Como: Guglielmo Tell, la leggenda del tinello di casa

Probabilmente neppure gli svizzeri sono convinti dell’effettiva esistenza di Guglielmo Tell, personaggio circondato da un alone di leggenda.

Se i fatti collegati alla ribellione dei primi cantoni che sul finire del duecento si uniscono in Patto federale eterno contro l’Impero sono storicamente fondati, il racconto del prode balestriere che trafigge la mela sul capo del figlioletto per barbaro capriccio di un tiranno sembra appartenere al mondo delle favole e molto bene ha fatto Arnaud Bernard a collocare in un tale contesto il Guglielmo Tell (versione italiana) che ha aperto la stagione al Teatro sociale di Como (coproduzione Teatri Opera Lombardia e Fondazione Teatro Verdi di Pisa). Una lettura intimistica del capolavoro ultimo di Rossini, ispirata anche dalla necessità di drastici tagli di ballabili e arie per adattare la monumentale opera alla bomboniera del Sociale e dei teatri delle altre fortunate città che vedranno lo spettacolo, che non ne ha in alcun modo svilito il pregio artistico e la dimensione politica anzi, per paradosso, li ha forse meglio svelati.

Ma prima veniamo ai fatti.

Sulle note della tanto celebrata ouverture il sipario si apre sullo sfondo di una casa borghese di fine ottocento e per la precisione nel luogo dove si sono consumate le più grandi rivoluzioni della storia: il tinello di casa. Ne sanno qualcosa i genitori con figli in transizione adolescenziale. Un ruspante bambino è diviso tra scherzi che propina al personale di servizio e la lettura di un libro di mole imponente che il caso vuole sia proprio omonimo dell’opera, anche se dubitiamo nella versione di Schiller. E allora la vicenda del prode balestriere non può che uscire dalla fervida fantasia di un ragazzetto con i personaggi che si materializzano sul palco balzando fuori dal camino e dalla credenza. E allora gli svizzeri sono vestiti come piccoli aiutanti di Babbo Natale mentre gli occupanti imperiali vestono come gli austro-ungarici di fine ottocento con Matilde e Rodolfo che si lasciano andare a un valzer sotto petali di rose che fa tanto Sissi e Francesco Giuseppe. E poi montagne fatte di cartapesta, nuvole di cotone e barche che sono la riproduzione delle barchette di carta con cui giocavano i bambini della via pal.

Il trait-d’union tra le due dimensioni non può che essere il monello lettore che, all’occorrenza, indossa le vesti del figlioletto di Guglielmo.

Alle possibili critiche dei soliti Soloni sul tradimento della matrice politica del capolavoro rossiniano, si può agevolmente replicare che non c’è nulla di più scandalosamente politico di una fiaba. Se, come dicono autorevoli interpreti, l’opera di Rossini va letta in chiave marcatamente reazionaria ci pare di poter dire che Bernard abbia ancora colto nel segno. Gli svizzeri non sembrano anelare libertà, anzi i cori del primo atto sono la celebrazione del bel quieto vivere sotto l’Impero, la ribellione cova, piuttosto, sotto le ceneri di pulsioni amorose e si manifesta nella sua pienezza solo quando è attaccata la famiglia. Siamo sempre dalle parti di Dio, Patria e Famiglia, sentimenti a cui l’Europa di Rossini si era aggrappata dopo il totalitarismo napoleonico.

Sul versante musicale molte le sorprese positive, cominciando dalla direzione di Carlo Goldstein, energica ma tutt’altro che fracassona (anche nei momenti più rischiosi, vedi l’ouverture) e capace di estrapolare ottime sonorità dall’orchestra, con menzione speciale al finale, forse la pagina più bella di musica mai scritta.

Nel cast si segnala un autorevole Gezim Myshketa nei panni del protagonista, fraseggio chiaro e voce morbida che si fa apprezzare nei momenti musicalmente più intimi dell’opera, come l’aria del terzo atto. Barbara Massaro è uno straordinario Jemmy. La giovane artista, oltre a mostrare sicurezza sul piano vocale è stata capace di trasmettere al pubblico la sua strabordante energia. L’impressione è che ci sia materia per una brillante carriera. Giulio Pelligra, voce da puro bel canto, ha calzato con coraggio la parte difficile di Arnoldo, non risparmiandosi neppure sui passaggi più ardui della partitura. Tanti applausi dal pubblico hanno strappato anche gli acuti svettanti di Marigona Qerkezi nei panni di Matilde che si è distinta anche per l’eleganza del fraseggio. Va segnalata, per l’originalità del timbro, la voce del pescatore Nico Franchini, il ragazzo è giovane e forse emotivo ma gli spazi di miglioramento appaiono notevoli.

Bene per la coppia dei bassi; autorevole e perfido il Gessler di Rocco Cavalluzzi, commovente e paterno il Melchtal di Pietro Toscano.

Discorso a parte per il Leutoldo di Luca Vianello (impegnato anche nel coro) che per volume ed estensione riempiva letteralmente il teatro. Tenuto conto che Vianello è anche dotato di ottima presenza scenica sarebbe forse giunta l’ora di vederlo in ruoli adatti alle pregevoli qualità che, con costanza, dimostra.

Completavano il cast Davide Giangregorio (Gualtiero Farst), Irene Savignano (Edwige) e Giacomo Leone (Rodolfo).

Infine nota di vero encomio al Coro diretto da Massimo Fiocchi Malaspina, musicalmente ineccepibile e capace di interagire sul piano attoriale con il cast principale su un livello di assoluta parità.

A giudizio degli addetti ai lavori ascoltati nel foyer, questi precari di lusso sono forse stati la più grande sorpresa dello spettacolo.

Marco Ubezio
(26 settembre 2019)

La locandina

DirettoreCarlo Goldstein
RegiaArnaud Bernard
SceneArnaud Bernard, Virgile Koering
CostumiCarla Galleri
Collaboratore alla regiaYamal das Irmich
Light designerFiammetta Baldiserri
Personaggi e interpreti:
Guglielmo TellGezim Myshketa
ArnoldoGiulio Pelligra
Gualtiero FarstDavide Giangregorio
MelchthalPietro Toscano
JemmyBarbara Massaro
EdwigeIrene Savignano
Un pescatoreNico Franchini
LeutoldoLuca Vianello
GesslerRocco Cavalluzzi
MatildeMarigona Qerkezi
RodolfoGiacomo Leone
OrchestraI Pomeriggi Musicali
CoroOperaLombardia
Maestro del coroMassimo Fiocchi Malaspina

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