Filologia alternativa: Andrea Luchesi in Turchia

Un documento finora ignoto riemerge dall’acqua alta che ha devastato il Fondo Torrefranca presso la Biblioteca del Conservatorio “Benedetto Marcello” in Venezia. Consta di un bifolio in antico turco ottomano (Lisân-ı Osmanî), redatto su carta Tre Lune della ditta Antonio Senza Seguito di Bovolone, e della relativa traduzione italiana d’epoca. Purtroppo quest’ultima è stata resa illeggibile dall’acqua salmastra; fortunatamente nell’archivio privato di uno studioso lagunare, che qui ringraziamo rispettando il suo desiderio di anonimato, ne sopravvive una fotocopia facilmente leggibile. Non sfuggirà l’importanza di questa nuova scoperta documentaria per approfondire l’esile trama biografica del Genio di Motta, principale maestro di Beethoven.

Cadono così le speculazioni precedenti (di Giorgio e Agostino Taboga, Silvia Gaddini, Julian van der Maas e altri valenti studiosi) circa il rientro veneziano di Luchesi nel 1784, ufficialmente motivato da problemi di salute e dall’allestimento dell’opera Ademira al Teatro di San Benedetto. L’assenza da Bonn deve logicamente essersi protratta per un intero triennio di attività didattica nell’harem del sultano Abdül Hamid I; lecito ipotizzare che tale soggiorno sia la fonte dei ricchi spunti di musica turca nelle opere dell’allievo; in particolare nelle Rovine d’Atene e nel finale della Nona Sinfonia. Per non parlare del grazioso Singspiel KV 384 falsamente attribuito a Mozart: Il ratto dal Serraglio. Non nel 1782 ebbe luogo la sua prima rappresentazione al Burgtheater di Vienna, bensì nel 1785, quando una copia della partitura di Andrea Luchesi dovette presumibilmente giungere anonima nelle mani di Giuseppe II d’Asburgo, il quale si premurò d’intestarla al suo protetto, il Truffatore di Salisburgo.

Carlo Vitali

[c. 1 r., postilla di altra mano in calce]: Il Gran Signore brama che il Praenobilis Dominus Luchesi della Motta si rechi al Gran Seraglio per instruire le Sultane nella Musica all’uso d’Europa. Voltato literalmente dall’idioma Turchesco allo Tagliano da me Huon ben Levy, secondo dragomanno del Residente Cesareo in Gostantinopoli.

[testo]

Nel nome d’Iddio Clemente, e Perdonatore

A Sua Eccellenza illustr.ma il Signor principe di Qawnitz [Kaunitz, ndR], glorioso Primo Visire di Sua Maestà Jusuf, Padiscià di Avustrya, Almanya, & Ongarya [Giuseppe II, imperatore d’Austria, Germania e Ungheria, ndR], il più illustre de’ Sovrani che i professa la Fede di Giesù, il primo fra i Grandi della Nazion del Messia figlio di Maryam, fortunatiss.mo, magnificentiss.mo, & sapient.mo Patrone di molti popoli, e Regni.

Da Sua Ecc.za Garzoni efendim [titolo d’onore turco = mio signore, ndR], nobile Bailo veneto presso q.ta Sublime Porta e mio particolar Amigo, ne vien insinuato il nome di Luqesy bey Ustad [ustad = maestro di musica, ndR] come sogetto attivo, capace, et habile in tute le cosse de la Musica, qual oggi trovasi al servitio del Bassà, e Gran Sceic di Cologna [Elettore e arcivescovo di Colonia, ndR], però disideroso di procazzarsi miglior fortuna mutando di padrone.

Sia noto a V.a Ecc.za, che il mio august.mo Patrone – zoè Sua Maestà Abdul Amid Sultan Khan, figlio di Khan Sultan Amed, Prenzipe de’ veri Credenti, Custode delle Due Meschite, possessor degli Imperi, paron dei Due Continenti, imperador dei Do’ mari, ramaglietto [germoglio, ndR] scielto dell’Ottomana Dinastia – ha in animo introdurre fra le Done del suo imperial Serraglio in Gostantinopoli lo studio, e virtù della Musica all’usanza dei Frenghi Gavurri [Franchi infedeli = europei, ndR] d’Almanya e dell’Italia.

Vi suplico adunque in Suo nome, illustr.mo Gran Visire, di far saver al nobil.mo Sig.r Bassà di Cologna il desìo del Prencipe de’ Credenti, assicurandolo che il suo predetto servidor Luqesy bey sarà qui ben accolto, & fornito d’appartamento particolare presso questa Capitale, con assegnamento de zinque cento aspri [moneta ottomana, ndR] al dì, et anco di Cuochi, Dragomanno [interprete, ndR], Eunuchi, & Concubbine secondo l’incomparabile generosità del predetto Gran Signore (che l’Iddio prolunghi il so’ regno, e fortuna insino alla consumazion de’ secoli!).

[c. 1 v.]

Spera la Sua imperiale Maestà, il Padiscià Pre.pe de’ Credenti, ottener pieno l’apagamento delle di lui brame grazzie al V.tro alto Padrocinio e generosità Subblime. Di che io, suo abietto Schiavo, mi sotoscrivo in testimonio col mio Siggillo

Di vostra Eccellenza Ill.ma servidor, e umil.mo schiavo in Cadena

Kara Bescir Assudani, primo Agha della Casa del Contento [capo degli eunuchi neri sorveglianti dell’harem, ndR].

Scritto dal Gran Seraglio di Topcapi il tredic.mo giorno della luna di Sciaual, 1197 de l’Eggira e 11. 7.bre 1783 dell’Era de’ Seguaci di Giesù.

(Trascrizione e note esplicative del Prof. Em. Aristarco Scannabufale, già docente di Bubalistica Orientale all’Università di Altamira)

Nella foto: la c. 1 r. dell’originale turco.

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