di Boito”. La decisione di creare una comunità su Facebook dedicata alla grande dimenticata fu rapida e da lì giunsero, da tutto il mondo, contributi e ricordi. L’amministrazione di Cernusco si disse disponibile a creare qualcosa nel nome di Lina Bruna Rasa, ma non mantenne la parola. Furono raccolte delle firme che Vazzola consegnò al Sindaco di Padova chiedendo che la città ricordasse la sua grande artista. Non ha avuto risposta. Ora il testimone è passato a Mara Zampieri che, durante lo spettacolo evento inserito nella sesta stagione del Cantiere all’Opera, ha anticipato di aver preso contatti con l’amministrazione di Padova affinché alla Rasa sia intitolata una via cittadina.

Nel frattempo a Federico Vazzola si è rivolto lo storico del teatro Adriano Orlandini da Cento che già ha dato alle stampe un prezioso volume su Gaetano Bavagnoli il direttore d’orchestra emiliano che fu mentore, maestro e compagno della primadonna e che ora sta preparando una biografia di Lina Bruna Rasa. Ne ha anticipato il progetto, cui darà il suo contributo psichiatrico Paolo Crepet, nel corso della bella serata padovana che è terminata con un recital del soprano Charlotte-Anne Shipley, già protagonista di Suor Angelica nella scorsa stagione di Cantiere all’Opera.  La giovane artista inglese ha interpretato alcune pagine del repertorio della Rasa accompagnata al pianoforte da Dragan Babic, con la regia di Alessandro Bertolotti.

Ma, per tornare a Lina Bruna Rasa, la sua prima apparizione fu alla Fenice, in concerto, e il primo brano con cui si presentò al pubblico fu “Suicidio!” da La Gioconda di Ponchielli: aveva diciassette anni. A Padova aveva studiato con i maestri Palumbo e Tabarin. A Milano si perfezionò con Manlio Bavagnoli, il padre del direttore d’orchestra.

La sua prima Cavalleria rusticana la cantò a Losanna dopo una stagione di successi al Teatro Reale dell’Opera del Cairo.

Toscanini, dopo averla diretta nel Mefistofele, la confermò subito per la stagione successiva in cui fu Dolly nello Sly di Wolf Ferrari accanto a Pertile, e Maddalena nell’Andrea Chénier sempre con Pertile e Galeffi.

All’estate del 1928 risale il suo primo incontro con Mascagni. Avvenne a Venezia dove in Piazza San Marco il Carro di Tespi Lirico rappresentò la Cavalleria sotto la direzione dell’autore che subito la volle in Isabeau a Livorno.

Qui si manifestarono le prime avvisaglie del male e Lina Bruna Rasa non fu in grado di sostenere quell’impegno. Più che una vera e propria follia, quella di Lina Bruna Rasa – ha anticipato Orlandini – era una sorta di schizofrenia. In palcoscenico era un’interprete di grande temperamento, poi, quando la musica non sosteneva la sua mente, viveva in uno stato quasi catatonico. Ciò non le impedì, nel 1929, di interpretare La Gioconda e l’unica Margherita del Mefistofele della sua carriera a Nizza.

Nel 1930 fu Loreley di Catalani alla Scala e, a Livorno, Mascagni la presentò in un’altra opera sua Zanetto. Mentre le depressioni si facevano più frequenti debuttò a Palermo nel 1932 con La forza del destino e all’Arena di Verona fu al centro di un cast stellare per L’Africana di Meyerbeer.

Isabeau fu recuperata a Como, complice Mascagni, e con Aida Lina Bruna Rasa si presentò all’Arena di Pola, al Regio di Parma e al Liceu di Barcellona. Nel 1935 fu Atte nel Nerone di Mascagni alla Scala accanto a Pertile, Granforte, Pasero e a Margherita Carosio.

La leggenda vuole che nel 1937 Lina tentasse il suicidio gettandosi nella buca d’orchestra durante una rappresentazione di Cavalleria. Poi le apparizioni si fecero sempre più sporadiche, ma fu comunque in grado di debuttare alla Fenice in Tosca nel 1939 e di partecipare nel 1940 all’incisione EMI di Cavalleria rusticana con i complessi della Scala diretti da Pietro Mascagni. In quell’occasione fu partner di Gigli, Bechi e Giulietta Simionato che andò spesso a visitarla negli anni dell’oblio.

Nelle sue Voci parallele Giacomo Lauri Volpi ricorda il lavoro comune alla Scala nel Guglielmo Tell di cui nel 1930 si celebrava il centenario.

Il suo caso scrive il celeberrimo tenore-scrittore è forse unico nel teatro lirico che di Lina riscontrò l’alienazione intermittente e drammatica e il mutismo fuori dal palcoscenico. Ciò non le impedì, Lauri Volpi dixit, di essere una Santuzza misteriosa e drammatica. Celletti, sempre avaro di complimenti, la definisce una Santuzza fiera, dignitosa, aggressiva e molto passionale. Per chi ancora non la conosce un consiglio del sottoscritto, che è stato onorato di aver potuto partecipare all’incontro di Padova e contribuire al ricordo: andate in rete dove è possibile recuperare questa voce calda e fluente, magnetica. Quanto alle immagini d’epoca ne restituiscono il fisico imponente, il fascino dell’atteggiamento scenico e lo sguardo triste spesso attraversato dal lampo della follia.

Rino Alessi

(Padova, 4 marzo 2018)

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