Il moderno Paganini secondo Ksenia Milas

Per essere il maggior contributo al repertorio del violino moderno dopo Paganini, come ha detto una volta David Oistrakh, non è che le Sonate di Eugène Ysaÿe siano così frequenti nelle sale da concerto. Il più delle volte fanno capolino al momento del bis (ce n’è una – la terza – che dura poco più di sette minuti e nessun movimento della seconda, con il suo ossessivo ritorno del cantus firmus del Dies Irae va oltre i quattro minuti o poco più): ideali per un ulteriore exploit di virtuosismo o per un’immersione in clima espressivi lontani da quelli barocchi o del Classicismo. Raramente fanno parte dei programmi iniziali; mai, nella nostra esperienza, più di una alla volta. Come se andassero assunte a piccole dose, con cautela.

Eppure è indubbiamente così: le sei Sonate op. 27 di Ysaÿe sono un caposaldo nell’arte del violino di tutti i tempi. E c’è chi ha notato, non senza ragione, che un secolo circa separa le pietre angolari della grandiosa storia di questo strumento, dai Soli di Sebastian Bach (1720) ai Capricci di Paganini (1817) fino appunto alle Sonate del virtuoso-compositore belga, pubblicate a Bruxelles nel 1924. Per inciso, questo straordinario ordine seriale potrebbe proseguire se adesso, anno di grazia 2017, si registrasse una “nuova entrata” di altissimo livello.

Nell’attesa vagamente scettica del formidabile evento, ci si può consolare con una discografia un po’ più nutrita rispetto alle occasioni concertistiche, arricchita di recente dall’incisione che ne ha fatto una ventottenne violinista russa molto attiva anche in Italia, Ksenia Milas, per l’etichetta francese Anima Records.

Ysaÿe è stato il maggiore violinista della sua generazione (era nato nel 1858, morì a 73 anni nel 1931), sicuramente il più popolare a livello internazionale, per l’intensa attività e le numerose tournée fra Russia America. Spirito aperto e illuminato, coltivò ad alto livello anche la musica da camera (con il suo quartetto) e la direzione d’orchestra e fu organizzatore di concerti votati alla valorizzazione delle espressioni contemporanee. Allievo dei massimi protagonisti dell’archetto della metà dell’Ottocento, Wieniawski e Vieuxtemps, ha attraversato la società musicale del suo tempo con il dono di farsi apprezzare dai colleghi e di apprezzarli a sua volta. E lo provano le dediche prestigiose da parte di autori come Debussy, Chausson, César Franck. Per dire, la celebre Sonata per violino e pianoforte di quest’ultimo è a lui indirizzata come omaggio per le sue nozze.

Le sei Sonate furono progettate e realizzate nel giro di pochi giorni durante il 1923 con la caratteristica unica di essere ciascuna dedicata dall’autore a un collega violinista della nuova generazione, e letteralmente modellata sulle sue caratteristiche: la prima a Joseph Szigeti, la seconda a Jacques Thibaud, la terza a George Enescu, la quarta a Fritz Kreisler, la quinta al suo allievo Mathieu Crickboom (secondo violino nel suo quartetto) e la sesta a Manuel Quiroga. Il “gotha” del violinismo internazionale, interpreti al massimo di poco oltre i 40 anni, destinati ad avere ancora una lunga e significativa carriera.

La premessa è importante per capire quanto ardua sia la sfida interpretativa per chi affronti queste composizioni, ciascuna caratterizzata dal fatto di “corrispondere” alle caratteristiche di violinisti che Ysaÿe conosceva bene. Serve un “multiforme ingegno”, non certo per tentare la ventura suonando “alla maniera di”, ma per un doppio, arduo obiettivo. Innanzitutto bisogna superare i problemi esecutivi a volte tremendi disseminati dal violinista-compositore, che davvero va molto oltre le “colonne d’Ercole” di Paganini e spinge il violino in territori tanti insoliti quanto arcani. Oltre i propri limiti, verrebbe da dire nel sentire la dimensione polifonica della scrittura, la quantità di note doppie, triple, quadruple, financo sestuple, la ricerca timbrica. E poi, quasi come in una sciarada, bisogna risolvere la complessa trama stilistica di ciascuna Sonata, che ha come punto di partenza il lascito bachiano, letteralmente (nella profusione di citazioni) e spiritualmente, in un gioco di rispecchiamento e di superamento che è certamente l’aspetto più affascinante di questo corpus.

Ksenia Milas, che imbraccia un violino francese dell’Ottocento, un Auguste-Sebastien Bernardel del 1840, raggiunge entrambi gli obiettivi: appare tecnicamente ferrata, sempre attenta alla multiforme e cangiante tavolozza timbrica, esaltata specialmente nella zona bassa della tessitura grazie a un suono corposo e vellutato, di grande impatto espressivo. Agilità e precisione sono dominate con notevole facilità, mentre la riflessione stilistica la porta a una misura apprezzabile specialmente per la cura nell’evitare sentimentalismi romantici non appropriati. La Sonata n. 3 risulta così asciutta e intensa, mai oltre una sorvegliata passionalità; la numero 2 si sviluppa con stringente incisività e chiarezza nell’emersione della trama tematica, filtrata attraverso arcani cromatismi, tutti nitidamente evidenziati. In questo Ysaÿe, l’eredità di Bach è viva e operativa, non soltanto un’aspirazione intellettualistica o un sogno a due secoli di distanza.

Cesare Galla

Ksenia Milas “Le tsar du violon”

– Integrale delle Sonate per violino di Eugène Ysaÿe –

Cd Anima Records  ANM/170400001

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