Il libro: Brazzale racconta la Storia del Jazz

Bisogna capirlo, il popolo del jazz. Per quanto sia fatto di gente straordinaria – musicisti, storici e musicologi, organizzatori e appassionati in confortevole crescita – fa una gran fatica ad accettare che il suo meraviglioso mondo sonoro abbia una storia certo formidabile e complessa, globale e sempre più universale, ma breve: un secolo o poco più. Per dire, molti di noi del popolo della musica sedicente colta – quelli meno curiosi, certo, ma ahimè non sono pochi – quando arrivano ai primi del Novecento, cioè all’epoca in cui il jazz cominciava a emettere i primi vagiti, considerano che la musica sia finita, o sul punto di esserlo. Stanchi di una storia che si può valutare lunga anche una decina di secoli o forse più, a seconda dei punti di vista.

Errore fatale, va da sé. In natura il vuoto non esiste, e neanche nell’arte e quindi se si lascia un vuoto arriverà qualcuno che lo riempie. Per questo, bisogna capirlo il popolo del jazz, se qualche volta esagera. Non è vero che la musica afroamericana «è stata la forma d’espressione più creativa del Novecento», ammesso che abbia senso fare classifiche di questo tipo. Ma se il curatore di un libro nel presentarlo non si concedesse qualche iperbole come quella citata, non si potrebbe dire che fa bene il suo mestiere. E in ogni caso, chi scrive conosce abbastanza da vicino uno degli autori del libro in questione, un jazzista, docente e scrittore di musica di assoluto livello come Riccardo Brazzale, per sapere che l’idea non lo ha mai nemmeno sfiorato e che mai si sognerebbe di scrivere una cosa del genere. Per estensione, ci sentiamo tranquilli anche per quanto riguarda gli altri due autori: due autorità come Luigi Onori, che scrive di jazz sul Manifesto da quasi quarant’anni oltre a essere a sua volta docente di jazz; e come Maurizio Franco, musicologo e biografo di personaggi del jazz di lungo corso.

Il libro s’intitola La storia del jazz ed è uscito da qualche settimana per la storica casa editrice milanese Hoepli (594 pagine in grande formato, € 29,90). Titolo singolare, se ci pensate: non semplicemente Storia del jazz, come se fosse una delle tante in cui farsi accompagnare dagli esperti. Chi scrive, per esempio, di Storie della Musica (quella sedicente colta) ne conosce qualcuna, ma non si è mai imbattuto in una che s’intitolasse La storia della musica. Magari c’era un aggettivo all’inizio (che so, “breve”) o alla fine (tipo “operistica”, o “sinfonica” e così via), ma l’articolo determinativo mai. Questa è invece LA storia del jazz, e fa tutta la differenza del mondo. Perché quando i titoli non mentono, sai cosa aspettarti prima ancora di aprire un libro. E per questo libro è precisamente così: dentro alle sue 600 pagine trovi tutte le storie che valeva la pena di raccontare sul jazz e intorno al jazz, ma anche molte altre, in un approccio che non perde mai di vista la storia universale (politica, economica, culturale…) e anzi ti fa capire come le vicende dell’umanità e quelle del jazz siano state, da un punto all’altro del pianeta, dall’inizio del Novecento in poi, sempre molto strettamente incrociate.

Quella di Brazzale, Franco e Onori è “la” storia del jazz perché è un punto fermo: 110 anni (suppergiù) di tendenze musicali, personaggi geniali, antropologia della musica, stili, spirito del tempo, esperienze culturali e di mercato (e influenze reciproche), editoria cartacea e discografica. Un’enciclopedia (se nessuno si offende) strutturata cronologicamente e basata su un sistema di schede che mettono a fuoco compositori, esecutori e tendenze con sintetica efficacia, spesso facendo scorrere a margine di pagina la cronologia generalista o specifica. Molta varietà grafica (box, stelloncini, sommari, schede di ogni ordine e grado), in pratica nessuna fotografia su carta: per quelle, basta scaricare la specifica App e puntarla sulla pagina che interessa per avere sul telefonino una razione aggiuntiva multimediale che fa un po’ l’effetto della realtà aumentata. Vastissima e puntigliosa la discografia.

Com’era inevitabile, c’è tanta America. Com’era doveroso ma non scontato, c’è tanto “World”. E specialmente una dose massiccia di Europa e di Italia, in sezioni che certificano la ricchezza del movimento da questa parte dell’Atlantico, ma più ancora l’inestricabile e inarrestabile dinamica di una musica che ha avuto il destino di nascere in definizione geografica limitata e di guadagnare in men che non si dica un ruolo universale, globale. Accettando di confrontarsi e incrociarsi con qualsiasi altra idea di musica, nel più fecondo e positivo meticciato culturale (questo sì!) del Novecento.

Brazzale, da par suo, effettua anche una puntigliosa e talvolta sorprendente ricognizione su quanto il jazz abbia preso dalla musica colta, negli anni fra le due guerre, e di quanto le abbia dato. Del resto, si parla di uno specialista della questione – a prescindere dal fatto che è il leader della big band più premiata negli ultimi venti-trent’anni di jazz italiano: leggere il numero di dicembre della rivista “Musica Jazz”, per verificare. Ci troverete un dossier intitolato “Beethoven e il senso dello swing”: l’analisi più meticolosa e sottile, tecnicamente ferrata eppure trasparente, che ci sia mai capitato di leggere sulle problematiche ritmiche delle ultime Sonate per pianoforte del Titano e segnatamente dell’Arietta che conclude l’op. 111. Ci credereste? L’esoterico tardo stile beethoveniano era già arrivato a lambire i dispositivi ritmici che il jazz ha reso capitali nel suo linguaggio… Chissà, forse è il caso di attribuire un altro secolo alla storia evidentemente non così breve della meraviglia chiamata jazz.

Cesare Galla

Luigi Onori, Riccardo Brazzale, Maurizio Franco
La storia del jazz
Hoepli, pagg. 594

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