Castell’Arquato: Pittori fiamminghi illumina il Festival Illica

In letteratura si parla spesso, specialmente in ambiente critico, dell’attraversamento di Pascoli e d’Annunzio, del procedere attraverso la loro produzione – ed influenza – per andare oltre, per creare un nuovo tipo di poesia; nel teatro di prosa, invece, l’ombra paterna che se ne stava gigante era quella di Manzoni, con soli due drammi e un abbozzo all’attivo, ma che ugualmente ha dato il suo bel da fare per essere attraversato da scrittori, librettisti – scapigliati sì, ma per i quali un esempio lo rimase sempre – e drammaturghi.

Allo stesso modo anche nel teatro d’opera si è posto il problema, lo snodo tanto tecnico e applicativo quanto ideale ed inventivo, di attraversare Verdi (l’altro Padre insieme a Manzoni), di trovare una nuova strada per esprimere se stessi senza tradire il passato né la propria identità. Luigi Illica nella prosa librettistica, Antonio Smareglia nella scrittura musicale, sono (stati) tra gli esempi più rappresentativi e fulgidi di quelle nuove generazioni, impertinenti quanto basta, che hanno lavorato duramente per affermare un “nuovo” teatro, per forgiare una sorta di post-verdianesimo.

Pittori fiamminghi (Teatro Verdi di Trieste, 21 gennaio 1928), revisione tardiva del precedente Cornill Schut e dunque una specie di testamento spirituale smaregliano, s’inserisce benissimo in questo afflato rivoluzionario, e per la maturità dimostratavi dal compositore – che affresca il secondo e il terzo atto con una ricchezza coloristica e plastica davvero fiamminga –, e per l’estro illichiano, buffo a volte ma come ha detto Angelo Foletto durante la presentazione dell’opera, di Illica non vanno analizzati i singoli versi quanto più le intere scene, gli squarci, le didascalie, le tematiche), più sovente ricchissimo di suggestioni che mettono in secondo piano la stranezza di questa o di quella riga: le riflessioni inedite e profonde sull’artista-pittore e la sua ispirazione, nutrita e castrata a un tempo dall’amore, sono di sconcertante modernità.

Bene, dunque, ha fatto il Festival Illica di Castell’Arquato, nella persona del direttore artistico e maestro Jacopo Brusa, a proporla nella presente edizione, a riportarla alla luce dove merita di stare: intendiamoci, l’opera è bella, e se non ci sia aspetta di ascoltarla una volta all’anno, quanto meno è lecito auspicare di poterne godere con maggior assiduità insieme alle altre composizioni di Smareglia.

Resterà un sogno? Molto probabile. Eppure, qualcuno nei sogni ci crede, e li realizza con ammirevole lucidità, pur nella limitatezza di mezzi: il M° Brusa, che già due anni fa aveva diretto Nozze istriane, compie un altro piccolo miracolo, non con poteri divini, ma con la forza di volontà, la serietà e la convinzione. Brusa, infatti, prima di tutto è convinto della bontà e dell’eccellenza del lavoro targato Illica-Smareglia, “badate, egli ci crede” (e fa bene!), così il risultato è apprezzabile (suggestivo il duetto che chiude il primo atto, abbacinante il dipinto orchestrale dei tormenti del secondo, commovente l’introduzione al terzo), nel lavoro con e sull’Orchestra Filarmonica Italiana, che suona bene, con compattezza e varietà di colori; il Coro del Festival Illica, dal canto suo, fa il possibile per far procedere la recita (e sì che gli sono riservati degli involi boitiani parecchio ammalianti), ma non sempre basta.

Il cast, invece, è impegnato in un tour de force mica da ridere: tanto di cappello all’ottima tenuta vocale di Marco Miglietta, che affronta con slancio e partecipazione un ruolo pestifero (Cornill è quasi sempre in scena), giocato tutto sul passaggio e sul settore acuto, senza farsi mancare oasi più amorose e smussate (attenzione alla pronuncia e all’articolazione delle parole, ma si sorvola volentieri se si pensa che il tenore, in contemporanea alle prove, ha sostenuto le recite di Candide al Comunale di Bologna); molto bene l’Elisabetta di Clarissa Costanzo, che ha dalla sua un ottimo strumento, omogeneo e ben timbrato, in via di assestamento tecnico (gli acuti, va detto, ci sono tutti, forti e chiari); bene Daria Masiero (Gertrud) e Giovanna Lanza (Kettel); di buone intenzioni, ma ancora un po’ acerbo Francesco La Gattuta (Craesbeeke), funzionale il Frans Hals di Giacomo Pieracci.

L’opera si dava in forma di concerto: peccato. Eppure, con una piazza come quella di Castell’Arquato, le suggestioni non sono mancate. Intanto la mente va ai prossimi rari libretti illichiani, che si vorrebbero ascoltare con la loro musica…

Mattia Marino Merlo
(12 luglio 2025)

La locandina

Direttore Jacopo Brusa
Personaggi e interpreti:
Cornill Schut Marco Miglietta
Elisabetta van Thourenhoudt Clarissa Costanzo
Gertrud Daria Masiero
Craesbecke Francesco La Gattuta
Frans Hals Giacomo Pieracci
Kettel Giovanna Lanza
Orchestra Filarmonica Italiana
Coro del Festival Illica

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