Francesco Micheli: «Amo questo lavoro perché mi fa incontrare persone dal vissuto sfaccettato e pittoresco, uomini e donne autentici.»

Francesco Micheli è uomo di teatro a tutto tondo, perspicace e curioso, capace di portare in scena i grandi capolavori del melodramma rinnovandoli e cogliendo l’essenza di modernità che essi contengono; lo incontriamo al Teatro La Fenice, dove ritorna il suo fortunato allestimento di Otello, la più veneziana di tutte le opere, portatrice di un messaggio attuale e universale.

  • In questi giorni va in scena alla Fenice la ripresa del tuo allestimento di Otello. Il Moro è personaggio complesso; discriminato e possessivo, usato dal potere ma non accettato fino in fondo. Ci parli un po’ della sua attualità?

Ogni volta che ho a che fare con un classico, mi lascia stupefatto la capacità che hanno questi testi di essere contemporanei nonostante siano antichi. Basterebbe già sottolineare la difficoltà che ha un immigrato nordafricano a farsi accettare nel nord-est italiano. In qualche modo questo è un tema di fondo del grande capolavoro: ho letteralmente sentito i brividi durante le prove dei giorni scorsi e Venezia, assistendo a quanto accade durante la tempesta, con un gruppo di persone atterrite che assiste all’infuriare del mare mentre ci sono Iago e Rodrigo che sperano che Otello possa naufragare. Sarò un pazzo visionario ma sembrano proprio gli stessi che sui social se la prendono con l’Africa, il continente da cui Otello proviene, uno di quegli uomini che affidano la loro esistenza a queste barche per cercare un avvenire migliore.

  • Anche Desdemona è personaggio che affiora dalla tragicità della cronaca quotidiana, un archetipo della donna vittima. Come rendi la sua essenza?

Con Carmela Remigio esiste un’intesa che è nata proprio in occasione del primo allestimento nel 2013. La “nostra” Desdemona è decisamente fuori da quei canoni convenzionali che la vedono come una bionda imbambolata, quasi vittima predestinata. La figlia di Brabanzio è una ragazza mediterranea, caparbia, controcorrente: il primo atto shakespeariano  –implicito in Boito– presenta una fanciulla che non ci pensa due volte a rinnegare il padre per correre incontro a questo avventuriero dal passato a tinte fosche. Proprio perché Desdemona è vittima, “malgré elle”, non è forzato vedere in questo omicidio un esempio archetipico della violenza di genere. In scena Carmela esprime la vitalità di una ragazza gioiosa e ardente… e fa ancora più male assistere allo spegnimento di una fiamma così bruciante e vivace.

  • Questo Otello è, fortunatamente, diventato uno dei titoli di repertorio nel cartellone della Fenice. Riallestire senza cadere nella routine non è semplice, qual è la tua ricetta per mantenerlo vivo ad ogni ripresa?

Con il teatro veneziano si è costruita una familiarità ormai decennale che rende ogni occasione una sorta di rimpatriata: l’affetto che mi attende ad ogni mio rientro in Fenice è una vera cura ricostituente. Ne consegue che ogni ripresa è gestita con la cura della mamma quando fa l’arrosto: ogni volta prelibato, ogni volta diverso.
Negli anni inoltre il mio lavoro mi porta a costruire sempre più a quattro mani il lavoro sul personaggio con l’artista che lo incarna. In questa occasione, oltre alla succitata Carmela (sorella nell’arte che diverse volte ho accolto a Macerata e Bergamo), ho avuto la fortuna di imbattermi in due uomini davvero fuori dal comune: Marco Berti e Dalibor Jenis sono artisti nel senso più pieno. Amo questo lavoro perché mi fa incontrare persone dal vissuto sfaccettato e pittoresco, uomini e donne autentici: Marco e Dalibor non fanno eccezione… Porterò nella memoria una cena con loro come una delle notti più divertenti e struggenti della mia vita.

  • È ancora forte, in Italia, la resistenza del pubblico al teatro di regia; i luoghi comuni dei melomani “tradizionali” sono di difficile eradicazione. Perché?

Bella domanda… Potrei intrattenerti per ore perché molte sono le risposte e forte l’urgenza che sento nel dipanare la matassa reazionaria che affligge la scena lirica odierna. Un principio di base è l’approccio con cui parte del nostro pubblico si relaziona all’esperienza lirica. Io mi rapporto alla vita in generale e all’arte in particolare con un’attitudine ermeneutica, gnoseologica: vado all’opera per vedere Traviata o Lucia nella speranza di ricevere in termini estetici e interpretativi un accrescimento del mio bagaglio cognitivo esistente; una porzione ancora determinante di pubblico vive invece l’opera con un approccio liturgico: la soddisfazione esperienziale è direttamente proporzionale alla soddisfazione delle aspettative. Non giudico le categorie di pensiero ma è indiscutibile che questa modalità parareligiosa rischia di immobilizzare ogni spinta di rinnovamento.

  • Un’ultima domanda. Tu sei un meraviglioso divulgatore, nel senso più alto del termine. Quanto è difficile – o quanto è facile – portare il pubblico, soprattutto quello più giovane all’opera?

È innegabile che negli ultimi anni la scena operistica stia vivendo una progressiva emarginazione dalla vita sociale: basta vedere gli spazi sempre più risicati che si ottiene sui mezzi di comunicazione. L’aggravante di questi anni è legata all’esplosione dei social non solo come mass medium ma come approccio cognitivo alla realtà: io stesso su Facebook, per esempio, tendo ad avere a che fare con chi la pensa come me. La conseguenza è potenzialmente devastante: chi non sa continua a non sapere; peggio, chi ha informazioni errate persevera nella convinzione di essere nel giusto. Di conseguenza è difficilissimo giungere alle giovani generazioni ma proprio per questo ancora più essenziale, non solo per l’egoistico bisogno di avere un nuovo pubblico, ma soprattutto nella ferma convinzione che Mamma Opera sia sempre di più la maestra di vita migliore che abbiamo. Lunga vita all’Opera!

Alessandro Cammarano

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