Costruire e condividere: l’arte di Gautier Capuçon

Protagonista del Bolzano Festival Bozen per due concerti con la Gustav Mahler Jugendorchester, Gautier Capuçon si è esibito in due dei capisaldi del repertorio violoncellistico, il Secondo Concerto di Dvořák e il Primo di Šostakovič, diretto da Lorenzo Viotti. Tra un concerto e l’altro, arriva l’opportunità di intervistare il celebre violoncellista.

  • Partiamo con il repertorio di questo tour, in cui porterà due dei più importanti Concerti per violoncello. Quando si affrontano questi brani, come si costruisce un’interpretazione che non si trasformi in un’imitazione dei celebri modelli?

Stiamo parlando di compositori incredibili come Dvořák e Šostakovič, autori in cui puoi scavare moltissimo: una vita non è abbastanza per esperire tutto ciò che puoi anche solo immaginare di trovarvi. Certo, sono brani in cui hai molte incisioni di riferimento. Credo che tutti i grandi violoncellisti del mondo abbiano registrato almeno una volta Dvořák, ma questa trovo sia una grande sfida per un giovane. Come dico sempre ai miei studenti, siamo fortunati ad avere accesso a così tante incisioni, è veramente fantastico!, ma dobbiamo stare attenti a prenderlo come un’ispirazione, una documentazione, un’idea. Esiste il pericolo, soprattutto per un giovane, di ascoltare e semplicemente copiare. Tornando alla domanda, credo che si possa e sia assolutamente naturale essere influenzati da qualche altra versione e tutto sommato lo siamo tutti. A volte ne siamo consapevoli, a volte no, a volte hai solo sentito qualcosa, ti è piaciuto, ma ti ha spinto ad approfondire in una direzione completamente diversa. Ed è questo ciò che rende interessante lavorare sul repertorio! Ascoltare diverse idee e poi cercare la tua, con il tuo carattere, la tua anima, la tua identità, la tua cultura, la tua lingua, il tuo stesso DNA. Prendi tutto, lo metti nel calderone e crei. E ad ogni concerto c’è qualcosa di diverso, soprattutto in un tour come questo.

  • Lei è stato membro di questa orchestra. Com’è tornare da solista?

Sì, vent’anni fa ci fu il mio primo tour con Claudio Abbado. La Gustav Mahler Jugendorchester è stata per me una delle esperienze più importanti. Tornare come solista è, beh, incredibile! Ho 36 anni, quasi 37 in realtà, li compirò durante la tournée. L’età media dei musicisti è all’incirca sui fra i 22 e 23 anni. Quando li osservo ovviamente noto che sono più giovani, ma mi sembra solo ieri che ero in mezzo a loro. Tra l’altro è interessante notare che ai loro occhi io sono molto più vecchio che viceversa! (ride) Osservandoli mi vengono tantissimi ricordi alla mente: prove, persone, rapporti, tutte le occasioni in cui abbiamo lavorato con musicisti incredibili come Abbado e Ozawa: era un così grande lusso poterci essere. E per questi concerti il rapporto con l’orchestra è fondamentale. Abbiamo una decina di date adesso, il che significa anche poter viaggiare e costruire qualcosa insieme ai ragazzi, crescere, maturare, ma anche stupirli e sorprenderli, vedere come reagiscono di concerto in concerto. Ed è fantastico perché la musica è viva, non è solo un cercare di fare qualcosa che stia in piedi e poi ripeterlo uguale. È un esperimento, che ogni tanto riesce, ogni tanto ti spinge a provare nuove strade. E questo d’altronde è il motivo per cui faccio musica, perché è uno scambio. Sia con i musicisti, sia con il pubblico.

  • Come trova GMJO rispetto a quando c’era anche lei?

Questa è un’orchestra che cambia moltissimo in base al suo direttore. E per un direttore credo possa essere un’esperienza speciale, non è come lavorare un’orchestra come i Berliner o i Wiener, che hanno già il loro DNA, il loro suono assolutamente fantastico, ma su cui il direttore può incidere fino ad un certo punto. Ovviamente anche la GMJO ha la sua tradizione, ma i suoi membri sono sempre freschi, nuovi e questo permette di costruire il suono dell’orchestra direttamente con il direttore, secondo la sua idea. Ricordo di aver imparato io stesso a costruire questo suono come membro dell’orchestra, di averlo visto nascere, crescere, strutturarsi, prova dopo prova. Questo si unisce allo spirito dell’orchestra, che è lì e viene tramandato dai membri già presenti a quelli nuovi di volta in volta. Un insieme di sensazioni che credo sia davvero grande.

  • In questo tour sarà affiancato da Lorenzo Viotti. Com’è lavorare con lui?

È la prima volta che io e Lorenzo ci incontriamo e la prima che suoniamo insieme. E devo dire che davvero non vedo l’ora di fare questa tournée. Già la prima prova era incredibile, si poteva percepire una grande connessione con l’orchestra e con lui. Credo che questa costellazione, questo trio formato da GMJO, Lorenzo e me, sia veramente interessante e mi rende molto felice. Poi andiamo anche molto d’accordo, c’è una grande intesa. Quella è una cosa che capisci all’istante ed è fondamentale. Quando c’è fiducia con il direttore, allora puoi davvero costruire qualcosa.

  • Parliamo del suo ultimo CD, Intuition: com’è nato il progetto?

Per diverse ragioni. Stavo pensando di realizzare alcuni CD come questo, con brevi brani che hanno per me un particolare valore, che sono legati alla mia storia personale, ai miei nonni, ai miei genitori, alla casa, insieme a brani che ho scoperto più recentemente. Ogni tanto quando si prepara un CD con tanti brevi brani, si rischia di avere un atteggiamento un po’ superficiale. D’altronde non si tratta dell’incisione di tutte le Sonate di Beethoven! Ma io credo che si tratti di veri e propri gioielli. Il Cigno di Saint-Saëns è ovviamente molto famoso, ma a ragione: questa melodia è incredibile. Così come la Meditazione dalla Thaïs di Massenet. E ci sono altri brani che erano importanti per me, alcuni dei quali poco noti, come Encore di Jérôme Ducros, mio caro amico da ormai vent’anni e primo pianista con cui abbia suonato. La ragione per cui l’ho chiamato Intuition è che la musica per me è inscindibilmente legata a ispirazione e intuizione. Certo, c’è il duro lavoro, l’approfondimento, lo scavare a fondo nei brani, ma quando poi sei sul palco, esiste il momento, l’ispirazione, ciò che si costruisce con il pubblico. Trovo che il pubblico abbia una grande responsabilità nel concerto, un ruolo enorme. Se il tuo pubblico è davvero presente, è davvero pronto a fare musica con te, il risultato sarà incredibile. Capirlo e coinvolgerlo è qualcosa che comprendi sul palco, una vera intuizione.

  • Un’ultima domanda: lei è uno dei violoncellisti più popolari della scena internazionale, come si mantiene un equilibrio tra carriera, sala d’incisione, insegnamento e vita personale?

Beh, la vita personale è fondamentale. Ad esempio oggi sono andati con moglie e figli per quattro ore a camminare e sono tornato giusto in tempo per le prove, non essendoci concerto. Ecco questi momenti sono importantissimi. Certo, lo sono per me e per la mia famiglia, ma anche per la musica stessa. Perché se studi e basta e non ti prendi il tempo per respirare, sarà anche la musica a non avere respiro. Questo va tenuto bene a mente. Poi trovo che per me anche l’insegnamento sia vitale. Non lo faccio perché devo, lo faccio perché credo sia molto importante dare ciò che ho ricevuto, ma lo faccio soprattutto perché lo amo tantissimo. Ancora una volta è un’opera di condivisione, non c’è la rigidità del ruolo docente e studente, è un costante condividere qualcosa relativo alla musica. Ovviamente io ho un po’ più esperienza di loro, quindi condividerò questa mia esperienza, ma sono anche io ad imparare moltissimo. Unire le tournée, queste sei sessioni con la mia classe per la Fondazione Louis Vuitton e almeno uno o due progetti discografici all’anno non è facile. Questa è forse la cosa più complessa in assoluto della vita da musicista: provare ad organizzare davvero bene il tuo tempo, quello per riposare, quello per imparare un nuovo brano, quello per commissionare della nuova musica. Anche questo è qualcosa che amo molto. Prossimamente sarò a Perth, in Australia, per la prima esecuzione di un Doppio Concerto che Richard Dubugnon ha scritto per me e Jean-Yves Thibaudet. Non vedo davvero l’ora. Imparare a far andare tutto insieme è una sfida, ma ogni anno si impara qualcosa di più.

Alessandro Tommasi

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