Il Gattopardo: storia di una colonna sonora
Che il Gattopardo di Luchino Visconti fosse considerato un vero capolavoro è cosa nota. Ma grande parte del successo del film è dovuto alle musiche che egli stesso usò, d’intesa con Nino Rota. Ed è un file rouge che collega i due artisti, lo stesso che li porterà ad essere così attenti alle scelte stilistiche e storiche. Tutto il film si basa su una storia, quella certamente tratta dall’omonimo romanzo di Tomasi di Lampedusa, nobile personaggio che aveva come curioso interesse quello di scrivere. Nella sua vita Giuseppe Tomasi di Lampedusa ebbe molto da fare per poter difendere il suo amore per la letteratura. Figlio di nobile ed antichissimo casato, Tomasi di Lampedusa si distinse per portare con sé quell’amore per la storia e per la narrazione, tanto da lasciare quell’unico romanzo storico che è Il Gattopardo. Un ritratto della Sicilia e dell’Italia post-garibaldina. Il film venne realizzato in maniera perigliosa da Luchino Visconti che si avvalse di set nei luoghi siciliani, registrando in piena estate, con notevoli problemi di caldo. Come quello che stiamo vivendo in questi mesi.
Visconti gira in maniera realistica, così come era la sua idea di regia, nel quartiere della Kalsa in particolare, mentre il Palazzo del Principe di Salina viene individuato in quello di Villa Boscogrande, sito perfetto nei pressi del Monte Pellegrino. La famosissima scena del ballo è stata girata nella dimora di Palazzo Valguarnera Gangi sempre a Palermo. Poi altri bellissimi luoghi come il Palazzo Chigi di Ariccia e altri luoghi dislocati nel comune di Cimmina, nei pressi di Palermo. Insomma, una ricostruzione storica così fortemente voluta da Visconti che non trascurava nulla e nulla era casuale.
Quando si confrontò con Nino Rota per le musiche, la sua richiesta era ovviamente indirizzata verso una partitura che potesse in qualche modo enfatizzare la storia già romantica di per sé. Infatti, le vicende di Don Fabrizio sono talmente legate ad una dimensione di un certo decadentismo e di valori strettamente legati al romanticismo. Pertanto, sapendo Visconti che Nino Rota era spesso impegnato, gli dette il tempo necessario per potergli proporre qualche cosa di avvincente. La storia narra che il nostro compositore andò a rispolverare una vecchia composizione, detta Sinfonia su un tema d’amore, composta all’incirca negli anni Quaranta. Ma Rota non la portò a termine. Poi, dopo aver utilizzato una buona parte della partitura, sia per Viaggio a Donnafugata che per Angelica e Tancredi, con altri inserti, ne creò una definitiva sinfonia. Certo già dai titoli di testa si riconosce quella scrittura talmente aderente all’immagine che farà del Gattopardo un vero punto di riferimento per la scrittura applicata.
La forte immagine che Rota da nei titoli di testa è ricca di riferimenti a Brahms e a Čiajkovskij. Il forte romanticismo che evoca, in tono minore, in forza destinica, con i corni che ricordano tantissimo gli intarsi del compositore russo, fanno della sinfonia una via di possibile idea di creatività applicata: le modulazioni in maggiore, le sintesi melodiche di quel tema che è talmente rotiano, fanno dei titoli di testa una vera e propria pagina di enorme fattura, con quel fortissimo riferimento mascagniano dell’esplosione melodica, talmente bella da commuovere. Per poi ritornare a quell’amato oboe con uso di semitono discendente che sarà tanto caro a Rota. Ecco già da questa introduzione, sui titoli di testa si capisce che questo è un film assolutamente musicale. Come pochi. Da non confondere con il musical. Ma semplicemente la musica come suol si dire è diegetica ed intellettualmente intelligente, tanto da essere assolutamente inscindibile con il tremore di tutta la vicenda. E con quel calore che tanto emana, non solo dalle scene, ma proprio dal sentimento che crea Rota, con una incredibile maestria degli antichi affetti.
Poi nella conversione viscontiana al romanticismo post-unitario di Rota, sbuca senza accorgersene Giuseppe Verdi. Non è per nulla casuale questo riferimento. Perché Rota gli rende omaggio nella fattura dell’applicazione e perché ad un certo punto spunterà quel famoso Valzer che pare Visconti avesse ricevuto manoscritto in dono. Ma sono gli inserti verdiani che si sentono nell’entrata in chiesa quando Don Fabrizio arriva a Donna Fugata e la bassa banda suona proprio arie del compositore lombardo. Per entrare in chiesa con l’organo che in maniera “dissacrante”, utilizza la Traviata. Per poi ascoltare il Te Deum pseudo gregoriano con tanto di accompagnamento d’organo. Talmente verdiano Rota da usare un tema ispirato per l’Entrata di Angelica, che tanto rimanda alla romantica scrittura dell’Otello. Per non sentire forte l’afflato popolare con i canti che spesso si ascoltano come La bella Cigogin. Insomma, è un vero e proprio trattato di forme romantiche, o meglio di come si scrive il romanticismo da applicare all’immagine filmica. Nino Rota, fece poi quella famosa sequenza del ballo, notissima per tutte quelle danze che giravano attorno al citato Valzer inedito di Verdi. Di questo valzer, la storia narra che fu trovato il manoscritto da Serandrei, il fedele montatore di Visconti e che gliene fece omaggio. Il valzer scritto per pianoforte venne dedicato alla Maffei, amica stretta di Verdi. Dunque, Rota eredita questo valzer da Visconti, lo orchestra e lo pone come perno intorno al quale gira tutto il finale della scena del ballo. In effetti, le danze che scriverà Rota sono assolutamente in linea con quello che aveva composto Verdi, rendendo così talmente iconica la citata scena, da entrare nella memoria popolare. Fra le perigliose imprese estive di Visconti, anche Rota fu coinvolto per la registrazione in loco della suite di danze. Si narra che furono scritturati musicisti in loco, poiché non fecero a tempo ad arrivare da Roma quelli scelti. Da ricordare che tutta la partitura fu eseguita dall’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia diretta da Franco Mannino, mitologicamente insostituibile esecutore dei lavori cinematografici di Rota.
Il risultato di questa registrazione, avvenuta nei giorni del caldo palermitano, anche di notte, è una certa imperfezione che tanto piacque a Visconti e decise di mantenere quel sound. Rota della Sinfonia fece il completamento che venne eseguito presso il Foro Italico dall’Orchestra della Rai di Roma il 17 giugno 1972. Fra le altre storie nate intorno a questo film, raccontato in maniera dettagliata da Francesco Piccolo ne La bella confusione, c’è quella dei ritrovamenti negli archivi della Cam, la casa discografica romana con la quale Rota aveva un contratto di collaborazione.
Ebbene, recentemente sono venuti fuori tante tracce, molte non utilizzate nel film, fra le quali è stato ritrovato anche un frame dal Capriccio Italiano di Čajkovskij. Questo a conferma di quanto per Rota quei riferimenti di scrittura fossero assolutamente indispensabile, come d’altronde lo erano per Visconti. Concludendo, in questo agosto di caldo mediterraneo, probabilmente anche Rota e Visconti vissero una tale situazione. Ma è proprio tutto il film che vive del calore non solo termico ma di quello umano. Visconti e Rota hanno lasciato alla storia della musica qualche cosa che non avrà molti altri riferimenti. Poi, per qualche ragione a noi poco chiara, Netflix nel 2025 ha ben pensato di farne del Gattopardo una serie televisiva. Non ci sono spiegazioni plausibili. Un’opera come quella forgiata da Visconti e da Rota è assolutamente irripetibile. Per ricordare il calore di due persone incredibilmente non clonabili.
Per fortuna loro. E per ricordare chi è stato musicologo di grande perizia come Gioacchino Lanza Tomasi, cugino di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, dal quale eredità il cognome per essere stato da costui adottato. Indimenticabile nostalgicamente.
Marco Ranaldi






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