Direttore o Direttrice? Intervista a Beatrice Venezi

In occasione del secondo concerto della rassegna di musica sacra “In Principio”, organizzata dall’Orchestra di Padova e del Veneto, abbiamo raggiunto la giovane ed avvenentissima direttrice d’orchestra Beatrice Venezi, impegnata qui in una delle più intense pagine di Joseph Haydn ovvero “Le ultime Sette Parole di Cristo sulla Croce”, per porle qualche domanda.

– Parlando delle “Ultime sette parole del nostro Redentore sulla Croce” non si può non parlare di Sacro. Nell’accezione più alta del tema. Qual è il suo rapporto col Sacro?

Le ultime Sette Parole di Gesù Cristo sulla Croce, in effetti sette frasi, condensano i principi fondamentali della dottrina cristiana: perdono, resurrezione e nascita della Chiesa. La devozione per le Sette Parole di Gesù Cristo nasce nel XII secolo e secondo la tradizione riportata dai quattro Vangeli, furono pronunciate allo scopo di trarne motivi di meditazione e di preghiera.

Il concetto di Sacro è correlato al tema delle religioni o delle divinità a cui vengono attribuiti poteri sovrannaturali o una potenza particolare. Tutto ciò che è sacro è dogma inviolabile e ingenera rispetto.

Per me il Sacro ha un’accezione ancora più ampia rispetto al solo tema del culto e lo vedo indissolubilmente legato agli archetipi di bellezza e spiritualità estetica. L’arte, al pari delle religioni con le loro liturgie, ci trasporta anch’essa in un mondo metafisico ed è anch’essa veicolo per entrare in contatto con il divino. E la musica, tra le arti, proprio in virtù della sua asemanticità, è per me quella che maggiormente ci avvicina a questa dimensione; in questo senso, credo, che tutta la musica sia sacra, cioè divina.

– Secondo lei il punto di vista femminile nell’approccio ad una partitura in cosa si differenzia (se si differenzia) da quello di un uomo?

L’approccio è differente da persona a persona, da direttore a direttore, non credo che sia una questione di genere, bensì di formazione, forma mentale, background della persona. E’ l’atto successivo, ossia quello interpretativo, in cui si possono riscontrare delle differenze di genere, poiché proprio in virtù della differenza biologica tra uomini e donne, “fisiologicamente” filtriamo la realtà attraverso categorie diverse.

– La storia della musica è costellata di straordinarie compositrici almeno a partire dall’Alto Medioevo. Perché, secondo lei, stentano a comparire nei programmi dei concerti?

Sebbene nei tempi antichi la donna fosse molto apprezzata nei ruoli di compositrice e di musicista in generale – penso alle trobairitz dell’epoca medievale o al fiorire di musiciste raffinate che si esibivano presso le più importanti corti dell’epoca rinascimentale – , si assiste, nelle epoche successive, all’instaurarsi di una visione diversa della donna che la restringe entro determinati confini, che la rendono adatta solo a certi ruoli: la donna poteva essere musa ispiratrice, ovvero un oggetto da ritrarre, ma non una autrice, cioè non le era più riconosciuta la possibilità dell’estro creativo. E tutt’oggi siamo ancora schiavi di una teoria sulla presunta deficienza nel processo creativo che riguarda il genere femminile; un ossimoro, se ci si pensa bene, in quanto proprio la donna ha per eccellenza e per biologia una capacità “creativa” inconfutabile.

Ancora oggi soffriamo di questo retaggio culturale e le dirò di più: è il sentire comune che crea il ruolo, senza distinzione tra l’ambiente della musica colta e quello della musica pop. Ho sentito, anche in tempi recentissimi, affermazioni discriminatorie non solo nei confronti di compositrici e direttori d’orchestra donna ritenute inadatte al ruolo, ma anche nei confronti di dj donna ritenute inadatte alla consolle.

Alessandro Cammarano

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