Costumi concertistici

Nel 1830, una serata di musica a teatro poteva essere congegnata in questo modo: «Dopo il pezzo d’inizio, la Sinfonia di Goerner, ho suonato l’Allegro in mi minore, che pareva andasse da solo, su un pianoforte Streycher. Applausi assordanti. […] Poi si è eseguita l’Aria con coro di Soliwa che M.lle Volkow, vestita d’azzurro come un angelo, ha cantato con slancio. Seguivano l’Adagio e il Rondò; e poi c’è stata la pausa. E nella seconda parte altre musiche, di Rossini e di altri». È la semplice descrizione di un costume concertistico dal quale siamo oggi sideralmente lontani. Tanto più significativa se si pensa che l’autore di queste righe – tratte da una lettera a un amico – era direttamente e profondamente interessato all’evento di cui fa il resoconto: si tratta di un ventenne Chopin, e l’Allegro, l’Adagio e il Rondò di cui parla sono quelli del suo Concerto n. 1 per pianoforte e orchestra, in occasione della prima assoluta, avvenuta al Teatro Nazionale di Varsavia l’11 ottobre di quell’anno, con la sua presenza come solista.

Dunque era normale – non se ne stupiva o lagnava nemmeno l’autore-interprete – che una composizione potesse essere smembrata all’esecuzione e i suoi movimenti interpolati con altre musiche di natura diversissima (dal primo movimento di un Concerto con pianoforte a un’Aria con coro e poi al secondo e terzo movimento del Concerto). Addirittura ovvio che ogni singolo movimento venisse applaudito. Del resto, questo lo hanno raccontato senza fare una piega un po’ tutti i compositori di quell’epoca e di quella che l’ha preceduta: applaudito e magari bissato all’istante, prima di andare avanti con il resto della composizione.

Si era ormai quasi nel cuore dell’Ottocento, ma ancora le cose funzionavano così. Sarebbero dovuti passare ancora alcuni decenni prima che progressivamente si affermasse e diventasse quindi dominante una concezione molto diversa dell’ascolto pubblico: quella del concerto come celebrazione rituale, della quale gli interpreti sono i grandi sacerdoti, da seguire in religioso (è il caso di dirlo..:) silenzio, quasi trattenendo il respiro, nell’oscurità. Senza muoversi troppo, senza interrompere con applausi “fuori tempo”, fra un movimento e l’altro. La concezione nella quale siamo immersi, volenti o nolenti, ancora oggi.

È naturale chiedersi se oggi questo ormai vetusto costume di ascolto – così chiaramente determinato da un clima culturale (e sociale) distantissimo da quello attuale – influisca in qualche modo non solo sull’appeal della musica che per comodità chiamiamo “classica”, ma anche e soprattutto sulla sua capacità di attirare le nuove generazioni. Che sono invece sempre più abituate a esperienze d’ascolto totalmente diverse. Ed è naturale rispondersi che probabilmente è proprio così.

Oggi i concerti “classici” continuano a essere pensati e proposti secondo schemi sorpassati, “ingessati”, per certi aspetti raggelanti.

La maggior parte del pubblico degli habituées reagisce con fastidio se in sala qualcuno applaude in un momento che viene considerato sbagliato. E non parliamo poi della violazione dell’obbligo di silenzio assoluto, un “peccato” che scatena nervosismo e riprovazione. Del resto, questo comportamento è quello che una grande maggioranza degli interpreti richiede e anzi pretende. Se è vero come è vero che alcuni grandi passano alle cronache per isteriche reazioni sul palcoscenico a un colpo di tosse di troppo o all’apparire più o meno fugace della luce di un telefonino. Se ne vanno sdegnati, questi grandi, quando succedono cose del genere, e non tornano più indietro. O lo fanno solo dopo pazienti e contrite insistenze da parte degli organizzatori e dello stesso pubblico, a suon di applausi imploranti.

Queste scene fanno male alla musica eseguita dal vivo, e quindi inevitabilmente alla musica in generale. Ma è altrettanto negativo il ruolo di “custode” della tradizione che almeno una parte del pubblico si autoassegna, ovviamente del tutto in buona fede.

Non si vuole sostenere una rivoluzione “caciarona” e libertaria, che trasformi le sale da concerto in luoghi confusi e rumorosi. Si vuole semmai indicare alla riflessione di tutti i personaggi della meravigliosa recita di cui consiste un concerto (esecutori e pubblico), le opportunità che discendono da un atteggiamento più elastico e comprensivo. E perché no, anche tollerante. L’applauso fra un movimento e l’altro non rovina nulla, anche perché se il musicista voleva che due movimenti fossero fusi uno nell’altro, aveva sempre i mezzi tecnico-artistici per farlo. E talvolta lo faceva. Il silenzio assoluto è proprio (forse) dell’ascolto privato e individuale, ma è escluso da quello pubblico e collettivo: un teatro è una scatola sonora nella quale il silenzio non è tecnicamente raggiungibile. Ormai è tempo di rivedere la disposizione degli ascoltatori al compromesso,  e di riflettere sul rapporto necessario fra buona educazione e buon senso.

Invece, stiamo sempre più sdoganando l’utilizzo silenzioso del telefonino, e c’è il sospetto che questo avvenga perché siamo molto autoindulgenti rispetto alla nostra smartphone-dipendenza. Eppure, non è detto che guardare il telefonino a un concerto sia necessariamente un sintomo di noia e/o di distrazione. Quel formidabile aggeggio può perfino rivelarci in tempo reale particolari che non sapevamo su quello che proprio in quel momento stiamo ascoltando e aiutarci a condividere esperienze culturali di alto valore attraverso i social. Tutte cose che fanno crescere, se sono inserite in un contesto di buon senso. E che possono avere un enorme valore nella diffusione della conoscenza di un meraviglioso mondo che a troppi appare freddo e distante. Lo chiamiamo musica classica, e chissà quando riusciremo a liberarci di questo fuorviante aggettivo, che da fuori appare un po’ settario e un po’ classista anche se non è affatto così. Ma se dicessimo musica, e basta, non sarebbe molto meglio? E porte aperte a tutti, anche a chi scarta le caramelle o si dimentica di zittire la suoneria del telefonino. Purché non esageri…

Cesare Galla

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