Completare l’assenza: Purcell, Panfili e l’arte dell’incompiuto
Creare o ricreare diventa un problema di non poco conto per quanto riguarda l’ambito del recupero musicale.
L’ambito non è certo facile, non si può sovrapporre colore oppure creare una pezza di strato multifunzionale, come avviene nella pittura. Nelle partiture arrivate a noi non finite si crea sempre un problema. Innanzitutto, quello etico; è giusto o sbagliato completare un lavoro che è arrivato incompiuto? L’esempio più clamoroso è stato certamente quello legato alla Turandot di Giacomo Puccini, opera lasciata senza un finale adatto ad una chiusura in linea con il gusto dell’epoca. Certo dopo, dopo il Wozzeck, dopo l’incompiuta Moses und Aron, un finale d’opera che termina con il suicidio del personaggio cardine sarebbe stato ammissibile.
Ma morto Puccini, divenne una questione editoriale, di mercato. Insomma, la querelle continua ancora oggi, per cui il famoso secondo finale creato da Franco Alfano ha la meglio sui vari tentativi fatti nel corso del tempo, compreso il bellissimo finale di Luciano Berio. Dunque, il problema è etico.
È giusto o meno chiudere un’opera, oppure completare un’opera che risulti monca di qualche parte? Difficile rispondere in maniera non equivoca, ma lavorare su partiture incompiute è sempre stimolante e diventa un campo di ricerca non solo filologica ma dinamica. Ad ulteriore citazione, pensiamo a Deryck Cooke quando si è trovato a mettere le mani sugli appunti lasciati da Gustav Mahler per la sua Decima sinfonia. Assolutamente incompiuta, salvo l’Adagio finito dall’autore (almeno nella struttura). Ebbene Cooke ne fece addirittura quattro versioni di quella che viene considerata come la Decima Sinfonia di Mahler, con tanto di approvazione di Alma Mahler. Ma rimane sempre il dubbio, se quello che viene ricostruito possa corrispondere realmente al volere del compositore o meno. Basti pensare anche alla Decima Sinfonia di Beethoven (non è mai casuale che le sinfonie dei grandi compositori si fermino alla nona) dopo il tentativo di Barry Cooper è stata completata grazie all’intelligenza artificiale.
Questo per tornare al lavoro che riguarda l’opera Dido and Aeneas di Henry Purcell che è stata presentata per l’apertura dell’ottantesima stagione lirica dello Sperimentale di Spoleto. Mentre abbiamo citato opere di compositori più vicini a noi, nel caso di Purcell si crea un problema ulteriore.
L’opera antica presenta una serie di ostacoli relativi alle attendibilità delle copie giunte in tempi moderni. Ovvero, nel periodo barocco e anche in precedenza, spesso i manoscritti si perdevano e rimanevano le copie a stampa, copie che rappresentavano nella totalità dei casi una compiutezza abbastanza fedele al pensiero del compositore. Oppure vi potevano essere delle copie manoscritte. Spesso incomplete o non precise.
La situazione della musica antica è molto complessa e nel caso dell’unica opera di Henry Purcell, quello che è oggi il materiale utile per eseguirla si basa essenzialmente su una copia manoscritta giunte in tempi moderni e utilizzate dai musicologi coinvolti dall’editore inglese Vincent Novello. In effetti, come si evince dalla versione per canto e pianoforte, rispetto al libretto manca il prologo e il finale del secondo atto. Questo proprio perché rispetto al manoscritto più attendibile arrivato ad uso di Novello (che ricordiamo essere stato il primo editore della Purcell Edition) quello detto di Tenbury, le parti musicali trascritte e revisionate sono state quelle su cui si sono basate tutte le rappresentazioni dall’Ottocento in poi. Il tema della morte, dell’amore, del suicidio è sempre stato all’attenzione della liturgia lirica.
Eros e Thanatos. Pertanto, nei tempi recenti l’opera di Purcell ha interessato diversi produttori e compositori. Basti pensare che Benjamin Britten si pose il problema di dare una continuità soprattutto al secondo atto dell’opera, quindi, riadattò altre composizioni di Purcell così come fece anche la compositrice Imogen Holst.
Michale Nyman nel 2010 scrive il Prologo dell’opera di Purcell. Nyman ha sempre molto amato la scrittura del suo conterraneo, tant’è che nel 2009 aveva scritto le musiche per il film di Peter Greenway The Draughtman’s Contract a lui ispirandosi e includendo diversi suoi brani. Non di meno è stato il compositore finlandese Kalle Kalima che su commissione del regista David Marton, per conto dell’Opera de Lyon, nel 2019 stravolge le musiche di Purcell, reinventando il sound e componendo il brano “Remember me” ispirato al Lamento di Didone. Tanto l’interesse che nel 2021 viene rilasciata la versione cinematografica del lavoro di Marton e di Kalima. Insomma, Riccardo Panfili, chiamato da Enrico Girardi per presentare il completamento di Dido and Aeneas a Spoleto, si trova quindi in ottima compagnia e non lesina di produrre un lavoro assolutamente coerente e molto significativo. Il Prologo, l’anima perduta dell’opera, si basa su un eterno pedale, scandito dalla quinta di La su cui si basa l’intero lavoro. È interessantissimo il suo intervento di scrittura contemporanea, ricca di riferimenti wagneriani e pucciniani. Non manca la serie. La strumentazione che servirà anche per il completamento del secondo atto serve a rintrecciare il passato con il presente. L’invenzione del pedale, la fisarmonica come espediente sonoro, l’uso delle percussioni e la sospensione sonora fanno dell’intero lavoro di Panfili un trattato di perfetta manipolazione contemporanea.
Forte è l’influenza di Bernstein e di Strawinskij ma anche di Bernard Hermann. È il suono che crea Panfili, l’accumulazione di eventi armonici, l’indole di creare una conca sonora assimilabile a quella di Purcell. Operazione non facile.
«Sembra strano quello che ho scritto. Spesso si parla di filologia, che dovrebbe invece essere filografia, così come succede in Purcell, dove gli elementi che noi abbiamo a disposizione non sono tanti; il testo è quello che emerge da un insieme di significati che trascendono lo scritto. Il Prologo aveva un’altra destinazione ai tempi di Purcell ma ci sono dei rimandi straordinari al testo poetico, di sottotesti inconsci, fatta da giochetti di parole. Quindi nell’operazione che Enrico mi ha chiesto di effettuare, c’era proprio l’urgenza di far emergere l’importanza del prologo legata a tutta l’opera. Ho fatto un lavoro di recupero, partendo dalla cifratura del basso sul quale ho creato una serie in cui per una prima parte è diatonica mentre nella seconda diventa cromatica, riprendendo quindi la dialettica di Purcell. Questo nel cromatismo finale di Purcell, nel lamento finale abbiamo piano piano introdotto, riaggiungendo una sintesi nel finale, sciogliendo l’intensità, creando un enorme Tristano».
In queste parole di Panfili si coglie quindi il senso della trasformazione del testo di Purcell, una sorta di redenzione. Il recupero che non è filologico o meglio filografico, diventa il perfetto collante per arrivare all’acme dell’intera opera che è il dolorosissimo lamento di Didone. Per concludere, lavorare sui classici operistici è sempre uno stimolo importante. Il lavoro di reinvenzione e di composizione fatto da Panfili si aggiunge a tutta una serie di interessi verso una scrittura talmente vicina alla serialità, alla numerica.
Dunque, tutto il lavoro di Riccardo Panfili giunge ad una sintesi e ad una apertura di quello che avrebbe potuto essere. La coerenza di ciò che è scritto da Panfili nel 2026 è assolutamente in linea con ciò che Purcell compose nel 1689 (probabilmente). Pertanto, quello che è stato presentato a Spoleto sarà un punto di riferimento del come lavorare sull’incompiuto.
Un riferimento che sarà soprattutto utile per capire come le distanze temporali centrano poco con la creatività. In qualche modo Panfili rimane in linea con Purcell su quella che può essere una linea non solo ideologica ma culturale.
Marco Ranaldi





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