I Berliner dal vivo per il Primo Maggio

Leggo sui social grandi lodi degli addetti ai lavori per il concerto “dal vivo” dei Berliner Philharmoniker, il loro tradizionale Europa Konzert del Primo Maggio, da sempre “viaggiante”, ma quest’anno costretto a rimanere – causa pandemia – dentro alla sala della Philharmonie nella capitale tedesca. Data la situazione, l’accesso alla “Digital Concert Hall” dell’orchestra berlinese era gratuito.

Vedo gli elogi e capisco l’emozione di chi si trova a “spiare” attraverso un collegamento telematico e un monitor un’esecuzione musicale che si sta svolgendo in quel momento, dopo due mesi di forzata assenza dalle sale da concerto. Ma non riesco a condividere l’ottimismo, perfino l’entusiasmo di qualcuno. E il discorso, evidentemente, non riguarda la qualità dell’esecuzione musicale.

Le prime parti dei Berliner – tutte sottoposte a test anti-virus – non fanno uso di mascherine ma sono sparpagliate sul palco che contiene in genere un centinaio di esecutori: distanziati di un paio di metri gli archi, sovradistanziati i tre-fiati-tre ammessi all’esecuzione (quattro-cinque metri uno dall’altro). Se non altro, non si vede traccia dei separé di plexiglass di cui qualcuno in Italia va blaterando in questi giorni per mettere le orchestre in sicurezza… Non sappiamo se il direttore Kirill Petrenko consideri la cosa adeguata, dal punto di vista musicale. Di lui rimangono nella mente il sorriso e l’inchino al pubblico che lì non c’è, ma in giro per il mondo, forse sì.

La sofisticata regia video non cessa di offrire inquadrature che mostrano il vuoto pneumatico della grande platea su più piani. Se n’è andato anche il presidente federale, Steinmeier, che prima dell’inizio aveva detto qualche parola giusta e solidale. Poteva rimanere, sarebbe stato da solo: forse l’ha considerato un eccesso di protagonismo.

Il clima è psicologicamente drammatico, il programma non aiuta a stemperare la tensione. E certo non era facile trovare qualcosa di non del tutto cameristico ma destinato a un organico dai quindici elementi in giù. Ma forse qualcosa per dare il senso di una nuova speranza poteva essere fatto. Invece, l’ascolto sembra preordinato a realizzare una qualche musicale ma luttuosa sublimazione della nostra inquietudine. E conta poco che si tratti di musica straordinaria. Da “Fratres” di Arvo Pärt all’Adagio per archi di Samuel Barber, attraverso “Ramifications” di György Ligeti, il percorso novecentesco è di quelli che sgomentano, che schiudono orizzonti inquietanti. Musica di bellezza lancinante che lascia senza fiato e che non regala la minima scusa: questo è un concerto in tempo di epidemia, destinato a nessuno, ovvero a tutti quelli che lo possono “afferrare” con la tecnologia. Ma a nessuno in carne e ossa, lì sul posto.

Poi tocca a Mahler in versione “da camera”: la quarta Sinfonia nella trascrizione per pochi strumenti curata da Erwin Stein, allievo di Schoenberg, negli anni Venti. Un adattamento creato anche per uno scopo “logistico”: permettere l’esecuzione fuori dai teatri di questa musica per grande orchestra, regalarne le sensazioni e i colori in un contesto sociale di calda compartecipazione, esecutori e ascoltatori fianco a fianco in un salotto o in un caffè. In altre parole, un invito al rimpianto, alla riflessione amara sulla situazione nella quale ci troviamo.

E allora a maggior ragione la descrizione della “vita celeste” di cui consiste l’ultimo movimento, Lied per voce di soprano, ciascuno la interpreti come vuole. E facciamo finta di non sapere quel che ne diceva Mahler. E cioè che questa Sinfonia riguarda «la gioiosità di un mondo superiore a noi estraneo, che porta però in sé qualcosa di spaventoso; e nel Lied finale il bambino, che già appartiene a quel mondo superiore, nella sua innocenza ne spiega il vero significato».

Di sicuro, una musica adeguata all’era del grande tormento, nella quale siamo stati sprofondati nostro malgrado e della quale non si vede ancora la fine. Con teutonico rigore, senza fare sconti, da Berlino ce l’hanno ricordato. Con spirito più mediterraneo, sollevati dalla consapevolezza che anche un grande tedesco come Nietzsche a suo modo avrebbe approvato, non avremmo sgradito qualcosa di meno inesorabile. Sarà per un’altra volta.

Cesare Galla
(1° maggio 2020)

La locandina

DirettoreKirill Petrenko
SopranoChristiane Karg
Berliner Philharmoniker
Programma:
Arvo Pärt
Fratres (versione per archi, orchestra e percussioni)
György Ligeti
“Ramifications” per archi
Samuel Barber
Adagio per archi op. 11
Gustav Mahler
Singonia No. 4 in sol maggiore (versione per orchestra da camera di Erwin Stein)

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