Il Testamento del Senesino o il tramonto dell’illusione

SCENA PRIMA: L’oro e la terra

Senesino, il Bambino

(Siena, Palazzo Bernardi, settembre 1758. Alle prime luci del giorno Senesino in poltrona prende il tè coi biscottini imburrati, masticando cautamente come i vecchi. Il Bambino gioca coi costumi appesi)

SENESINO

Diciott’anni; alta, bella taglia, viso strano. Suo padre era uno schiavo moro del Granduca… battezzato, si capisce. E a Firenze tutti la chiamavano la Moretta, ma a Dresda era la signora Vittoria Tesi. Cantava in un registro degno di un basso e sembrava nata per recitare nei ruoli da uomo, che raffigurava al naturale. Per l’Elettore di Sassonia vederla e volerla fu tutt’uno. E chi poteva dire di no ad Augusto il Forte? Dresda pareva il regno delle fate. Augusto regnava sulla Sassonia, la Polonia e la Lituania…

Sono paesi del Nord, signor nipote. Se non li conoscete cercateli benino sul mappamondo. O che v’insegna l’abate Petrucci, quell’asinaccio?

Il suo trono era sempre circondato di generali e gesuiti; di pittori, musici e belle donne. Aveva trecencinquanta figli, si diceva, ma uno solo legittimo. Anche lui di nome Augusto, erede designato di tutti quei troni. Per le nozze del principino con una figlia dell’imperatore di Vienna, a Dresda si videro cose… cose che nemmeno in Turchia!

Il mese di settembre passò fra balletti, parate e feste in costume. Cavalli, cammelli, elefanti… Tutti facevano a gara per travestirsi nei costumi più ricchi: Festa del Sole, Festa dei Quattro Elementi, Festa di Diana, di Saturno, delle Nazioni… L’Elba era ricoperta di navi e di gondole alla veneziana. Di notte le rive del fiume, i giardini, i palazzi, brillavano di luminarie e di fuochi artificiali sparati a migliaia, a milioni. Si faceva musica dappertutto. Allora arrivò anche monsù Endel a reclutare musici per il teatro di Londra, ed io fui dei primi a sottoscrivere il contratto.

Dresda era tutta un carnevale, però noi musici si sfaticava come facchini. Tra opere, cantate e serenate si stava sempre a bocca aperta. Un teatro di duemila posti nel palazzo reale, pieno da scoppiare tutte le sere, ma nessuno poteva applaudire se prima non lo faceva lui, il Sultano Augusto. E che applausi, quella cara Maestà! Non per nulla lo chiamavano anche “Mano di ferro”!  Ma quando l’apriva, quella mano era colma d’oro: borse di moneta, tabacchiere ingioiellate col suo ritratto, orologi, anelli di diamanti e rubini… Signor nipote, tenetelo a mente: se noi Bernardi siam quel che siamo lo dobbiamo in primis a lui e alla real casa di Sassonia.

Augusto il Forte era un grande alchimista: sapeva trasformare la terra bianca del suo paese in porcellana, e la porcellana in oro. Io feci tutto il contrario. Cambiai l’oro di Dresda in buona terra del Chianti. Mi comperai il podere di Fungaja e cominciai a costruire questa casa che i Senesi chiamano palazzo, poveri grulli! Non hanno mai conosciuto altro… Per loro il mondo finisce a Poggibonsi, e se arrivano a Firenze si stimano d’aver veduto le Americhe…

SCENA SECONDA: Londra la grande

Senesino solo, voce fuori campo

(Un raggio di sole già alto spiove dall’unico finestrone)

VOCE FUORI CAMPO (con enfasi, come gridando i titoli di una gazzetta)

D’ordine di Sua Maestà! Il celebre musicista Handel ha attraversato il Canale a fine di scritturare un certo numero di cantanti, fra i migliori d’Europa, per il teatro di HAY-MAR-KET!

SENESINO

Credevo di morire per il passaggio di mare così perverso. Poi, dietro la grande ansa del fiume, l’ho vista nel primo barbaglio del sole d’inverno: immensa! Te Deum laudamus! Londra la grande, la madre del puttanesimo e di ogni abominio della terra! Londra, che fa mettere giudizio anche alle pietre!

Al molo la nave dei deportati è pronta per salpare verso le Americhe: ladruncoli e puttane che scampano alla forca. Ho visto impiccare un ragazzo per furto di quattro fazzoletti di seta. Era ubriaco e il boia si lamentava perché la corda nuova non scorreva abbastanza. Il sapone costa caro!

VOCE FUORI CAMPO

Londra la grande! Te Deum!

SENESINO

Qui le ghinee volano come da noi i mezzi paoli, e tutto è caro, e per la casa sola spendo in un anno cento ghinee, che con tale denaro in Siena comprerei molto terreno. Io grazie a Dio spendo quello che solamente è necessario per il mio bisogno, non buttando a male neanche uno scellino per capriccio.

VOCE FUORI CAMPO

Il signor Senesino, il famoso eunuco italiano, è arrivato, e si dice che l’Accademia Reale gli abbia assegnato duemila ghinee per suo onorario della stagione!

SENESINO

Qui si dicono e si stampano più ciarle che in ogni altro luogo. È la libertà del paese che lo comporta; ma qualche volta colpiscono pure nel segno.

VOCE FUORI CAMPO

Londra la grande! Free press!

SENESINO

Qui fa un freddo che non si può soffrire essendosi gelati molti luoghi del fiume Tamigi. Fra tanto freddo e il gran studiare che faccio mi è sceso un fierissimo catarro nella testa, che alla giornata mi tiene molto travagliato. Non voglio prendere le goccie di làudano che mi consiglia lo speziale, perché danno una buona mano a passare all’altro mondo, essendo così intervenuto ad alcune dame qui in Londra; io però conosco qualche cosa per la salute assai migliore di quelle, e sono sicuro che me la passerò, a Dio piacendo. Il sale di Epson, quello sì, è buono per andar di corpo!

VOCE FUORI CAMPO

È fallita la Compagnia dei Mari del Sud!

SENESINO

Tutta la nobiltà è all’ultimo sterminio: non si vedono che visi disperati. Ma siano impalati i direttori della Compagnia che han rovinato mezza città! Io sono troppo cauto per cadere nella trappola, ma chi si faceva ricco cambiando l’oro con le azioni dei Mari del Sud oggi s’impicca da sé. Rasoi, corde e pistole sono i generi che vanno di più a Londra. Hanno rovinato anche la Reale Accademia di Musica, e dunque?

VOCE FUORI CAMPO

Rule Britannia! Business is business!

SENESINO

La seconda stagione è finita, la Reale Accademia ci ha rimesso quindicimila sterline di capitale, ma i nostri salari sono pagati con puntualità, e la serata di beneficio mi ha fruttato bene. Il colpo grosso l’ha fatto la Margherita Durastanti salendo in iscena gravida all’ultimo segno tanto che pareva un galeone. Il Re in persona le ha promesso di far da padrino alla creatura. Queste sì che si chiamano fortune!

VOCE FUORI CAMPO

Londra la grande! Te Deum!

SCENA TERZA: La voce del sangue

Senesino, il Bambino

(Calda luce meridiana, Senesino sta terminando una ramanzina al Bambino)

SENESINO

Ma tenetelo bene a mente, signor nipote: tutti i beni di questa terra, quando non s’accompagnassero in voi al talento e alla virtù, vi faranno fare una triste… anzi: una ridicola figura. Pensateci!

(Il Bambino esce a testa bassa)

SENESINO (con voce monotona, dettando a uno scrivano invisibile)

Lascio l’anima mia a Dio suo Creatore e Redentore, supplicandolo umilmente a riceverla fra i suoi eletti in luogo di salute, ed il mio corpo alla terra, madre comune d’ogni vivente. Fatto cadavere che sia, abbia depòsito nella insigne basilica dei Frati dell’Osservanza di questa nobile città di Siena, entro il sepolcro che feci costruire per me e i miei eredi e successori d’ambo i sessi…

Di tutte le possessioni suddette, sì di città come di campagna, e di tutti gli edifici sì padronali che colonici sopra i medesimi esistenti, e di tutti i mobili e suppellettili che vi si ritroveranno al tempo di mia morte, lascio…

…di tutti i bestiami bovini, porcini, pecorini e di altra qualunque specie, lascio…

… di ogni censo e rendita; di tutti i denari, ori, argenti, gemme, orologi ed altre cose preziose, lascio…

… di tutti i musicali strumenti, libreria, carte di musica, dipinti, sculture – come da annesso inventario e stima di pubblico perito – lascio…

SENESINO (con ira crescente:)

Io andai trenta e più anni tapinando per il mondo, e quanto di bene possiedo è frutto della mia virtù, talento e sudori teatrali, sicché intendo senza contraddizione esser padrone in casa mia. Ho ammassato quanto basta per vivere da gentiluomo e lasciare un decoroso stato non ad una, ma a tre famiglie. Pertanto: per giuste cause moventi l’animo mio proibisco a tutti i miei eredi e successori usque ad consummationem saeculi d’esercitare la professione della musica nei teatri e sulle scene. E quelli che contravvenissero a tal divieto restino privi della successione come se fossero morti avanti di nascere, né mai fossero stati a parte della mia casa, famiglia e parentado. E questa intendo e voglio che sia la mia ultima volontà.

Io, Francesco Bernardi, padrone col voler di Dio, testo e dispongo come sopra.

SCENA QUARTA: Come si scrivono le Storie

Senesino, il Bambino, voce fuori campo

(Senesino sorseggia il tè, il Bambino si sforza di costruire un castelluccio di carte)

SENESINO

Tornato in Italia, tutto mi parve meschino: città spopolate, campagne riarse, botteghe vuote; dovunque preti, frati, monache, processioni, genti scioperate che cercano la limòsina ai canti delle strade. Due anni dopo mi proposero di tornare a Londra perché il vecchio Bernacchi non era piaciuto. Tornai volando; mi pareva di rinascere, respiravo l’aria di un altro pianeta.

Cos’è mai questa Londra? In breve: è l’emporio ogni grandezza del mondo. Il re siede in trono, comanda le armate, le flotte, i preti della sua Chiesa; il Parlamento detta le leggi, ma banca e borsa imperano su tutti: re e preti, ministri e parlamento. A Londra c’è la calamita del denaro: i banchi traboccano di ghinee, zecchini di Venezia, ungheri di Germania, dobloni di Spagna e fino zermabùbbi di Turchia. Laggiù tutti corrono senza requie perché il tempo, com’essi dicono, è denaro. Il tempo lo misurano con gli orologi del Pràior, perfetti. Financo le cuoche e i cocchieri di Londra hanno l’orologio, sapete?

VOCE FUORI CAMPO

Londra la grande! Time is money!

SENESINO

Volete avorio indiano? Pavoni, scimmie e schiavi mori? Tutto in Londra si ritrova, di tutto si fa spaccio: arazzi di Lione, damaschi di Genova con le sue frange d’oro zecchino, pellicce dalla Moscovia e dal Canadà; d’ermellino, visone, volpe, lupo bianco, astracano… A me piacquero avanti ogni cosa i parati del Giappone, le porcellane e le sete della China, la mobilia di maògani.

Il maògani, signor nipote, è un legno che nasce nelle Americhe. In questa sorta di mobili non si stimano i fregi, gli specchi, l’oro e l’altre galanterie alla moda di Parigi –  frascherie che non valgon la spesa! – ma la solidità e la nuda bellezza della materia sono tutto il loro pregio. Di questi ne ho fatto gran provvista per la nostra casa, come vedete. Durano eterni: i pronipoti dei vostri figli se ne potranno valere come ho fatto io… e come voi farete, se avrete giudizio e non li getterete per correr dietro alla Moda, ch’è figlia della Pazzia e sorella della Morte.

Badate al sodo, signor nipote: subito terminati gli studi, viaggiate per apprendere davvero alla scuola del mondo. A Londra sia il vostro primo volo; il resto può aspettare. Le scienze, la Società Reale dei dotti, le gallerie del re con le pitture, i libri, le anticaglie di Grecia, di Roma e dell’Egitto; tutto quanto di bello, raro o curioso si produca ai quattro angoli del mondo… l’intera ricchezza delle nazioni… tutto affluisce in Londra, comprato a forza d’oro dai mercanti o rapito in guerra.

VOCE FUORI CAMPO

Londra la grande! Competition is competition!

Sul Tamigi rinasce oggi l’impero di Roma. Panem et circenses! Alla plebe d’Inghilterra non basta il pane, vogliono l’acquavite di ginepro che brucia il cervello e i visceri, stordisce e fa dimenticare la miseria. Quando un ministro volle porvi sopra una tassa, la plebe si ribellò al grido di “No gin, no King”!

Vuol dire niente ginepro, niente re; vedete la tracotanza di quei lazzaroni! Due moschettate bastarono a disperderli; il connestabile ne impiccò una dozzina per il buon esempio, ma la tassa fu cancellata. La plebe infima e le genti meccaniche sono audaci, amanti della licenza, senza direzione. Non avranno mai nulla di bene. I gentiluomini grandi, i milordi, i Pari, hanno rendite strepitose, ma di rado buoni costumi, e così vanno in precipizio colle spese fuori misura e col gioco matto; la bottiglia, la puttana e il mal francese finiscono di conciarli innanzi tempo per la fossa.

Quando sarete a Londra, signor nipote, io voglio che vi teniate nel mezzo: non fate lega coi ricchi viziosi né con gl’Italiani intriganti, pieni d’invidia e d’ignoranza. Vi scriverò lettere per i virtuosi in ogni ramo di arti e di scienze. Molti ve ne sono che ancora fanno stima di me, e mi scrivono che vorrebbero rivedermi in teatro…

Soprattutto guardàtevi dalle donne galanti e troppo libere di linguaggio. Trovatevi una moglie che sappia governare la casa all’inglese. Decoro, economia e massime di ragione; devozione sì, ma non bigottismo. L’essenziale è che sappia prepararvi il tè come si usa in Londra. Il tè rinfresca molto il corpo, schiarisce le idee, libera dai catarri. Questo invece è broda da porci! Riportàtelo in cucina e dite che lo rifacciano! (Il Bambino parte correndo con la teiera.) Solo a Londra si conosce il vero modo di bere il tè! (Rumori dall’interno della casa; stoviglie percosse).

VOCE FUORI CAMPO

Londra la grande! It’s five o’ clock! Long live the King! (Il Bambino torna al suo passatempo).

SENESINO

La musica, dite? Non nasce spontanea in quel suolo, ma anche quella comprano a forza d’oro. I Tedeschi si lambiccano il cervello per farne una scienza, i Francesi l’adoprano per grattare le orecchie e far ballare i piedi. Ma la musica che parla al cuore, quella s’impara solo in Italia… Ecco, in Germania è da poco uscito un opuscolo dove si scrive di me. Il contabile del signor Vanneschi, che intende quella lingua da cani rabbiosi, me ne ha fatto un estratto. Vediamo dunque:

“Il Senesino aveva voce penetrante, chiara ed eguale, di mezzo soprano o soprano profondo, con intonazione pura e buon trillo. Nell’acuto passava di rado il Fefaùt con due tagli in testa”… Menzogna, signor scrittore! Il mio Gesolreùt non era meno perfetto! Due ottave piene: quindici voci tutte pure ed eguali da un Gesolreùt all’altro. Tutta Venezia, tutta Londra me ne sono testimoni! Andiamo avanti: “La sua maniera di canto era magistrale, impeccabile nel proferire. L’Adagio egli non sovraccaricava di fioriture a capriccio; al contrario esprimeva i punti essenziali con la maggior finezza”. E del mio cantar di forza nulla si dice, ah?

Ecco, ecco: “Cantava l’Allegro con gran fuoco e sapeva marcare i più rapidi passaggi a velocità sufficiente”. Sufficiente? senti, senti… come sdottoreggia l’amico!  “…con voce di petto e con tutto l’agio”. Non mi torna troppo questa lode; che vorrà mai dire? Ma forse vi sarà stato equivoco nel tradurre… “La di lui figura era ben conveniente alla scena, e naturale la sua azione. Il carattere di un eroe gli si addiceva maggiormente che non quello di un amante”.

(Gettando via con stizza la carta, strilla:)

Imparate, signor nipote: ed è pur così che si scrivono le storie! Il mio Giulio Cesare non era forse amante ed eroe ad un tempo? Amanti, eroi, tiranni: ogni maniera di caratteri io seppi esprimere al naturale, dottore asino e buggerone! Tedeschi pedanti, puàh! Arcisomàri, peggio dei Senesi!

SCENA QUINTA: La Maledizione

Senesino, voce fuori campo.

SENESINO (agitato e in delirio, passeggia per la stanza a lume di candela)

Il cattivo e falso cuore… di questi miei parenti…Sì, partirò per gli oltramontani paesi… dove la mia virtù.. la mia virtù… Ahi! Che ne resta oggi della mia virtù del canto?… Fumo ed ombra… Onori, grandezze, ombre… ritratti, sonetti… ne tengo assai. La nostra arte non è scolpita nel bronzo o nella pietra, ma vola nel regno dell’aria e la sua eco si spegne nel vento. Non ne restano che fogli ingialliti, buoni solo ad avvolgere le sardelle al mercato. Ombre… Sogno d’un’ombra è l’uomo. Che ci vuole in questo paese per esser considerato? Denari? Un nome illustre? Io, Francesco Bernardi detto il Senesino, ho reso illustre il nome di questa città sull’Elba, il Tamigi, la Senna… nelle corti e sulle scene, nelle accademie dei letterati, sulle gazzette d’Europa…

VOCE FUORI CAMPO

Se-ne-si-no! Se-ne-si-no!

SENESINO

Ma per questi falsi cuori ignoranti io sono sempre il figlio di Giuseppe, barbiere alla Costarella. Barba e parrucca a poche crazie! Una cavata di sangue? Subito vi servo, Eccellenza! Ehi, barbiere! Una dramma di cinabro! Comprate, signori! Allume di Maremma da stagnare il sangue!!

VOCE FUORI CAMPO (risate, fischi)

Il sangue dei suoi figli! L’ha venduto a caro prezzo, il barbiere!

SENESINO (con orgoglio:)

Il suo rasoio è divenuto la spada di Giulio Cesare sull’arme di famiglia! Si marcia in tiro a quattro per Siena, noi Bernardi! Il rasoio… no, la spada! Sullo sportello della carrozza… sul servizio di tavola… sul sigillo da chiudere le lettere… Sul sepolcro all’Osservanza…

VOCE FUORI CAMPO

Gloria al rasoio! Il benedetto rasoio!

SENESINO

Parenti ingrati, traviati da perniciosi amici: per me non hanno che freddezza e indifferenza! In presenza loro mi si dileggia nelle pubbliche botteghe, e fin sull’uscio di casa… scritte ingiuriose… vociferazioni notturne… E i miei parenti ne ridono con loro… Il mio stesso sangue non ha cuore per difendermi… Buoni solo a domandarmi denari!

VOCE FUORI CAMPO

Riverisco il marchese Castrucci! Servo vostro, signor cavaliere del Rasoio!

(Rumore di sassate e vetri infranti; fischi, risate, fuga precipitosa).

SENESINO

Lupi spelati! Feccia di villani! Partirò… cambierò il testamento… Nemmeno le mie ossa… no, non le avranno… Sanesi porci bessi! Vi maledica Iddio!!

VOCE FUORI CAMPO (con scherno, in falsetto)

Senesiiino! Senesiiinoooo!

SCENA SESTA: Tramonto dell’illusione

Senesino, il Bambino

SENESINO (in poltrona; il Bambino gli tiene la mano, gli stende una coltre sulle ginocchia. Le candele gettano gli ultimi guizzi.)

Il teatro… La gloria… Fumi ed ombre… Favole e vanità che dileguano alla luce del vero. Endel è malato in Londra, cieco e quasi paralitico. I medici l’hanno operato due volte. Dicono le gazzette che abbia dettato un inno per il suo funerale e che lo seppelliranno nella chiesa di Uestminter fra i re della nazione: lui, uno straniero! E lui era un re… No! Un tiranno… un barbaro che mi tormentava, mi sforzava a cantare in inglese quei suoi oratorii pieni di eresie… Lui mi licenziò da Londra. Oh, ma mi sono ben vendicato col tornare laggiù a farlo fallire! Competition is competition, monsù Endel! Lui si battè da leone, e infine restammo tutti rovinati.

Cantare in inglese, che Dio lo perdoni! Era pur bella, grande e nobile quella sua musica mezzo tedesca, mezzo italiana e tutta sua, anche quando ripeteva e copiava per far più presto! Il Sàssone Asse, marito della Faustina, è forse più mellifluo; l’immortale Porpora conosce meglio di lui i segreti della voce… Sia pure… E il Bononcini e l’Ariosti e tutta l’altra canaglia teatrale valevano pur qualcosa anch’essi, ma lui era unico. Odioso, insopportabile, unico. Proprio come Farinello che mai cantò per lui, però lo ammirava e lo temeva. Altrettanto facevano la Cuzzoni, la Strada, la Durastanti e tutti insomma; tutti, tutti: donnette, donnacce, castrati, tenori, bassi… re e principi, vescovi, impresari, ambasciatori, poeti di teatro. L’amico Rolli scherzava con lui come si fa con l’orso alla catena; spesso le urla si levavano al cielo. Chi non aveva terrore di quel Gran Tamerlano? Chi sapeva resistergli?

Dio, se potessi rivederlo! Come saprei rispondere ora ai suoi rimbrotti, e ringraziarlo, e bere con lui questo vino ambrato di Madera ragionando di musica e di poesia! Due vecchi nemici riconciliati, due vecchi stanchi… e senza figli. Basta la musica a riempire la vita di un uomo? I miei denari… La mia roba… chi li godrà? È tardi ora per pensarvi… Domani manderò per il notaio, cambierò il testamento. La vedranno!

È tardi… è tardi… fa freddo. La giornata è finita. O Metastasio! Tu dicevi il vero!

IL BAMBINO (compitando con voce incerta:)

…Or ne tormenta

la brama d’ottenere; or ne trafigge

di perdere il timor. Eterna guerra

hanno i rei con se stessi; i giusti l’hanno

con l’invidia e la frode. Ombre, deliri

sogni, follie son nostre cure; e quando

il vergognoso errore

a scoprir s’incomincia, allor si muore.

Carlo Vitali

4 1 vote
Vota l'articolo
Iscriviti
Notificami

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments