Firenze: nel distopico quotidiano di una Passione dell’oggi

Si entra nella Sala Grande del Maggio Fiorentino e, come da una Infinity Gate, pare d’un tratto di esser finiti in una delle scene con gli operai al lavoro in “THX 1138” di George Lucas (ovvero “L’uomo che fuggì dal futuro”). I lavoratori, di bianco vestiti, sono orchestrali e coristi (quelli che – anche loro – stanno scioperando, ma per via del contratto) e poi il direttore (Kent Nagano) e i solisti del Maggio, chiamati a dar vita a un’anomala Matthäus-Passion. Anomala perché una Passione di Bach, che passa per le mani (le porte galattiche) di Romeo Castellucci, sembrerebbe per definizione una scommessa, di suo quasi incline all’ossimoro blasfemico.

Tutto è di un bianco totale, più gelido che anelante alla purezza, non solo il dress code delle masse orchestrali ma proprio tutto: tendaggi, marmi, gessi, frigoriferi, lavatrici, l’agnello, il giglio bianco, il sarcofago, le bombole d’ossigeno, le vasche in plexi. C’è anche, di rado, qualcosa non in bianco, ma è giusto per far risaltare l’effetto quasi abbacinante dell’assenza straniante del colore.

Non era la prima volta che Nagano e Castellucci si incontravano sulla via della Passione: era già successo nove anni fa alla Staatsoper di Amburgo ma questa edizione fiorentina, in scena nella Sala Grande del Maggio (e non nella Sala Metha, come previsto prima dello sciopero della prima) è stata molto di più che una prima italiana rivisitata. Un riallestimento capace di intrigare non poco il sovrintendente Carlo Fuortes che deve essersi adoperato per bene per agevolare la ricollocazione di ogni scelta drammaturgica in senso local, cittadino e toscano. Si contano infatti, fra le numerose, vivide e attive collaborazioni, il Museo di Medicina Legale di Firenze, aziende che producono elettrodomestici e imprese di pulizie (sponsor tecnici? Il precisissimo programma di sala non lo precisa), l’antica associazione sportiva fiorentina “Semper Avanti Juventus” che si occupa di lotta greco-romana, un abete del Caucaso che però viene da Castelvecchio Valleriana di Pistoia, la Polizia Municipale di Firenze, marmi di Carrara e della Garfagnana e infine una dozzina e oltre di volontari e volontarie (con nome e cognome), a uno a uno impegnati in una delle scene clou della serata: stare appesi, per una manciata di lunghi secondi, alla barra orizzontale di una croce virtuale. Anche se la croce più dolorosa non la sopporta Giuseppe di Arimatea ma Maurizio Vignoli di Sorgane, Firenze, che finirà con l’uscire per ultimo dalla scena, camminando con la lentezza che gli è consentita dai suoi arti inferiori entrambi amputati.

Difficile, a questo punto, davvero complicato tornare a dire della più nota e popolare delle due Passioni di Bach (o delle cinque, per i precisini: ma le altre tre nessuno se le ricorda), “la Matteo”, quella che il giovane Mendelssohn riscoprì e fece conoscere al mondo circa due secoli fa (era il 1829), dopo altri cent’anni di solitudine dall’11 aprile 1727, il giorno della vera prima; la “Passione secondo San Matteo di Giovanni Sebastiano Bach”, così come i fiorentini del Maggio la conobbero nel 1939 (XVII anno, “sotto l’alto patronato di Sua Altezza Reale la Principessa di Piemonte, recitava la locandina), diretta addirittura da Wilhelm Furtwangler alla guida dei Berliner.

Non servivano regie, allora, per allestire un oratorio musicale, pur così particolare come una Passione, neanche per la Matteo che, delle bachiane, è quella da sempre ritenuta la più teatrale. Non c’erano regie di sicuro al tempo delle Passioni del fiorentino cinquecentesco Francesco Corteccia e non ci sono mai state neanche per la monumentale secondo Luca del polacco Krzysztof Penderecki, risalente a una sessantina di anni or sono.

Eppure, una decina di anni fa, le regie di un certo nuovo teatro, si potevano occupare di tutto, anche di temi religiosi prossimi alla liturgia, sempre che li si potesse filtrare attraverso il fattore umano, non tanto per il tramite del divino. Quando sul palco della Sala Grande del Maggio si è visto quell’agnello pronto per il salasso, quando poi si è capito che, a tutti gli effetti, il campione di sangue analizzato in scena strumentalmente era quello prelevato dal basso Edwin Crossley-Mercer, cioè Gesù, allora è venuto in mente che l’anno prima di Castellucci-Bach ad Amburgo c’era stata la “Prima lettera di San Paolo ai Corinzi. Cantata BWV 4, Christ lag in Todesbanden. Oh, Charles!” di Angelica Liddell, messa in scena a Berlino (e per altro portata, pochi mesi dopo, per la prima italiana all’Olimpico di Vicenza, con grande scandalo dei fondamentalisti cattolici). Nel contestatissimo allestimento di Liddell, oltre a molto altro, avveniva pure il processo di prelievo e autotrasfusione in scena, attuato da un’infermiera professionale sull’attore che impersonava il vecchio dio nudo. A Firenze non si arriva a questo ma è come se Castellucci fosse andato persino oltre perché, nella sua visione, la Matthäus-Passion di Bach documenta tutte le mille passioni e i mille calvari umani del nostro quotidiano, da tempo non così distopico come potrebbe far pensare il bianco glaciale drammaturgico qui applicato, se solo si pensa ai corridoi d’ospedale del primo Covid-19, con infermieri e dottori più bianchi-anonimi che in “THX 1138” di Lucas.

Umano, troppo umano, dunque, questo allestimento di Castellucci, tanto da farci dimenticare che il titolo era la Passione secondo Matteo di Bach?

Più che altro probabilmente troppo asettico, per una avventura musicale, quella della Passione bachiana che, fra arie, recitativi, cori e corali, da sola, senza immagini, né aiutini, dovrebbe portare, in un lunghissimo crescendo, a una sentita partecipazione emotiva di chi è coinvolto ascoltando. Mentre qui le distrazioni sono tante, a tratti fascinose, a tratti per nulla, spesso scollegate, senza (volutamente?) un tratto unitario, un codice univoco per la lettura extramusicale. Ogni tanto appare e riappare il corale «O Haupt voll Blut und Wunden” che dovrebbe stringere il cuore anche di un sasso, pure con la sua funzione di leitmotiv di tutta l’opera. E invece persino «O capo insanguinato» rischia di passare sottotraccia, quasi come una musica da paesaggio, capace di incorniciare questa o quella scena, la potatura dell’abete o i due lottatori di greco-romana, i quali raffigureranno pure il divincolarsi di Gesù fra i suoi pensieri nella solitudine, ma restano sempre e solo dei pretesti visivi.

L’orchestra e il coro del Maggio, tutti i solisti e il loro direttore si adeguano a questo disegno di scorrimento parallelo, fra la musica giù in buca e la parte visiva sul palco. Kent Nagano cerca e ottiene una sobrietà sonora, per lunghi tratti persino contenuta, nel segno di un contegno tipico del neoclassicismo stravinskiano. Poche volte si lascia andare ai fortissimi che pure alla fine ci saranno, via via, quando ci si indirizza alle parti conclusive; piuttosto, allude o sottolinea ma non ama quasi mai forzare. Del resto i due ensemble strumentali, posti davanti alla massa corale, hanno numeri barocchi: sedici archi ciascuno e poche coppie di fiati, più i colori del continuo (tiorba, organo portativo e viola da gamba). E la Sala, per l’appunto, è Grande.

I due manipoli di solisti sono tutti portati a tirar fuori caratteristiche più liederistiche che melodrammatiche, come del resto imporrebbe il linguaggio. Ian Bostridge, nella parte dell’Evangelista, è in effetti un tenore non del tutto a proprio agio nelle zone acute ma è dotato della giusta espressività scenica. Il basso Edwin Crossley-Mercer è un Gesù poco affranto ma incisivo e sufficientemente distaccato, come gli impone la parte di figlio di Dio; dei due soprani, la russa di origini libanesi Anna El-Khashem si merita applausi copiosissimi. E tutti gli altri svolgono comunque bene il loro compito.

Alla fine, il pubblico è davvero, realmente entusiasta. Era il pubblico più di Castellucci che di Bach? Chi lo sa? Può anche darsi. Pochissimi, rari, quelli che se ne sono andati anzitempo, derubati di Bach e della loro Passione. Non dovranno che aspettare la prossima primavera, quando, con la Settimana Santa, qualche santo provvederà a portare una vera Passione in Duomo. Ma qual è quella vera, per i cattolici? Quella di Bach che fu notoriamente un devoto luterano?

Quando nel 1966 presentò la sua Passione, Penderecki spiegò: «Io sono cattolico romano ma non credo sia necessario appartenere a una Chiesa per comporre musica religiosa: l’essenziale consiste nel fatto di avere l’urgenza di esprimere una fede». Castellucci non è sicuramente un credente, eppure usa di continuo la religione per indagare la condizione umana e il valore e il senso della sofferenza. Anche guardando attraverso la lente della musica di Bach.

Riccardo Brazzale
(7 dicembre 2025)

La locandina

Direttore Kent Nagano
Regia, scene, costumi e luci Romeo Castellucci
Drammaturgia Piersandra Di Matteo
Personaggi e interpreti:
Evangelista Ian Bostridge
Soprano I Anna El-Khashem
Soprano II Suji Kwon
Alto Iurii Iushkevich
Tenore Krystian Adam
Gesù Edwin Crossley-Mercer
Basso I Thomas Tatzl
Basso II Gonzalo Godoy Sepúlveda
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Maestro del Coro Lorenzo Fratini
Coro di voci bianche dell’Accademia del Maggio Musicale Fiorentino
Maestra del Coro Sara Matteucci

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