Conversione o riscatto! Italiani in Algeri e dintorni al tempo di Rossini

Davanti alla mia camera si stende la baia del Mediterraneo, il porto di Algeri, ville che risalgono i colli come ad anfiteatro; calanchi, altre colline, e più lontano i monti. Vedo le vette nevose dietro Cap Matifou, sulle alture della Kabilia; le cime più alte del Djurdjura. Alle 8 di mattina nulla di più magico del panorama, dell’aria, della vegetazione.” Firmato: dottor Karl Marx. Il magico spettacolo, che nel 1882 estasiava l’anziano rivoluzionario venuto per curarsi la pleurite nel mite clima della colonia francese, era ancora quello che fino a mezzo secolo prima aveva accolto i prigionieri della pirateria islamica.

Per loro era una visione di orrore, presagio di un futuro colmo di minacce; per i loro aguzzini il porto sicuro dove spartirsi la preda e progettare nuove spedizioni. I documenti ufficiali esaltavano la città con gli epiteti: “El-Djazair, la ben guardata dall’Altissimo, il baluardo della guerra santa”. Le navi corsare salpavano invocando piamente il Suo nome: “Il 4 rajab 1227 (14 luglio 1812) sono partiti da Algeri nove bastimenti grandi e piccoli; che Allah dia loro la salvezza per compagna e renda agevole la loro rotta. Così sia, o Allah protettore dei musulmani.” Il quadro non è solo quello della guerra di corsa, appalto ai privati di una tipica funzione statale secondo regole codificate dal diritto internazionale del tempo. Vi si aggiunge talora una mentalità integralista delineata nel 1785 da Abdul Rahman Agà, ambasciatore tripolino a Londra, al suo omologo statunitense John Adams: “[…] è scritto nel loro Corano che tutti i popoli i quali non riconosceranno la loro autorità sono peccatori, e che è loro diritto e dovere fargli guerra dovunque si trovino e fare schiavi tutti quelli che possono prendere prigionieri, e che ogni Musulmano ucciso in battaglia è sicuro di andare in Paradiso.”

Algeri al tempo dei pirati, come forse sarà più giusto chiamarli: una piazzaforte difesa da un largo e profondo fossato, circondata di un muro interrotto da cinque porte e irto di cannoniere. Dalla porta Bab el-Djazira, che dava sul molo, passavano i prigionieri e le altre merci predate. Il Khodjet el-renaim (segretario delle catture marittime) ne prendeva debita nota sul suo registro: “La fregata del rais Hamidou ha catturato una barca napoletana carica d’olio, sulla quale si sono trovati mille scudi d’oro veneziani e 31 miscredenti. 16 ramadan 1216 [= 20 gennaio 1802]”. Dopo il prelievo riservato al Dey, ai dignitari del suo Divano e all’equipaggio, il resto dei miscredenti finiva in vendita al Batistan, il mercato pubblico degli schiavi.

Fra i registi in vena di decostruzione è di moda definire l’Italiana in Algeri come specchio di un Oriente immaginario, ma quando Angelo Anelli scrisse il suo libretto non mancavano al pubblico scaligero, che per la prima volta lo udì con musica di Luigi Mosca il 16 agosto 1808, le informazioni aggiornate su quel minaccioso Oriente ai confini di casa. Tanto meno a quello veneziano, che ne acclamò il rifacimento di Rossini nel maggio 1813, pochi mesi prima della fatale battaglia di Lipsia.

Tra il 1810 e il 1813, all’apogeo della sua potenza, l’impero napoleonico controllava più o meno direttamente quasi tutta la penisola italiana. Roma, Firenze, Torino e Genova erano capoluoghi di altrettanti dipartimenti francesi amministrati da un prefetto dell’imperatore. Il Regno d’Italia, di cui Napoleone si era cinto l’antica corona ferrea nel 1804, abbracciava ormai per successive acquisizioni la parte settentrionale e centrale dalle Alpi al Tronto, incluso tutto il Lombardo-Veneto. Sul trono di Napoli sedeva Gioacchino Murat, cognato di Napoleone; perfino sullo staterello di Lucca, Piombino e Massa Carrara regnava Elisa Bonaparte in Baciocchi. Tutto ciò si rammenta al non ignaro lettore per due fini. Primo: la nota patriottica contenuta nel finale dell’opera a base di “Vedi per tutta Italia/ rinascere gli esempi/ d’ardire e di valor”, oppure “Quanto valgan gl’Italiani/ al cimento si vedrà”, va contestualizzata non già nel Risorgimento nazionale venturo, ma nella politica di potenza imperiale del Grande Corso, che finì per lanciare gl’Italiani (e i Polacchi, gli Spagnoli, i Tedeschi) nella disastrosa impresa di Russia dove tutti morirono come mosche. Secondo: ai nostri avi quel breve decennio di unità vigilata portò almeno un sollievo ai loro storici mali, ossia il cessato timore di finire incatenati come animali in qualche “bagno”, leggi galera, della “Costa di Barbaria”, estesa dal Marocco alla Libia, in attesa di una liberazione che poteva non venire mai, talora preceduta dalla morte per fame, malattia o peggio. Sul finire del Settecento Algeri contava sei bagni, Tunisi nove, Tripoli uno solo.

Qui non si tratta di opera buffa, bensì di una piaga secolare che la dittatura del politically correct ha rimosso dalla memoria condivisa. Robert C. Davies, professore all’Università dell’Ohio, stima in oltre un milione il numero dei cristiani bianchi fatti schiavi nel Nordafrica tra il 1530 e il 1780, e sottolinea come la tratta dei Negri verso il Nordamerica sia durata meno a lungo producendo “solo” 800.000 deportati. È chiaro che a questa scala il discorso sulla cosiddetta “altra schiavitù” acquista un senso ritorsivo e tutto ideologico, un po’ come il dibattito sul numero degli Ebrei effettivamente sterminati nei campi nazisti. Sull’altro piatto della bilancia si potrebbero mettere la rappresaglie degli ordini cavallereschi di Santo Stefano e di Malta, anch’essi predatori di “Mori” da vendere o da scambiare, e le sanguinose spedizioni punitive delle marine da guerra occidentali contro le basi dei corsari; ma senza dimenticare il decisivo contributo delle carovane islamiche (in prevalenza composte da Arabi maghrebini e nomadi Tuareg) alla tratta degli Africani di colore, in parte a beneficio proprio e in parte per rivenderli ai negrieri europei onde alimentare il fabbisogno di mano d’opera nelle colonie del Nuovo Mondo. Di questo passo, anche molti storici di professione s’incartano nel giustificazionismo: “tutti schiavisti, dunque nessuno colpevole”, oppure nel negazionismo più cavilloso: “le statistiche premoderne sono lacunose, non comparabili, esagerate”. Ma se dall’empireo della lunga durata scendiamo alle plaghe della microstoria locale, ecco quanto ci rivelano le fonti più sicure relative al primo Ottocento.

Il 20 giugno 1803 gli ultimi schiavi razziati nella cittadina sarda di Carloforte tornano in patria e si riuniscono a quelli già rientrati in precedenza: un’intera comunità di quasi 900 persone fra uomini, donne e bambini, sorpresa da una spedizione di circa mille corsari tunisini nella notte dal 2 al 3 settembre 1798. Durante i cinque anni della loro prigionia, 11 erano stati subito venduti a padroni algerini, 23 erano stati liberati a vario titolo, 117 erano morti in Tunisia, 6 avevano “preso il turbante”, cioè si erano convertiti all’Islam rinunciando al ritorno. Alle trattative per affrancarli avevano partecipato due re di Sardegna, Carlo Emanuele IV e Vittorio Emanuele I, lo zar Alessandro I, il sultano di Turchia Selim III (autore nel 1802 di un “firmano” di liberazione bellamente ignorato dal Bey di Tunisi, suo teorico vassallo), e infine Napoleone, il presidente della neonata Repubblica italiana da cui però la Sardegna restava esclusa. Per i 630 carlofortini ancora prigionieri a Tunisi fu versato un riscatto di 95.000 piastre spagnole, pari a 810 franchi francesi a testa.

Cirò, piccola borgata calabrese, è attaccata sei volte dai corsari maghrebini fra il 1803 e il 1805, ogni volta col rapimento di qualche abitante. Perlopiù povera gente: contadini e pescatori dai quali non si può esigere molto, mentre nel 1802 quattro borghesi siciliani prigionieri a Tunisi pagano la libertà 8.200 franchi a testa. Più che i loro compatrioti ecclesiastici per i quali ne bastano 7.500. Ma in Calabria e in Sicilia regna ancora Ferdinando di Borbone, notoriamente poco interessato a contrastare la pirateria musulmana. Alla sicurezza dei suoi sudditi italiani il Primo Console provvide invece nel 1802 con una serie di accordi imposti sotto la minaccia del cannone ai tre stati-canaglia che fino a quel momento avevano imposto nel Mediterraneo la loro legge, esigendo cospicue tangenti definite “regalo” o “tributo” per porre almeno un freno selettivo e quanto mai precario alle ruberie dei propri corsari. Queste ad esempio le tariffe praticate da Algeri negli anni intorno al 1800 secondo una presumibile valutazione di capacità contributiva e tonnellaggio mercantile a rischio:

Gran Bretagna267.500 piastre l’anno
Francia200.000 piastre
Spagna120.000 piastre
Danimarca60.000 piastre
Repubblica di Venezia50.000 lingotti d’oro
Svezia25.000 livres ogni dieci anni

Agli Stati Uniti, ultimi arrivati sulla scena, un trattato segreto con Algeri estorceva nel 1796 un milione di dollari comprensivo di riscatti e “tassa di protezione”, cui si doveva aggiungere un tributo annuale (un milione di dollari equivaleva allora al 13 per cento dell’intero bilancio federale). Tunisini e Tripolini si accontentavano di somme minori, ma presto la Repubblica stellata troverà più conveniente allestire una flotta da guerra, che nel 1800 schierava già sei fregate.

Ristabilite le relazioni con la Sublime Porta ottomana, anche Bonaparte si trovò in grado di far la voce grossa coi Barbareschi, che fra l’altro avevano contribuito poco o nulla allo jihad antifrancese proclamato dal Sultano in occasione della spedizione d’Egitto. Rifiutando di continuare a pagare la protezione, esigeva ora il rilascio incondizionato degli schiavi francesi e assimilati, libertà di commercio e un sistema di garanzie per il futuro. Hamuda Pascià, il Bey di Tunisi, fu il primo a firmare un trattato di pace con la Francia il 23 febbraio 1802, aggiungendovi un curioso regalo per Napoleone e ricevendone in cambio un altro. Una primaria gazzetta veneziana, la Storia dell’Anno, così descrive la conclusione dei negoziati: “In virtù di questo trattato [il plenipotenziario francese] Devoize ottenne, che il Bey mettesse in libertà tutti gl’individui provenienti dai paesi uniti alla Francia, fra i quali si trovò Teresa Galimberti Milanese, ch’egli reclamò come un omaggio dovuto al primo Console, Presidente della Repubblica Cisalpina. Il Bey glie l’ha consegnata sul momento, assicurandolo, che a questo riguardo avrebbe fatto altrettanto di tutti i Cisalpini. Subito dopo la segnatura del trattato, Devoize presentò al Bey, per parte del primo Console, una tabacchiera arricchita di diamanti, restando contentissimo di quest’atto di benevolenza.” Una signora milanese inviata da un Bey come omaggio a Napoleone e pagata in diamanti: ci sarebbe da indagare sul suo conto e si scoprirebbe magari che questa Italiana in Tunisi potrebbe aver fornito il primo spunto al librettista Anelli; in ogni modo il caso dell’altra milanese Antonietta Frapolli, liberata in data incerta e oscure circostanze dal Dey di Algeri, troverebbe qui un ghiotto precedente.

Mustafà ben Ibrahim — Dey di Algeri in carica dal giugno 1798 al 31 agosto 1805, quando morirà sgozzato dai suoi stessi giannizzeri secondo una prassi consolidata — reagì sul punto degli Italiani con un tratto di adulazione. La sua lettera di risposta all’ultimatum speditogli da Napoleone in data 27 luglio reca fra l’altro: “Voi mi domandate di essere amico della Repubblica Italiana. Rispetterò la sua bandiera come la vostra, secondo il vostro desiderio. Se un altro mi avesse fatto una simile proposta non l’avrei accettata per meno di un milione di piastre”.

Il primo ottobre anche Yusuf Karamanli, il Pascià di Tripoli, riconosceva la Repubblica Italiana sotto la tutela della Francia, ma non senza qualche riserva. Spiega infatti la citata gazzetta: “Temeva egli che tutta l’Italia non fosse compresa in questa nuova Repubblica, e che quindi venisse obbligato a rispettare indistintamente tutti i bastimenti di commercio di quella parte d’Europa, ciò che avrebbe distrutta la sua marina”; tuttavia “se ciò fosse stato ancora più difficile lo avrebbe fatto, poiché lo desiderava il gran Bonaparte.”

Da quella data in poi, e fino alla caduta del gran Bonaparte, non dovrebbe più esserci questione di schiavi italiani in Barbaria, o almeno ci si aspetterebbe che quelli catturati per qualche disguido dovessero restare in prigionia poco tempo. Fu questo il caso del dotto barnabita monzese Felice Caronni, preso da corsari tunisini al largo di Capri mentre su uno sciabecco siciliano navigava da Palermo a Napoli. La sua prigionia non durò che tre mesi, dal 23 giugno al 23 settembre 1804; grazie alla protezione del console francese poté rimpatriare senza riscatto e affidare alle stampe una relazione di quell’esperienza: il Ragguaglio del viaggio compendioso di un dilettante antiquario […] Milano, Sonzogno, 1805.

Quasi altrettanto bene andò al poeta toscano Filippo Pananti, ospite involontario di Algeri negli ultimi quattro mesi del 1813. Più che alla protezione napoleonica, ormai in ribasso, dovette la sua liberazione ai buoni uffici del console inglese, visto che a Londra aveva trascorso il decennio precedente accumulandovi conoscenze altolocate e un discreto peculio. Quest’ultimo andò ovviamente incamerato dai catturatori, ma i suoi ricordi di schiavitù fecero di lui un saggista alla moda, più volte ristampato in edizioni via via accresciute.

Da questi autori, e dall’analoga memorialistica fiorita in varie lingue nello stesso torno di tempo, si può ricavare un quadro dei differenti destini che attendevano gli schiavi. La liberazione giungeva rapida per i facoltosi in grado di pagare un alto riscatto e/o di mobilitare appoggi importanti, mentre i più poveri potevano languire nel bagno per lunghi anni. Chi sapeva un’arte o un mestiere poteva esercitarli a beneficio del suo acquirente, sperando di ritagliare una sommetta fra i 600 e i 1.700 franchi con cui pagarsi l’affrancamento. Per gli altri, i non qualificati, erano massacranti lavori forzati in campagna, nelle cave o nei cantieri, conditi da nerbate in abbondanza e poco pane nero. Si ricordi l’accorato interrogativo di Taddeo (n. 5, duetto con Isabella): “Ma se al lavoro/ poi mi si mena/ come resistere/ se ho poca schiena?”. Alle donne, purché fornite dei giusti requisiti, era aperta un’altra strada: quella del “serraglio” ossia harem, una destinazione oggetto di fantasie tanto pruriginose quanto male informate; e del resto un’autentica narrazione femminile è comprensibilmente scarsa su questo punto. Un’altra via d’uscita era il riscatto caritatevole da parte di ordini religiosi specializzati come i Mercedari e i Trinitari; altrimenti non restava che la liberazione gratuita a seguito di uno scambio di prigionieri o di una vittoriosa azione di guerra. Nel 1805 un centinaio di marinai statunitensi venne restituito da Tripoli dopo la spedizione punitiva del commodoro Decatur; altrettanto accadde col devastante bombardamento inglese di Algeri nel 1816, quando l’ammiraglio Exmouth ottenne la libertà per quasi tutti i detenuti nei bagni: 1.606 ad Algeri, 900 a Tunisi e 580 a Tripoli. Probabilmente nel numero non sono compresi quelli alloggiati presso i proprietari privati, ma per il sistema schiavistico delle Reggenze fu l’inizio della fine. Tuttavia 120 schiavi cristiani furono ancora trovati rinchiusi nel bagno principale di Algeri dalle truppe francesi che espugnarono la città nel 1830. A metà Seicento, l’epoca d’oro della guerra di corsa, potevano essere 25 o 30mila su una popolazione totale di circa 130mila.

Carlo Vitali

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