Coltivare un’orchestra: intervista a Marco Angius

Con rinnovato slancio l’Orchestra di Padova e del Veneto è da qualche anno in piena crescita, una crescita che l’ha portata ad un aumento del 25% degli abbonamenti per la stagione 2019/20 e all’annuncio delle prime tournée internazionali dopo molti anni. Protagonista di questa ripresa è il direttore artistico e musicale Marco Angius, che intervisto in merito al suo percorso con l’orchestra padovana e alle sfide della direzione artistica.

  • Sono ormai passati quasi cinque anni dall’inizio del tuo percorso con l’Orchestra di Padova e del Veneto. Qual è il bilancio?

Il bilancio è senz’altro molto positivo: l’organico dell’orchestra si sta profondamente rinnovando con audizioni e concorsi avviati, fin dal mio arrivo, in modo sistematico. Esternamente, come attività, immagine e percezione della compagine, direi che il 2020 rappresenta un anno di svolta e di sintesi di un impegno che sta dando frutti notevoli: crescita sensibile degli abbonati, incremento di concerti, nuove prospettive presso il Teatro Verdi grazie alla collaborazione pianificata col Teatro Stabile del Veneto, aumento dell’attività sul territorio nazionale e internazionale. Posso anche annunciare il progetto per l’acquisto di una camera acustica che costituirà una svolta essenziale, avvicinando ancora meglio la Città di Padova alla sua Orchestra.

  • Come si fa a far crescere un’orchestra?

Bisogna trovarsi nel posto giusto al momento giusto, con idee e mezzi per attuarle, con determinazione e flessibilità, rispondendo alle esigenze dell’orchestra e a quelle del contesto urbano, in primo luogo. Mi sento legato in modo speciale non solo all’OPV ma anche a questa città e al suo pubblico, motivo per cui ho recentemente trasferito qui la mia residenza. Altra cosa fondamentale: la Fondazione mi ha sempre appoggiato e, da un punto di vista politico, ho sempre avuto la massima libertà di movimento, ricevendo dalle amministrazioni rispetto e considerazione per quanto sto facendo e mi sono prefisso di portare avanti.

Finché si regge questo equilibrio si può andare lontano.

L’orchestra, dopotutto, è un organismo in continua trasformazione; un direttore deve saper imparare se vuole a sua volta corrispondere miglioramento e valori di crescita. Come tento di insegnare ai miei allievi, non è tanto difficile imparare una partitura quanto piuttosto capire come funziona un’orchestra in tutte le sue parti. È il corpo del suono e il direttore ne è in qualche modo l’anatomista. E lo psicologo.

  • Dell’OPV sei direttore musicale e artistico. Come si coniuga questo doppio ruolo?

È una condizione rara e privilegiata ma, nel caso di quest’orchestra, credo sia anche quella ideale. Non è detto che in futuro sarà sempre così, però al momento i fatti hanno dato ragione ad alcune scelte iniziali.

C’è stato un ampio rischio all’inizio, essendo arrivato in un momento assai delicato, però l’orchestra mi ha subito sostenuto e capito e io stesso ho imparato a conoscerla sempre meglio. Si tratta di essere al servizio di tutti per un obiettivo più alto e, nello stesso tempo, di essere assecondato e seguito con fiducia e stima. Fino a oggi ho cercato sempre di mantenere un equilibrio in questo doppio ruolo. Nel 2015 tra l’altro debuttavo come direttore artistico.

  • Come si mantiene questo equilibrio?

Ho mantenuto nei limiti il numero dei miei concerti, che come è noto sono piuttosto mirati nel repertorio. I programmi (distribuiti quest’anno in circa 130 concerti) sono combinati in modo coerente e quasi sempre differenziati: Teatri del suono, Tempi e tempeste, Prismi sono tutti viaggi di scoperta dentro le ragioni del suono e della musica. Mi interessano molto i cicli integrali, i focus su compositori, creare dei percorsi tematici in cui il pubblico possa riconoscere delle trame e dei dettagli collegati che mostrano affinità tra le varie epoche, per esempio. Sono stato seguito con molta attenzione e curiosità crescente da parte del pubblico, ma anche fuori dal Veneto siamo un esempio di programmazione innovativa.

  • Su quali temi si costruisce questa programmazione innovativa?

Una delle mie tematiche predilette è la lettura presente delle opere passate, non solo in un’ottica neoclassica ma anche di rielaborazione e quindi di riscoperta: il mio postulato è che il passato non esiste e lo si può solo reinventare. È questo anche il tema delle lezioni di suono, una serie che ho ideato appena giunto a Padova e realizzato col regista Daniele De Plano. Ogni serie di lezioni, grazie a una felice connessione con Rai5, riunisce davanti la tv qualcosa come 300.000 spettatori e chi parla accanto all’orchestra è un compositore che diffonde cultura o uno studioso che accompagna il pubblico dentro spazi sonori inattesi. Da quest’anno la formula si rinnova e a primavera le trasmissioni saranno centrate su alcuni lavori post-moderni di Luciano Berio, figura cruciale del Novecento e grande mago d’illusionismi sonori. Proprio con la musica di Berio (e Dallapiccola) saremo al Quirinale, alla presenza del Presidente Mattarella, per un concerto celebrativo all’inizio di febbraio.

La musica mette sempre in contatto con un altrove ulteriore rispetto alla quotidianità. Si ha a che fare con aspetti molto concreti e, nello stesso tempo, si è proiettati in qualcosa d’ineffabile che si può conseguire solo attraverso una rigida disciplina e una piena fiducia nelle possibilità della musica di migliorare se stessi e il mondo. Sono molto convinto delle ragioni etiche del far musica oltre che di quelle artistiche.

  • Da quest’anno riprendono le tournée internazionali dell’OPV, una scelta ambiziosa e impegnativa. Perché è importante andare in tournée, per un’orchestra?

La tournée è un’occasione per conoscere e confrontarsi con altre realtà, visitare luoghi e acustiche nuove, misurarsi con altro pubblico e anche un’occasione per verificare il livello artistico dell’orchestra non solo sul proprio territorio. Saremo diverse volte in Francia oltre all’imminente tournée in Corea del sud, poi nel ’21 a Berlino. Non ci sarò solo io come direttore e sono felice che la mia orchestra possa confrontarsi con altri artisti, sia solisti che direttori. È importante che un’orchestra abbia un solo direttore con cui crescere in un determinato arco di tempo ma poi servono anche altre figure alternative perché un direttore non può eccellere in tutti i repertori: per studiare occorre tempo e per acquisire una vera autorevolezza servono davvero molti anni in un repertorio relativamente circoscritto. Quest’anno ci aspetta una nuova integrale beethoveniana, praticamente d’obbligo, ma in una formula più drammatizzata. Anche i programmi delle tournee ruoteranno intorno alla musica di Beethoven, ma non solo.

  • Qual è il ruolo, oggi, di un’Istituzione Concertistico Orchestrale?

Quello di contribuire alla crescita artistica e culturale a cominciare da dal proprio territorio urbano e regionale. Ciò implica un impegno in realtà assai complesso e diversificato su vari versanti: oltre quello concertistico, l’attività per le scuole e per le famiglie, la connessione con altre istituzioni di ricerca e di valorizzazione del patrimonio artistico (come accade per esempio con la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo grazie alla quale abbiamo enormemente ampliato il bacino di sviluppo in quest’ultimo anno), il rispondere concretamente alle esigenze di crescita giovanile mediante accademie permanenti di formazione che facilitino l’ingresso dei giovani nella realtà professionale, il rinnovamento artistico del repertorio, il rendere l’orchestra sempre più competitiva rispetto ad altre realtà di riferimento regionali o nazionali. Lavoro con dei musicisti fantastici e non sono solo io a dirlo ma gli artisti ospiti: è un dato di fatto che questa orchestra, già titolare di una storia importante, sia diventata una realtà italiana tra le più accreditate e originali.

  • Ci sono altri progetti in futuro per Marco Angius?

Ci sono diversi progetti lirico-sinfonici e discografici. Tra un mese inizio le prove dell’opera di teatro musicale più vertiginosa che mi potesse capitare, il Pelléas et Mélisande di Debussy, poesia allo stato puro, seguita dal Barbablù di Bartòk e dalla Mano felice di Schönberg. Sono lavori che preparo da anni.

In estate mi attende un’ampia retrospettiva sull’opera di Nono, compositore che amo e ammiro fin dall’adolescenza, di cui ho già inciso il Prometeo e altri lavori elettroacustici (incontrerò ancora Nuria Schönberg Nono e dovrò recarmi all’Archivio di Venezia ad esaminare tutti i materiali disponibili).

Con i giovani dell’Accademia della Scala, che seguo dal 2011, presenterò a metà marzo il ciclo completo delle Liriche greche di Luigi Dallapiccola, la prima opera dodecafonica italiana ispirata ai celebri componimenti tradotti da Quasimodo. Mi ha sempre molto affascinato la genesi e la ricchezza di questo ciclo vocale terminato a Firenze sul finire della Seconda Guerra Mondiale e che finalmente posso studiare e interpretare in modo approfondito.

In ambito sinfonico torno a Rai Nuova Musica, rassegna cui ho partecipato per oltre dieci anni con le avventure sonore più spericolate. L’OSN della Rai di Torino è una formazione di grande rilievo internazionale, molto di ciò che ho imparato del mio lavoro lo devo ai suoi professori, musicisti con cui ho condiviso innumerevoli esperienza: ricordo in particolare le Notations e il Livre pour cordes di Boulez, diverse opere del Novecento storico e decine di prime assolute. Sono molto grato a Ernesto Schiavi di avermi proposto quest’anno un programma da favola: Nono (A Carlo Scarpa), Adams (Absolute Jest), Ives (Central park) e il capolavoro di Donatoni: Duo pour Bruno, in un duplice omaggio con Maderna.

Infine, per confermare la mia attitudine intellettualesimpaticamente sottolineata da Mario Messinis, è prevista a Padova la ripubblicazione del mio primo libro su Sciarrino, la monografia Come avvicinare il silenzio in una nuova veste grafica a cura dell’editore Il Poligrafo.

Alessandro Tommasi

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