Dijon: convince la Jenufa minimalista

Dedicata alla memoria della figlia Olga, morta prematuramente, Jenufa di Leoš Janáček ha appena inaugurato con successo la stagione lirica 2018/2019 dell’Opéra di Digione. Jenufa ebbe buone accoglienze quando fu messa in scena al teatro di Brno, città natale di Leoš Janáček, il 21 gennaio 1904 ed è in quella versione che l’Opéra di Digione la ripresenta nell’originale ceco. Fino a qualche anno fa la sua popolarità era dovuta a una versione rivista di Karel Kovařovic che ne alterava quello che la musicologia dell’epoca riteneva uno stile eccentrico e la particolare orchestrazione. Così modificata ebbe una buon esito sia al Teatro Nazionale di Praga il 26 maggio 1916, sia nel resto del mondo dopo il successo della prima viennese alla Staatsoper il 16 febbraio 1918 nella traduzione tedesca di Max Brod.

Tre atti, che lo spettacolo di Digione condensa in due parti, su libretto dello stesso compositore, tratto da Její pastorkyňa ossia “La sua figliastra” della narratrice morava Gabriela Preissová, Jenufa è il lavoro di teatro musicale più rappresentato del suo autore al di fuori del mondo slavofono. Scritta tra il 1896 e il 1902, è la lugubre storia di un infanticidio operato dalla figura chiave dell’opera, la sagrestana del paese in cui si consuma l’azione, la Kostelnicka di cui Jenufa è la figliastra: è anche la prima tra le opere di Janáček in cui l’autore esibisce un suo specifico stile. In bilico fra la rappresentazione folclorica del villaggio contadino che fa da sfondo alla vicenda e che ha i suoi grandi momenti corali nel primo e nel terzo atto, Jenufa è soprattutto la rappresentazione di legami famigliari malati e per Jenufa Janáček scrisse un’ouverture, in parte basata su una canzone chiamata Žárlivec ossia L’uomo geloso, che poi scartò.

E’ il suono dello xilofono, onnipresente in orchestra, a introdurci nell’azione che scorre come l’acqua del fiume alle spalle del mulino dove la famiglia si riunisce e lavora e in cui sarà scoperto il cadavere del bambino di Jenufa che la Kostelnicka ha fatto annegare. Come la pièce da cui trae origine, Jenufa è nota per il suo crudo realismo che lo spettacolo sostanzialmente minimalista visto a Digione evita concentrando la propria attenzione sulle figure centrali dell’opera, sui loro rapporti conflittuali, sugli equilibri delicatissimi fra parenti al centro dell’azione che è spostata negli anni Venti del Novecento.

Lo firmano Yves Lenoir per la regia con la collaborazione di Damien Caille-Perret per le spoglie scene, di Jean-Jacques Delmotte per i costumi, dai colori per lo più tenui, di Victor Egéa per il disegno luci e di Virginia Heinen per le coreografie: è uno spettacolo di rara pulizia e di grande forza espressiva che ha catturato l’attenzione e l’ammirazione del pubblico. Suo merito precipuo è quello di mettere in risalto la recitazione molto concentrata di tutti i cantanti attori.

La compagnia radunata a Digione non è di madrelingua ceca, ma è molto affidabile. Spicca la protagonista Sarah-Jane Brandon, inglese, una Jenufa dai modi dimessi ma di grande forza espressiva. La Kostelnicka di Sabine Hogrefe non è la virago urlante che in molte rappresentazioni vediamo all’opera, ma una donna spezzata dalle proprie responsabilità e dal peso della colpa commessa. I due tenori sono entrambi centrati nelle rispettive parti e se David Brenna è un Laca esuberante scenicamente e di mezzi vocali molto consistenti, lo Steva di Magnus Vigilius gli risponde con mezzi più contenuti, ma con una caratterizzazione non banale del belloccio sciupafemmine di paese. Bene anche tutti gli altri numerosi interpreti, a cominciare dalla matriarca Helena Köhne nei panni della vecchia padrona del mulino, e benissimo il Coro stabile dell’Opéra di Digione, da cui provengono alcuni interpreti dei personaggi di fianco, preparato da Anass Ismat.

In buca i Czech Virtuosi diretti con vigore da Stefan Veselka offrono all’autore moravo e alla sua musica le sonorità più appropriate. Al termine delle due ore e mezza abbondanti di spettacolo, il pubblico ha molto festeggiato tutti gli artefici della bella esecuzione.

Rino Alessi                                             

La locandina

Direttore Stefan Veselka
Regia Yves Lenoir
Scene Damien Caille-Perret
Costumi Jean-Jacques Delmotte
Luci Victor Egea
Coreografie Virginia Heinen
Mestro del Coro Anass Ismat
Jenůfa Buryja Sarah-Jane Brandon
Laca Klemeň Daniel Brenna
Števa Buryja Magnus Vigilius
Kostelnička Sabine Hogrefe
Buryjovka Helena Köhne
Stárek Tomáš Král
Il sindaco Krzysztof Borysiewicz
La moglie del sindaco Svetlana Lifar
Karolka Katherina Hebelková
Jano Roxane Chalard
Barena Axelle Fanyo
Una pastora Delphine Lambert
La zia  Dana Luccock
Czech Virtuosi
Coro dell’Opéra de Dijon

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