Ilva Ligabue, gran signora dell’opera

Sono quasi ventun anni che Ilva Ligabue, all’anagrafe Ilva Palmina Ligabue, non è più con noi. Sulla sua data di nascita le fonti sono discordanti, come spesso quando si parla di una Signora e Ilva Ligabue è stata una vera, grande Signora sulla scena e nella vita di tutti i giorni.

A noi, però, cosa interessano i dettagli? Oggi a Ilva Ligabue è intitolato il Teatro Comunale Gonzaga di piazza Garibaldi, 2, a Bagnolo in Piano, in provincia di Reggio Emilia, trecento posti scarsi di capienza, un gioiello architettonico a pianta rettangolare con balconata. Il teatro le è stato intitolato nel 2002 in occasione del settantesimo anniversario della nascita.

Preferiamo però ricordarla viva e vitale, con suo marito Pietro Diliberto, anima del Teatro Massimo di Palermo negli anni Settanta del secolo scorso, nell’ufficio di via Riccardo Wagner, o nel loro palco di proscenio al Politeama Garibaldi di Palermo o in uno dei tanti ristoranti nelle vicinanze del teatro, come l’abbiamo conosciuta, apprezzata e, se mi si permette, amata.

Era nata in maggio, è morta nell’agosto del 1998 dopo lunga, atroce malattia, sopportata con grande forza di volontà e signorilità. Una bella morte, come si suol dire, per darci, noi che restiamo, una magra consolazione.

Ho conosciuto Ilva Ligabue in occasione di una Tosca rappresentata al Teatro Verdi di Trieste nel febbraio del 1974, era il suo debutto nel ruolo. All’epoca – oggi la penseremmo tutti diversamente – non considerai quell’edizione diretta da Michelangelo Veltri, messa in scena da Beppe De Tomasi e interpretata oltre che dalla signora Ligabue da Veriano Luchetti, Giampiero Mastromei e Alfredo Mariotti, una grande Tosca. Al ruolo della protagonista Ilva portava la sua classe innata, la sua schietta esuberanza emiliana, la sua vocalità preziosa ma, come dire, sembrava più attraversare signorilmente la scena che calarsi in un personaggio che, mi rivelò in seguito, non aveva mai troppo amato e che, soprattutto non le era mai stato consentito di approfondire come si deve. Perciò, mi disse ancora nel corso di una piacevole conversazione palermitana, di Puccini, autore da lei prediletto, preferiva ricordare i personaggi di Liù nella Turandot o Mimì nella Bohème in cui, oltre a tutto, si sentiva come si dice in gergo, vocalmente più comoda. Per non dire di Manon Lescaut che aveva studiato con Antonino Votto che a sua volta l’aveva studiata con Puccini o della Suor Angelica eseguita una volta sola a Dallas sotto la direzione di Nicola Rescigno.

Dopo Trieste Ilva fu Tosca a Montecarlo, concertatore e direttore Georges Sebastian, regista e interprete del ruolo di Scarpia, Tito Gobbi: poche prove e via in scena. Nonostante la sua ammirazione per Gobbi, non si erano trovati d’accordo sull’impostazione dell’opera. Ilva vedeva nella gelosia il grande motore della vicenda, non così, o non del tutto così, Tito Gobbi.

Al termine della recita il camerino di Ilva Ligabue era frequentatissimo da amici, colleghi, conoscenti, ammiratori. Lei riceveva tutti con la stessa generosa cordialità, distribuiva foto, ricordi, parole grate e gentili. Conservo gelosamente la foto della sua Alice nel Falstaff, il suo personaggio prediletto, – interpretato in innumerevoli occasioni e inciso due volte per intero, con Georg Solti e Leonard Bernstein, e una volta parzialmente, – che dopo la recita Ilva mi donò.

Le tappe triestine della grande carriera di Ilva Ligabue furono numerose e attraversarono tutto l’arco di una carriera di alto livello, toccarono il Settecento e Wolf Ferrari, Desdemona in Otello accanto a James McCracken e, per l’appunto, Tosca, per chiudersi con Alice in un Falstaff diretto da Daniel Oren.

Vorrei ricordare però che la nostra non dimenticata amica aveva appreso i primi rudimenti di tecnica vocale da Aureliano Pertile, che aveva frequentato i corsi del Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano per entrare a far parte poi della compagnia dei Cadetti della Scala diretta da Giulio Confalonieri con cui iniziò nel repertorio settecentesco alla Piccola Scala e in giro per il mondo.

Nel giugno del 1954 ebbe, alla Scala, il primo ruolo importante: Marina nei Quatro Rusteghi di Wolf Ferrari, la signora veneziana che canta “El specio me ga dito che son bela” tanto per intenderci, dirigeva Antonino Votto, nel cast Nicola Rossi Lemeni, Lunardo, Cloe Elmo, Margarita, Rosanna Carteri, Lucieta, Silvio Majonica, Maurizio, Cesare Valletti, Filipeto, Marco Stefanoni, Simon, Melchiorre Luise, Cancian e Silvana Zanolli, Felice.

Il personaggio di Marina fu eseguito in seguito anche a Trieste. Curiosamente l’addio alle scene avverrà proprio con I Quatro Rusteghi, questa volta nel personaggio brillante della Siora Felice, nell’ottobre del 1986 a Cagliari per la direzione del comune amico Karl Martin, regista Filippo Crivelli, scene e costumi di Pier Luigi Pizzi, nel cast altri comuni amici, Daniela Mazzucato che era in quell’occasione la giovane Lucieta e che sarà poi, anche lei una eccellente Siora Felice, e Max René Cosotti, che era il timido Filipeto prima di diventare il cavalier servente di Felice, il conte Riccardo.

E poi Giorgio Tadeo, Lunardo, Rosa Laghezza, Margarita, Aurio Tomicich, Maurizio, Gina Longobardo Fiordaliso, Marina, Alfredo Mariotti, Simon, Carlo De Bortoli, Cancian.

La carriera di Ilva Ligabue si chiudeva così, in tutta semplicità: aveva conosciuto i maestri più importanti – da Karajan, che la chiamava affettuosamente la mia Orfanella perché l’aveva tenuta a battesimo alla Scala nel Rosenkavalier,  a Solti, da Bernstein a Giulini, da Serafin a Gavazzeni,   che la considerava come una figlia e l’apprezzava fra tutte, – i registi più celebrati, da Visconti che l’aveva voluta Contessa ne Le Nozze di Figaro a Roma, e ogni sera, ricordava Ilva, le andava a mettere a posto il tavolino da toilette davanti al quale avrebbe attaccato la cavatina che apre il secondo atto “Porgi amor”, a Zeffirelli che l’aveva diretta nel Falstaff e in altri titoli del suo sterminato repertorio, i palcoscenici più importanti, Aix en Provence e Glyndebourne, la Scala e il Metropolitan, il Covent Garden e la Staatsoper di Vienna.

I suoi ruoli sono stati tanti, tantissimi, Cherubini (la rara Lodoiska), Mozart (la Contessa, Fiordiligi, Donna Elvira), Rossini (Matilde nel Guglielmo Tell), Bellini (Agnese del Maino in Beatrice di Tenda), Verdi (la già ricordata Alice nel Falstaff, ma in precedenza anche Nannetta, Elisabetta di Valois nel Don Carlo, le due Leonore, nel Trovatore e nella Forza del destino con cui inaugurò una stagione scaligera, Elvira nell’Ernani, Amelia nel Ballo in maschera e nel Simon Boccanegra, Desdemona, Amalia nei Masnadieri, Aida, la Messa di Requiem), e poi i veristi, Boito, Giordano, Zandonai, gli autori contemporanei da Guido Pannain a Lodovico Rocca di cui fu prima interprete alla Scala di Uragano.

Con particolare piacere ricordo la sua Rosaura nella Vedova scaltra di Wolf Ferrari al Gran Teatro La Fenice di Venezia nell’aprile del 1976. Lo spettacolo sarà ripreso con altro direttore e altra compagnia a Trieste. A Venezia, dove il successo fu notevole, dirigeva Manno Wolf Ferrari, regista era Giovanni Poli, nel cast facevano corona a Ilva-Rosaura Aldo Bottion, lo spasimante italiano, Sergio Tedesco, il francese, Alessandro Maddalena, l’inglese e Francesco Signor, lo spagnolo, oltre all’Arlecchino di Mario Basiola junior e alla fedele e stuzzicante Marionette, la camerierina francese, di Daniela Mazzucato.

Da donna schiva e riservata qual era Ilva non amava soffermarsi sul passato salvo in qualche sporadica occasione ma, tramite il marito, Pietro Diliberto segretario generale del Teatro Massimo di Palermo fino a non molti anni fa e grande ammiratore di Trieste e del suo teatro, era rimasta nell’ambiente.

I colleghi, gli amici comuni, l’italianista Franco Gavazzeni, figlio del grande Gianandrea che Ilva considerava quasi un fratello, o il latinista e musicologo Franco Serpa per il quale nutriva una predilezione tutta speciale, la ricordavano per la generosità e la disponibilità con cui sapeva dare consigli, partecipare delle gioie e delle pene altrui, esserti, senza invadenza, amica.

Proprio Franco Franco Serpa seguì all’Opera di Roma le Nozze di Figaro dirette da Carlo Maria Giulini e messe in scena da Visconti e Filippo Sanjust che ebbe l’occasione di seguire anche a New York dove la produzione del Costanzi fu portata in tournée.

A differenza di altre primedonne sue coetanee, pensiamo soltanto all’artista che la sostituì alla Scala in Beatrice di Tenda accanto alla Sutherland, Ilva Ligabue ha saputo ritirarsi nel pieno dei suoi mezzi vocali, non ha conosciuto il viale del tramonto. Anche per questo dobbiamo apprezzarla e ringraziarla.

Per mio tramite il marito di Ilva Ligabue, Pietro Diliberto ringraziò gli Amici della Lirica di Trieste che le dedicarono, su mia iniziativa, un semplice ricordo da me coordinato con ascolti da Ernani in coppia con Piero Cappuccilli e da Falstaff. Alla manifestazione diedero il loro valido contributo Giorgio Cesare e Franco Serpa.

Ilva amava molto Trieste, m’incaricò di riferire, il Dottor Diliberto, e avevamo in mente di venirci assieme. Ci verrò, anche se non in quest’ occasione. Chiusi quell’incontro inviando all’amico Diliberto il mio virtuale saluto amichevole e affettuoso, quello che in epoca di corona virus è diventato obbligatorio. A Ilva Ligabue, che feci, riascoltare in una pagina di Falstaff, l’edizione incisa per la Decca era quella diretta da Edward Downes con la New Symphony Orchestra di Londra, – con la partecipazione di Regina Resnik, Quickly, Fernanda Cadoni, Meg, e Lydia Marimpietri, Nannetta, – feci invece rivolgere l’applauso che si deve ai grandi in generale e alle Grandi Signore della scena in particolare. Il pubblico rispose con calore e partecipazione, e non eravamo in pochi a seguire, quel 29 aprile del 1999, la manifestazione indetta dagli Amici della Lirica Giulio Viozzi nella Sala di Lettura della Libreria Minerva.

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