Da Teheran a Riccardo Muti: il viaggio di Hossein Pishkar

Nato a Teheran nel 1988, il direttore iraniano Hossein Pishkar si è affermato all’attenzione internazionale con la vittoria nel 2017 del Deutscher Dirigentenpreis a Köln e l’Ernst-von-Schuch-Preis, conferito ogni anno in collaborazione con il Dirigentenforum. Nonostante gli studi in Germania e la carriera europea, il giovane direttore affonda le sue radici nelle profondità della cultura persiana, la cui musica è stata centrale in tutta la prima parte della sua formazione, ma il fascino per la cultura mitteleuropea e in special modo per la letteratura e la filosofia tedesca lo accompagnano già da Teheran. Raggiungo Hossein il primo giorno del 2020, mentre è impegnato nei concerti di capodanno con l’Orchestra Filarmonica Vittorio Calamani, fondata quest’anno in occasione del Festival della Piana del Cavaliere.

  • Com’è iniziato il tuo percorso musicale e come ti sei avvicinato alla musica classica e alla direzione d’orchestra?

Ho cominciato lo studio della musica a quattro anni, in una famosa Scuola Orff di Teheran, poi ho approfondito la musica persiana e per diversi anni ho provato svariati strumenti con alcuni ottimi insegnanti. Così ho iniziato a partecipare ai miei primi festival e a vincere i miei primi premi. Anche mia sorella stava facendo un percorso simile, ma lei suonava anche il violino in un’orchestra giovanile. Mi pare avessi 12 anni quando per la prima ascoltai la Prima Sinfonia di Mahler. Quello fu il mio primo shock, decisi che sarei dovuto diventare a tutti i costi un direttore d’orchestra. Così ho proseguito i miei studi in musica persiana, cominciando parallelamente a coltivare il mio sogno, fino a quando non entrai al liceo musicale, per studiare composizione e contrappunto. Purtroppo non c’era la possibilità di studiare direzione d’orchestra a Teheran, così scelsi materie che mi avrebbero potuto in seguito aiutare a dirigere. Intorno ai 15-16 anni fondai il mio primo ensemble e da quel momento iniziai a dirigere sempre più: è stato così che ho davvero compreso che la direzione, che la sensazione del dirigere, fosse la mia strada. Ma in quell’aspetto ero ancora fondamentalmente autodidatta, così nel 2012 mi trasferii in Germania.

  • Pensi che la tua pratica della musica persiana abbia influenzato il tuo approccio alla musica occidentale?

Credo di sì, indirettamente. Al primo sguardo non si direbbe, anche perché la musica persiana ha un suo sistema di regole ben diverso da quello della musica classica, però anche nella musica persiana c’è, in fondo, un’enorme attenzione che agisce sugli elementi fondanti del suono stesso, un aspetto che per me è fondamentale per la musica tutta. D’altronde la mia intera vita è stata influenzata dalle opere e dal pensiero di John Cage. Quando salgo sul palco, mantengo in fondo una forma di libera improvvisazione, nel senso di libera reazione al fenomeno sonoro. Quest’idea ha anche un fondamento filosofico: ciò che si prepara è la struttura formale, non il contenuto emotivo. E la struttura della musica classica è fortemente collegata alla filosofia di Kant, di Hegel, di Nietzsche, solo che agisce non con la parola ma con il suono. E se la struttura del brano è la stessa, ad ogni concerto, come questa viene vissuta dall’uomo è tutta un’altra storia. Il contenuto musicale non può essere scisso dall’orchestra, dai musicisti che hai di fronte, dall’acustica in cui ti trovi, da tutto quell’insieme di possibilità che in un certo senso vanno a formare l’interpretazione. Questo mi porta a pensare di non aver speso inutilmente tutti quegli anni a fare musica persiana, ma che essi mi diano la libertà e la flessibilità che ho nel fare musica ora.

  • Com’è avvenuto il contatto con l’opera di Cage?

Come dicevo, ho studiato composizione a Teheran fino a quando avevo 18 anni, quando ho preso il diploma di scuola superiore, e naturalmente abbiamo studiato molta musica moderna e contemporanea. Siamo arrivati alla musica di Cage piuttosto in fretta e il contatto con le sue idee mi ha influenzato molto. Ancora a Teheran, ho iniziato a dare lezioni per potermi guadagnare i soldi necessari a comprare le partiture che desideravo, per cui ora dispongo dell’integrale della sua opera pianistica e di molte partiture orchestrali!

  • Qui in Occidente non se ne parla molto, com’è la scena musicale classica a Teheran?

Purtroppo in Iran non esistono finanziamenti statali per la musica classica, solo l’Orchestra Sinfonica di Teheran riceve qualcosa ma anche lì con alti e bassi. Per studiare, però, la situazione è differente: ci sono ormai diverse università in cui si trovano docenti molto validi, che hanno a loro volta studiato in Europa, America, Russia e che ora sono tornati in Iran. Esistono poi alcune orchestre private, ma naturalmente non è facile per loro. Sulla scena c’è anche la musica classica persiana e di fatto non c’è un grande interesse da parte del regime. Insomma, è difficile riuscire a costruire qualcosa, ma quando ci si riesce la qualità non è poi così male!

  • E dopo Teheran, la Germania. Perché la Germania?

Mia sorella aveva già studiato violino in Austria e fu lei a dirmi che la Germania fosse il miglior stato europeo in cui studiare musica. Io stesso ho sempre nutrito un grande amore per la Germania, per la sua filosofia e la sua letteratura, al punto da aver rapidamente studiato tedesco ancora a Teheran per poter affrontarle in lingua originale. La realtà musicale tedesca è enorme, ci sono tantissime possibilità e hai moltissimi docenti a disposizione. In altri stati europei hai due o tre importanti università, spesso nelle città più importanti (l’esempio della Francia è emblematico), ma in Germania non hai solo Monaco o Berlino, anche città decisamente più piccole come Munster e Detmold hanno Hochshulen di qualità altissima. E naturalmente l’offerta orchestrale è notevole. Fu per queste ragioni che scelsi Düsseldorf per i miei studi: una delle migliori decisioni della mia intera vita.

  • E com’è iniziato il tuo rapporto con l’Italia, invece?

La prima volta che sono venuto in Italia è stato per l’Accademia di Riccardo Muti a Ravenna. Ovviamente adoravo Muti per le sue incredibili incisioni, come tutti, ma l’opera non era stata ancora al centro dei miei interessi come direttore. Non solo non conoscevo l’italiano, ma in Iran non c’è una grande tradizione operistica. C’è una notevole tradizione teatrale, anche con musiche di scena che io stesso mi sono trovato più volte a comporre, ma quando ero giovane l’unica opera che sognavo dirigere era Wozzek! La mia musica era Mahler, era Brahms, era Schumann, tutti autori che non hanno concentrato sull’opera la propria produzione. Il mio interesse nei confronti dell’opera è sorto in Germania, quando ho avuto il mio primo impatto con Tosca a Berlino, nel 2014 se non mi ricordo male. Da quel momento ho cominciato sempre più spesso a dirigere arie d’opera a lezione e a lavorare con cantanti, finché non feci l’audizione per Aida all’Italian Opera Academy di Muti e con mia grande gioia venni preso come studente effettivo. Avevo già avuto l’onore di lavorare con Haitink a Lucerna e di osservare le prove di molti grandi direttori, da Jansons a Rattle, ma non ho timore di dire che l’Accademia fu una vera svolta nella mia vita. Ciò che ho imparato in quelle due settimane mi accompagnerà per tutta la mia vita. Da quel momento l’opera ha assunto un ruolo sempre più importante e nel mentre ho iniziato a studiare il più in fretta possibile anche l’italiano.

  • In questi giorni sei in Italia per l’Orchestra Filarmonica Vittorio Calamani. Com’è iniziata la vostra collaborazione?

Nel 2018 Cristina Muti mi invitò al Ravenna Festival per Rigoletto e lì ebbi modo di godermi il lavoro con l’Orchestra Cherubini. Alcuni musicisti dell’Orchestra, e in special modo la nostra direttrice artistica e oboista Anna Leonardi, mi hanno poi chiamato per dirigere la nuova orchestra che volevano creare. E ho accettato molto volentieri perché anche nel forsennato viaggiare trovo sempre un enorme piacere a lavorare con giovani musicisti. Così sono arrivato qui quest’estate a dirigere l’Orchestra per la prima volta ed è andata piuttosto bene, direi, visto che mi hanno richiamato per i concerti di capodanno!

  • Cosa suonerete per i concerti?

Il programma prevede le Danze slave di Dvořák (che sono assolutamente meravigliose!) e poi quella che è una vera sfida per l’orchestra e uno dei brani più importanti per me e credo per la storia della musica, l’Ouverture dal Guglielmo Tell di Rossini. E per uno dei concerti abbiamo anche alcune arie di Puccini e Verdi.

  • Cosa ne pensi dei concerti di capodanno? A volte vengono visti come momenti di puro intrattenimento.

Possono anche esserlo. Ciò che conta è cosa viene offerto e la qualità con cui questo viene offerto, così che possa portare al pubblico non solo divertimento, ma una gioia profonda. Alla fine è un’occasione di festa e se questa festa può trovare nella musica un’espressione della propria gioia, ben venga!

Alessandro Tommasi

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