Il libro: Carlo Fiore “La musica dei cattivi”
Esiste una convenzione così capillarmente diffusa nel racconto audiovisivo da essere diventata quasi invisibile: quando la musica classica entra in scena, il pericolo è imminente oppure chi la ascolta — o peggio, la suona — è un individuo pericoloso. Carlo Fiore, musicologo e critico musicale di gran vaglia, dedica a questo automatismo culturale un saggio compatto e tagliente che si legge con il senso crescente di chi vede riportare alla luce qualcosa che sapeva senza saperlo.
L’architettura di La musica dei cattivi (Neri Pozza Editore, pp. 160, €) è apparentemente semplice: identificare lo stereotipo, ricostruirne la storia, smontarne i meccanismi. Ma il territorio che Fiore attraversa è assai più vasto di quanto il formato suggerisca. Il vilain occidentale — cinematografico, seriale, televisivo — ha quasi sempre un rapporto privilegiato con la musica d’arte. Assassini di raffinata educazione, serial killer metodici e freddi, scienziati dediti a disegni apocalittici, megalomani di varia estrazione: tutti condividono un’attrazione sistematica per Bach, per Verdi, per il teatro lirico, talvolta per uno strumento suonato con inquietante padronanza.
L’elenco dei casi analizzati da Fiore spazia attraverso decenni di produzione audiovisiva, toccando tanto i grandi classici del cinema noir quanto le serie televisive contemporanee, mostrando come la convenzione non si sia indebolita col tempo ma anzi si sia consolidata, adattandosi ai mutamenti di genere e di pubblico senza mai perdere la propria funzione semiotica di segnale di pericolo.
Fiore non si limita alla catalogazione dei casi — esercizio che da solo varrebbe come contributo alla storia della musica nel cinema — ma scava nella genesi culturale di questa associazione.
La musica classica come codice dell’alterità inquietante affonda le radici in una stratificazione di pregiudizi: la diffidenza romantica nei confronti dell’intellettuale troppo raffinato, il sospetto borghese verso chi frequenta mondi estetici inaccessibili ai più, la tradizione gotica del genio pervertito.
Hollywood ha ereditato e amplificato questo immaginario, assegnando alla musica d’arte la funzione di marcatore di superiorità mostruosa. Il personaggio che ama l’opera non è semplicemente colto: è distaccato dall’umanità ordinaria, capace di violenza senza turbamento emotivo, perché la sua sensibilità si è cristallizzata in una forma di esteticismo che esclude l’empatia.
Il saggio affronta con rigore anche le conseguenze di lungo periodo di questo meccanismo narrativo. Il pubblico che ha assorbito per generazioni tale associazione ha sviluppato nei confronti della musica classica un’ambivalenza sottile ma documentabile: l’ammirazione convive con un senso di estraneità, e in alcuni casi con una sfiducia irrazionale verso le istituzioni che la ospitano — le sale da concerto, i teatri d’opera — percepite come luoghi della complessità e, per traslato, del pericolo. Fiore restituisce a questo processo la sua piena dimensione sociologica, senza mai perdere di vista la specificità musicologica del discorso. È una doppia competenza rara, e qui viene dispiegata con misura.
La prosa è quella di chi ha pensato a lungo prima di scrivere: densa senza essere ermetica, capace di tenere insieme il dato storico e il ragionamento critico senza che l’uno schiacci l’altro. Il tono è distante dall’invettiva quanto dal compiacimento divulgativo. Fiore non vuole scandalizzare né rassicurare: vuole mostrare, e lo fa con la pazienza del filologo e la precisione del saggista che sa dove sta andando.
A chiudere il volume, una breve storia della musica dei vampiri — digressione che potrebbe sembrare eccentrica ma che risulta, alla lettura, la naturale appendice speculativa del discorso principale. La figura del vampiro è per eccellenza quella del raffinato predatore eterno, e la sua relazione con la musica d’arte costituisce un caso limite, quasi un laboratorio, in cui lo stereotipo analizzato nel saggio raggiunge la sua forma più esplicita e mitologicamente compiuta.
La musica dei cattivi è un libro che sa essere necessario senza proclamarlo. In 160 pagine Fiore apre una questione che la critica musicale ha troppo a lungo lasciato ai margini, e invita — senza enfasi, con la sola forza dell’argomentazione — a ricostruire un rapporto di fiducia con l’arte e con la complessità che la abita.
Leggetelo, non ve ne pentirete.
Alessandro Cammarano




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