Grosseto: di colli e di cinghiali, tre giorni all’Amiata Piano Festival

Avvolto dal dorato paesaggio toscano, si erge a Poggi del Sasso il Forum Bertarelli, immerso nella maremma grossetana, solitario sul suo colle come una rocca d’altri tempi. All’interno dell’auditorium si trova una sala da musica luminosa e dall’acustica avvolgente, costruita come la pancia di uno strumento. Fra una parte e l’altra del concerto, il pubblico si ritrova fuori dalla sala sorseggiando vino e mangiando in compagnia, prima di rituffarsi nell’ascolto. Questo idillio è l’Amiata Piano Festival, la creatura nata dall’incontro di Maurizio Baglini (e subito dopo Silvia Chiesa) con la Fondazione Bertarelli e di cui ricorrono quest’anno i quindici anni. Per poter comprendere veramente questo Festival, bisogna tenere in conto che l’Amiata non inizia e non termina con la prima e l’ultima nota del concerto, ma fa di tutta la cornice paesaggistica ed enogastronomica parte integrante e fondamentale della propria offerta: lo stesso recarsi nell’isolata sede dei concerti, tra strade sterrate e rischio di cinghiali, è già un immergersi in una dimensione altra. In questa integrazione tra arte e territorio, l’Amiata Piano Festival rappresenta senza dubbio un modello efficace, i cui quindici anni testimoniano non solo il buon funzionamento ma anche la storia che si è costruito nel panorama locale e nazionale.

Trovarsi al Forum per dal 25 al 27 luglio per “Euterpe”, terzo fine settimana musicale del Festival, ha dunque significato fin da subito respirare un’aria diversa e porsi nella condizione di immergersi completamente nel dialogo tra Bach e Pasolini. Protagonisti del primo concerto sono stati Massimo Mercelli, David Simonacci, Maurizio Baglini, Silvia Chiesa e Nika Gorič, con la Roma Tre Orchestra diretta da Massimiliano Caldi. Notevole davvero la compagine romana, distintasi per compattezza e versatilità sotto il chiaro e composto gesto di Caldi, ottima nell’accompagnare tanto il Settimo Concerto per clavicembalo di Bach quanto il Quinto Brandeburghese. Entrambi i brani hanno visto il pianoforte di Baglini al posto del clavicembalo, una pratica ormai ben consolidata nel Concerto in sol minore, ma alquanto particolare e decisamente meno riuscita nel Quinto Brandeburghese. Baglini ha suonato, sì, con spolvero tecnico e la brillantezza che gli è congenita, ma il timbro del pianoforte stonava non poco nella complessa tessitura del maestoso Brandeburghese: meglio nell’affettuoso centrale, in cui il dialogo da sonata a tre ha risentito di meno del cambio di strumento. A concludere il concerto, “…tra la Carne e il Cielo” di Azio Corghi per violoncello concertante, voce recitante maschile, soprano, pianoforte e orchestra, in cui il rapporto tra Pasolini e Bach è diventato il protagonista della musica stessa. Ottimi gli interventi di Silvia Chiesa, abile nel destreggiarsi tra i frammenti di suite bachiane e le asperità improvvise di Corghi, splendida la voce di Nika Gorič, morbida e ben controllata, ma al contempo nitida e precisa, e sempre efficace la presenza di Sandro Cappelletto come voce recitante, arrivato in extremis a sostituire un Azio Corghi cui la moglie ha proibito di uscire a causa del torrido caldo toscano. Unico brano fuori contesto, per quanto ben suonato da Mercelli, “Il grande duello” di Bacalov per flauto e archi, colonna sonora dell’omonimo film di Santi e poi ripreso per Kill Bill – Vol.1 di Tarantino.

Assai particolare anche la seconda serata, “Boléro”, così ribattezzata non solo per la presenza del celebre brano di Ravel, ma anche per il carattere danzante e seducente che ha permeato tutti i brani. Protagonista il duo formato da Clara Cernat al violino e Thierry Huillet al pianoforte, cui con festivaliero spirito di comitiva si è unito anche Maurizio Baglini, per creare una particolarissima formazione violino-pianoforte a quattro mani. Il programma è partito da tre piccoli, deliziosi brani di Enescu appositamente pensati per questo strano terzetto: Pastorale, menuet triste et nocturne, tre brani che mostrano con estrema chiarezza le influenze del primo Enescu, un po’ suggestioni francesi, un po’ vitalità rumena, un po’ appassionato tono brahmsiano. A seguire, la Danse Macabre di Saint-Saëns trascritta da Huillet per violino e pianoforte a quattro mani, ben eseguita dal trio, ma un po’ pesante ed aggressiva, e a chiudere la prima parte la Rhapsody in Blue di Gershwin in trascrizione sempre di Huillet per violino e pianoforte. La Rapsodia è stata il brano di maggiore successo della serata, chiamando vere ovazioni e standing ovation nel Forum Bertarelli. Nella trascrizione, la parte pianistica è inspessita ma fondamentalmente simile all’originale di Gershwin e va al violino dunque il ruolo di riprodurre l’orchestra intera: solo una violinista possente come Clara Cernat sarebbe riuscita ad affrontare la parte, riuscendo sempre a sovrastare le dense e brillanti sonorità del pianoforte, ma sapendo anche concedersi momenti di appassionata cantabilità, sostenuta da una disinvoltura timbrica che non ha fatto rimpiangere l’orchestra di Gershwin. Ha detto giustamente Maurizio Baglini, nella presentazione del concerto: in questa versione la Rapsodia assume un valore quasi epico. Ma non solo, sotto le mani dell’esperto duo (marito e moglie, peraltro) la Rhapsody in Blue si può concedere le libertà e i subitanei cambi d’espressione che tengono vivo lo spirito ritmico del brano. In seconda parte è stata la volta di un brano di Huillet stesso, Buenos Aires per violino e pianoforte, una combinazione milonga-tango-milonga splendidamente scritta, con qualche cupo sapore romantico e ben inserita nell’efficace strumentazione. E che Huillet fosse accorto strumentatore è stato ampiamente dimostrato nla sua trascrizione del brano conclusivo della serata, l’atteso e temuto Boléro di Ravel. Temuto in quanto la composizione vive fondamentalmente di invenzione timbrica e perfezione del meccanismo orchestrale, ridurla al trio violino e pianoforte a quattro mani rischiava di farne perdere completamente lo spirito e trasformarlo in una gravosa ripetizione tematica inserita in un goffo crescendo che per limiti strumentali non può eguagliare le sonorità orchestrali. Ma non è stato così: fin dalla prima enunciazione del ritmo, ottenuta picchiettando con le nocche sul pianoforte, Huillet ha saputo infondere notevole fantasia nella scrittura, riempiendo di dettagli tanto le parti singole, quanto l’insieme. Non potendo vantare sulla palette timbrica dell’orchestra, il pianista e compositore francese ha trovato infatti nel gioco tra gli strumenti quella varietà d’effetti che ha reso scorrevole l’ipnotico Boléro, anche sostenuto dalle poderose sonorità di Cernat, capace di sostenere l’esplosivo finale al solo prezzo di qualche crine.

A concludere la mia esperienza all’Amiata Piano Festival, “Aria”, così intitolato per la prima esecuzione in apertura di Aria di Silvia Colasanti, nella versione per pianoforte e quartetto d’archi: lo splendido e rarefatto brano, fedele al proprio nome, alterna suggestioni traslucide, dal suono quasi smaterializzato, a momenti di più nitida cantabilità. Sul palco Sandro De Palma con il Quartetto Guadagnini, che si è poi cimentato con il Quartetto n. 19 K 465 di Mozart, il famoso Quartetto “delle dissonanze”. Nei due brani il Guadagnini si è subito distinto per un ottimo controllo delle sonorità dal mezzopiano in giù, così come per una notevole compattezza di suono, nonostante l’assai diversa personalità dei quattro musicisti: più introverso e lirico il primo violino Fabrizio Zoffoli, preciso e ben marcato il violino di Cristina Papini, vivace e scanzonato il violista Matteo Rocchi, solida, compatta e decisa Alessandra Cefaliello al violoncello. Meno riuscita, del Quartetto, l’intonazione, soprattutto nei soli di Zoffoli il quale in Mozart avrebbe avuto bisogno di una maggiore brillantezza, ma che ha saputo ben dialogare con gli altri strumentisti. Meglio il Quintetto di Franck, in cui il Guadagnini, perfettamente sostenuto dalla disinvoltura tecnica di un De Palma abile nell’equilibrare lo slancio appassionato e la sobrietà liturgica così connaturati all’autore, ha saputo trovare un’ampia gamma di situazioni espressive. Nonostante una certa impermeabilità tra quartetto e pianista tradisse le poche prove, dunque, il Quintetto è stato un grande successo per il pianista e per il quartetto: sublime il secondo tempo, in cui il tono morbido e melanconico di Zoffoli ha saputo rendere magnificamente le atmosfere sospese ed elegiache evocate da Franck con le liquide sonorità del pianoforte di De Palma.

Emblematico anche il finale di questi tre giorni: dopo il bis di Sandro De Palma (tre Sonate brevi di Cimarosa eseguite con vivacità sorprendente e gusto impeccabile), la natura stessa si è ripresa il ruolo di coprotagonista del Festival, circondando l’esecuzione del bis del Guadagnini (il Primo Quartetto di Mozart) di tuoni, fulmini e scrosci di pioggia. Un contrasto veramente suggestivo: la fanciullesca leggerezza mozartiana mentre fuori dalla sala imperversava il temporale.

Alessandro Tommasi
(25 – 27 luglio 2019)

La locandina

GIOVEDI’ 25 LUGLIO
Bach: Passione secondo Pasolini
Roma Tre Orchestra
DirettoreMassimiliano Caldi
SopranoNika Gorič
 con la partecipazione Azio Corghi
Programma:
Luis Bacalov
“Il grande duello” dal film omonimo di Giancarlo Santi [1972] e da “Kill Bill – Vol. 1” di Quentin Tarantino [2003], per flauto e archi
J. S. Bach
Concerto brandeburghese n. 5 in re maggiore BWV 1050, Concerto per pianoforte e orchestra n. 7 in sol minore BWV 1058
Azio Corghi
“…tra la Carne e il Cielo” da Pier Paolo Pasolini
VENERDI’ 26 LUGLIO
Boléro
ViolinoClara Cernat, Thierry Huillet
PianoforteMaurizio Baglini
Programma:
George Enescu
Pastorale, menuet triste et nocturne per pianoforte a quattro mani e violino
Camille Saint‐Saëns
Danse macabre op. 40, trascr. per pianoforte a quattro mani e violino di Huillet
Maurice Ravel
Boléro, trascr. per pianoforte a quattro mani e violino di Huillet
Thierry Huillet
Buenos Aires per violino e pianoforte
George Gershwin
Rhapsody in Blue, trascr. per violino e pianoforte di Huillet
SABATO 27 LUGLIO
“Aria”
PianoforteSandro De Palma
Quartetto Guadagnini
Programma:
Silvia Colasanti
Aria per pianoforte e quartetto d’archi
W. A. Mozart
Quartetto per archi n. 19 in do  maggiore “Delle dissonanze” K. 465
César Franck
Quintetto per pianoforte e archi in fa minore

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