Forli’ Open Music 2025: cronache dai confini del suono
Niente male un quartetto di contrabbassi per cominciare. Siamo a Forlì Open Music, tutto è possibile. Ludus Gravis (da un’idea geniale di Daniele Roccato e Stefano Scodanibbio del 2010) apre il proprio set mattutino sulla trascrizione di una composizione per pianoforte di Cage degli anni Quaranta Dream. Il risultato è piacevole, coinvolgente. Gli equilibri, gli incastri, le polifonie e i contrasti disegnano un momento magico. Si respirano suoni dal sapore antico, meditativi, in un ambiente spirituale, riflessivo. Ma è solo un antipasto. Un’improvvisa frattura cambia lo scenario. Irrompe un fraseggio nervoso collettivo, ritmi che si incrociano usando le mani sul legno degli strumenti, a rotazione gli archetti rimbalzano sulle corde stoppate, poi grattate. Il pizzicato tradizionale si alterna all’uso di oggetti, i più diversi, alla ricerca del suono che non ti aspetti. Tutto ha un senso, una propria poetica fino al finale, quando, dopo un quasi asfissiante assieme con l’archetto, si piomba in un silenzio saturo di riflessi e riflessioni.
Con Beaks – Edoardo Marraffa sax / Daniela Cattivelli elettroniche – la ricerca va da tutt’altra parte. Marraffa con il tenore, poi verso il finale con il sopranino, srotola un tappeto sonoro sghembo, fatto di colori forti, nodi, trame fitte, voci, fischi, inciampi, grida, su un fondale sintetico, ipnotico, tellurico, a volte sinistramente giocoso. Quando rimane solo prova a costruire un racconto dal sapore acre di periferie industriali, solitudini, che si scioglie in improvvise visioni pastello su volumi più morbidi. La Cattivelli disegna, accumula, diffonde molti materiali scoppiettanti che poi lascia rotolare liberi nello spazio come rami secchi al vento in un deserto infinito. Due fonti d’energia vitale che però trovano raramente momenti di scambio, dialogo. Limite che rischia di ridurre il progetto ad un elenco di buone intenzioni.
L’approccio alla tastiera di Margaux Oswald evoca, più che tracce afroamericane, le avanguardie europee su visioni free degli anni ‘70, come quella di Alexander von Schlippenbach, dove i lirismi venivano disciolti in lampi astratti, attraverso un’esecuzione spezzata, sospesa e nervosa. La pianista franco-filippina non nasconde anche vicinanze con la contemporanea, in particolare con l’inquietante materia bartokiana come le stridenti contrapposizioni di Stockhausen. Questa ricchezza culturale le permette, attraverso una tecnica travolgente, estrema fisicità e gesto, di mettere in gioco una ribollente quasi caotica esposizione accordale sul fronte del ritmo come del suono. Suoni che rimbalzano come schegge di cristallo trasparente elaborati soprattutto sul lato destro della tastiera. Sorprendono le scorribande di accordi corposi, l’uso delle corde che diventano arpa sognante, le lunghe vibrazioni dello strumento lasciate libere. Sorprende Margaux Oswald.
Per il set di Spazio Musica sonorizza Nosferatu rimandiamo alla recensione del recente concerto fiorentino.
L’apertura domenicale è cameristica. Siamo a Forlì Open Music, tutto è possibile. Con Canto Trio la fascinazione di Mat Maneri e Lucian Ban verso le letture, le trascrizioni bartokiane delle musiche popolari della Transilvania – documentata in Transylvanian Folk Songs, Cantica Profana e The Atheneum Concert dove sono coinvolte le ance di John Surman – vede sul palco della Fondazione Masini affiancare i due il clarinetto basso di Marco Colonna, che non è certo una riserva. L’eleganza è il tratto dominante del set, un equilibrio di forme, di vibrazioni danzanti, svolazzi poetici, sapori popolari che però rischiano di attorcigliarsi su se stessi. Considerando la fonte di ispirazione, quel Bartok che ha lasciato un segno profondo nella musica del Novecento, anche con il suo visionario sperimentalismo folclorico, ci aspettavamo un approccio più coraggioso, meno formale e di maniera. Alcuni segnali sono leggibili, come le note stoppate di Ben sulla tastiera che ricordano il motivo barbarico, le dissonanze del linguaggio del compositore ungherese, oppure la ricerca di climax dove volumi, ritmi, esplorazione dei timbri trovano uno sbocco. Ma sono solo episodi che non riescono ad offrire, sul palco di Forlì O.M. dove il rischio è la regola, alla performance una convincente segnale di opera compiuta.
Il cambio palco con gli She’s Analog potrebbe risultare traumatico, ma in realtà testimonia bene la filosofia di FOM. La sperimentazione sonora portata ai suoi limiti estremi. Ritmi spezzati, rumore, elettronica diffusa, caos, distorsioni, improvvisazione, gesto. Un mix sismico, materico, nevrotico, che quasi non ti dà il tempo di pensare. Potrebbe essere il visionario commento di una realtà che non ci piace, un urlo contro la logica della guerra, della sopraffazione. Tra le pieghe della performance, in un montaggio apparentemente caotico, ma in realtà gestito in una logica cut-up di dadaista memoria, convivono molti materiali diversi e influenze. Ma, sotto la spinta sempre più incisiva, estraniante della batteria con i suoi tempi dispari, il reiterarsi di alcuni spazi meditativi e minimalisti, i tre sembrano smarrire le coordinate, smarrirsi. Tendono ad infilarsi, infilarci, in un vicolo cieco. Dopo il loro post-rock, post-jazz, post- punk, post-free rischiano anche il post-She’s Analog.
Emblematico il set Sergio Armaroli-David Toop. Conosciamo bene Armaroli, percussionista, vibrafonista soprattutto, compositore, improvvisatore, poeta, saggista, disegnatore, artista visivo, nella più sfrenata multidisciplinarietà esprime la profonda esigenza di una ricerca senza confini. Conosciamo meno Toop, compositore, scrittore, giornalista, ricercatore, la sua corposa biografia parla per lui. I presupposti per un bell’incontro ci sono tutti. Ma sul palco FOM succede che a fronte di un Armaroli che con il suo vibrafono, anche preparato, esprime una ciclica ricerca sonora variegata, fatta di gesti e soluzioni disparate coinvolgendo oggetti e materiali che tendono a trasfigurare ruolo e sonorità dello strumento, il musicista britannico rimanga quasi indifferente. Sul fronte dell’elettronica Toop usa una base preregistrata alquanto neutra che scorre per tutta la performance. L’alternanza di flauti in legno dal suono ancestrale, campanelli, piccole percussioni, il tutto gestito in una logica ambient datata quanto ben lontana dal mondo sonoro del compagno d’avventura ripropone una questione classica: su quali presupposti nascono le collaborazioni tra musicisti?
Non poteva mancare nel finale la classica ciliegina sulla torta. Anche quest’anno rossa e succosa: Frelosa, cioè Fred Frith–Lotte Anker e Samuel Dühsler, chitarra elettrica, sax e batteria. Un set fulminante, dove l’improvvisazione totale, i suoni più estremi, le soluzioni più impensate, i silenzi e le urla, stanno dentro un contenitore che non le disperde ma magicamente offre a tutti i materiali un senso quasi compositivo di opera d’arte. Perché questo accada serve la genialità di una testa pensante che veda e vada oltre il puro fatto musicale. E lui è lì seduto con la chitarra sulle gambe, come da una tavolozza di colori, da un cappello di prestigiatore, tira fuori idee, forme, paesaggi, fantasmi, rabbia e sogni. Siamo a Forlì Open Music, tutto è possibile.
Paolo Carradori
(1º e 2 novembre 2025)
La locandina
| Sabato 1° novembre | |
| Ludus Gravis | |
| Contrabbassi | Daniele Roccato-Giacomo Piermatti-Rocco Castellani-Yvonne Scarpellini |
| Beaks | |
| Sax | Edoardo Marraffa |
| Elettroniche | Daniela Cattivelli |
| Pianoforte | Margaux Oswald |
| Spazio Musica sonorizza Nosferatu | |
| Clarinetto aumentato – Elettroniche | Sandro Mungianu |
| Chitarra elettrica – Elettroniche | Sergio Sorrentino |
| Domenica 2 novembre | |
| Canto Trio | |
| Clarinetto basso | Marco Colonna |
| Pianoforte | Lucian Ban |
| Viola | Matt Maneri |
| She’s Analog | |
| Chitarra – Sound design | Stefano Calderano |
| Piano rhodes, Prophet | Luca Sguera |
| Batteria – Synth – Elettroniche | Giovanni Iacovella |
| Sergio Armaroli e David Toop | |
| Vibrafono | Sergio Armaroli |
| Elettroniche | David Toop |
| Frelosa | |
| Chitarra elettrica | Fred Frith chitarra |
| Sax | Lotte Anker |
| Percussioni | Samuel Dühsler |


















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