Firenze: Floremus , il cantar alla viola o l’illusione della bellezza
Per raggiungere il Cenacolo del Fuligno, a due passi dalla Stazione di Santa Maria Novella, siamo costretti ad uno slalom tra tavolini e sedie di trattorie, bar, pizzerie, che quasi ostruiscono la strada. Clamori, profumi forti, colori, lingue sconosciute. Arrivati un po’ confusi già metter piede nell’atrio della struttura, da dove si può sbirciare il refettorio dove campeggia l’Ultima Cena affrescata verso la fine del Quattrocento da Pietro Perugino, è come entrare in un altro mondo. In un altro tempo.
Dentro, proprio nello spazio davanti all’affresco, c’è una musicista con i propri strumenti: la voce, la viola da gamba. Lei è Giovanna Baviera, presenta il suo progetto Soloindue nei concerti serali della nona edizione di Floremus, Festival Internazionale di Musica Rinascimentale organizzato dall’Associazione Homme Armé con la direzione artistica di Fabio Lombardo. Il programma è stuzzicante, anche coraggioso. Avvicinare il cantar alla viola, pratica rinascimentale dove voce e strumento rielaborano brani concepiti polifonicamente, a composizioni contemporanee scritte per il progetto. Pratica che uno scritto del 1500 definisce…un’arte di creare un’illusione di polifonia…
Si può dire, sintetizzando molto, che il XVI secolo per la storia della musica fu caratterizzato da un forte conflitto tra vecchio e nuovo, tra omofonia e polifonia. Conflitto che non riguardava solo un problema tecnico, ma una ben più ampia visione culturale, avendo attinenza con le differenti esigenze di espressione vocale e strumentale, come sull’uso della melodia, se semplice ornamento o al servizio del testo. La cantata, la pastorale, il madrigale, le chansons, pur affrontando tematiche diverse, eseguite sia nelle corti che in contesti popolari rappresentano quell’humus culturale e creativo che ci porterà all’opera. Questo ci racconta Soloindue da un punto di vista particolare, unico, quello del cantar alla viola.
Doulce mémoire di Pierre Sandrin (1490-1561) è il miglior passaporto per fare un ingresso coinvolgente nella grande illusione. Un arcipelago di suoni lievi, sinuosi, dove dissonanze e linee melodiche si incrociano in un panorama malinconico scolpito nelle parole. Con Queste lagrime amare di Giulio Caccini (1551-1618) l’interpretazione assume un valore marcato, la voce sottolinea le emozioni, modella le espressioni del testo, ci trascina poi Alla porta d’oriente dove il vivace pizzicato, la melodia accattivante, possiedono tutti requisiti di una canzone pop di successo. Il carattere danzante, brillante e giocoso di Les yeux qui me sçeurent prendre di Jacques Arcadelt (1507-1568) ci coinvolge, vorremmo danzare, la viola meno rigida e sorniona si apre a sonorità inusuali.
Gli sguardi contemporanei sul cantar alla viola, della stessa Baviera con Hor ch’el ciel e la terra , di Simon MacHale con Three poems by Tarquinia Molza e di Eva Reiter con Such dimmest light as never, evidenziano percorsi diversi. Sul fronte dei testi si passa dalle parole di Tarquinia Molza compositrice e poeta rinascimentale a Francesco Petrarca nel ‘300 padre della lingua italiana, mentre la Reiter attinge, forse con più coerenza, nel ‘900 da Samuel Beckett, lo sperimentatore dell’assurdo. Riguardo all’aspetto strumentale compositivo si denota un’aderenza alla tradizione che, seppur di notevole e piacevole andamento, rende difficile intercettare il pensiero dell’artista dei nostri tempi.
La chiusura è dedicata a composizioni di Tobias Hume (1579-1645) personaggio singolare e controcorrente, militare di carriera fu uno sperimentatore dello strumento. Con lui la viola si rinnova, si apre, attraverso tecniche insolite, come l’uso percussivo dell’archetto o il pizzicato delle corde, a nuovi scenari sonori; ma il compositore inglese è anche artefice dell’ampliamento della risonanza dello strumento attraverso arpeggi distribuiti nello sviluppo compositivo. I caratteri danzanti della gagliarda e della spagnolizzante pavana ci parlano di una eccitante energia, voglia di vivere venata qua e là da una tristezza esistenziale.
La serata al Fuligno non solo ci ha rivelato le bellezze della pratica rinascimentale del cantar la viola ma ci ha fatto conoscere da vicino il talento straripante di Giovanna Baviera che ha garantito per tutto il concerto un magico, mirabile equilibrio tra strumento e voce in una sfavillante capacità comunicativa. Una fusione totale tra corpo e corde ricca di sfumature, dettagli, ricerca del bello. Tanto che, anche dopo due bis, il pubblico, numeroso e caldo, ha richiamato l’artista sul palco nella speranza che avesse ancora da raccontarci struggenti storie d’amore e di melanconia. Ma anche le illusioni hanno una loro fine.
Paaolo Carradori
(21 settembre 2025)
La locandina
| Voce e viola da gamba | Giovanna Baviera |
| Programma: | |
| Pierre Regnault dit Sandrin | |
| Doulce mémoire | |
| Jacques Arcadelt | |
| Les yeux qui me sçeurent prendre | |
| Laissez la verde couleur | |
| Simon MacHale | |
| Three poems by Tarquinia Molza | |
| Giovanna Baviera | |
| Hor ch’el ciel e la terra | |
| Giulio Caccini | |
| Queste lagrime amare | |
| Alla porta d’oriente | |
| Eva Reiter | |
| Such dimmest light as never per voce e viola da gamba | |
| Tobias Hum | |
| What greater griefe | |
| A souldier’s galliard | |
| A Pavin | |
| Fain would I change that note | |










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