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Sei in: Home1 / Interviste2 / LA BOÎTE À JOUJOUX #2: La Wunderkammer di… Sofia Lavinia Amisich

LA BOÎTE À JOUJOUX #2: La Wunderkammer di… Sofia Lavinia Amisich

Classe 1992, cresciuta in una famiglia di musicisti (il padre chitarrista e la madre laureata in storia della musica), Sofia Lavinia Amisich s’immerge nel mondo dell’arte fin da bambina; basti pensare ai suoi studi musicali (violoncello, pianoforte), alla recente laurea in Canto lirico presso il Conservatorio “Antonio Buzzolla” di Adria (con perfezionamenti con BiancaMaria Casoni e Annamaria Chiuri), alle sue prime esperienze come ballerina-mimo nell’opera Feste veneziane di Luigi Donorà, quelle con Mara Zampieri nella produzione di Suor Angelica, solo per citare alcune delle sue esperienze artistiche.  Quello che oggi tireremo fuori dalla Boîte à Joujoux di Sofia Lavinia sarà invece una commistione tra due ambiti, a lei molto cari e molto vicini alla grande curiosità e fame di conoscenza che la anima e la guida: la regia e la coreografia (che include la danza, altro grande amore della nostra intervistata). Abbiamo l’occasione d’incontrarla lo scorso 23 ottobre a Padova, sua città natale. A voi gustarvi questo piacevole incontro e, soprattutto, conoscere questa splendida artista.

 

  • Direi di partire chiedendoti se hai da aggiungere qualcosa a questa premessa.

Prima di tutto, ci terrei a ringraziare te, Alessandro Cammarano e Matteo Pozzato, che date voce a chi, molto probabilmente, non ce l’avrebbe. Aggiungerei poi che proprio questa poliedricità, di cui hai parlato anche tu, mi ha portato a capire che il campo nel quale voglio agire è quello della regia.

 

  • Ecco appunto, la regia. A tal proposito sorge spontaneo chiedere: cos’è la regia per Sofia Lavinia Amisich?

La mia visione registica, e ci tengo a metterlo in evidenza, è di stampo coreografico; questo non vuol dire far ballare i cantanti, anzi, ma cercare una continuità del messaggio musicale anche nel movimento scenico. Ecco perché quando parlo di regia, parlo sempre di regia coreografica. Credo da sempre che ci debba essere una coerenza tra i livelli narrativi di uno spettacolo musicale, e questo lo cerco di attuare sempre nei miei allestimenti di teatro musicale e di opera; prima di tutto la musica, cerco di trarre ispirazione dalla frase musicale, dal cambiamento di tempo, dalle modulazioni e su questo costruisco la mia idea. Ci tengo anche a parlare della regia di spettacoli che presentano una contaminazione tra le arti, che reputo fondamentali nel mio percorso artistico e umano: la recitazione insieme alla danza, alla musica, al canto, alla presenza di elementi visivi (videoproiezioni, ma anche dipinti per esempio), mi porta a voler raccontare qualcosa di più di quello che abbiamo. Questo per dire che sono molto attenta a quello che mi circonda, per poi metterlo tutto assieme.

 

  • Insomma, una sorta di “rapace del quotidiano”, autoaffermazione che soleva darsi Luca Ronconi…

Sicuramente. Ci terrei anche a dire che rientro in quel gruppo di giovani che confluiscono nella “Generazione Y” (i celebri Millennials), che sono indicati come dei ragazzi senza stimoli, che non sanno cosa fare della loro vita, anche per le troppe cose messe insieme davanti ai loro occhi. Devo dire che invece, per quanto mi riguarda, aver fatto tante cose mi ha permesso di arrivare a definire la mia strada.

 

  • Riprendendo la danza, hai qualche danzatore o coreografo che ti ha influenzato o comunque è per te fonte d’ispirazione?

Non faccio nomi particolari, ma devo ammettere che lo studio del tango argentino e della danza ispanico-americana mi ha influenzato molto e continua a farlo tuttora moltissimo; il loro carattere vivace, ma altresì profondo, mi permette di sviluppare la mia creatività (lo stesso tango argentino ha al suo interno un notevole lato creativo) e allontana le possibili standardizzazioni che tende a fare oggi molto spesso. Certo, alla base di tutto c’è la danza classica, ma l’innovazione del moderno e del contemporaneo mi ha permesso di determinare il pensiero proprio di regia coreografica. Non faccio nomi, parlerei piuttosto di genere.

 

  • Parliamo di regia, si può dire anche un confronto tra colleghi. Hai lavorato con nomi importanti quali Vassilios Anastasiou, Mauro Trombetta, Marco Baliani, Enrico Stinchelli e non dimentichiamo Renato Bonajuto, con il quale hai lavorato recentemente in una produzione di Carmen in Cina. Parlaci di questa esperienza.

Sono fresca di ritorno da questa esperienza, in effetti. Per l’allestimento di questa Carmen mi sono occupata delle coreografie, che sono state eseguite da 8 ballerine cinesi e da 4 ballerini italiani, una dei quali ero io. Partirei dalla scena della taverna, dove insomma troviamo le zingare in festa, che è risultata essere la scena più impegnativa; questo perché le ballerine cinesi possiedono una cultura e una sensibilità differente dalla nostra, e la questione ispanica di Carmen non li è immediata. Si è trattato quindi di svolgere un lavoro differente tra i diversi interpreti che avevo in scena. Le ballerine asiatiche avevano il compito di fare una coreografia, che ci facesse immergere nel carattere generale della festa, mentre quelli occidentali sono stati gli artefici di quello che succedeva, una narrazione coreutica personale di Carmen. All’inizio della Chanson Bohème due ballerini si relazionano con la protagonista, che man mano che va avanti la musica, diventa autonoma e balla da sola, mentre i due ballerini formano due coppie con me e l’altra ragazza del Teatro Coccia. Questa coreografia l’ho creata mescolando le basi del ballo popolare argentino chiamato chacarera, un ballo di coppia dove la seduzione di uno sull’altro si verifica attraverso avvicinamenti e allontanmenti. Ho poi unito il tutto al flamenco con i suoi port de bras di carattere, attraverso la movenza circolare delle mani e dei polsi, e infine la caratterizzazione anche con prese e salti ripresi dalla danza classica. Possiamo quindi riprendere in mano il concetto di esperienza personale che sempre mi guida. Sempre parlando di questo allestimento di Carmen, mi preme sottolineare il lavoro sui movimenti della protagonista, interpretata da Alisa Kolosova. Con lei si è trattato di fare un lavoro di presenza fisica in scena, marcando in un certo senso l’aspetto spagnolo del personaggio. Posso dire che questo è stato molto interessante, sia nella Chanson Bohème che nelle pagine musicali dell’Habanera e della Seguidilla, in quanto il lavoro è stato improntato su una uniformità del personaggio. Sono riuscita così ad attuare il mio lavoro, che tende a far emergere il carattere del personaggio, anche in modo fisico, facendo sì che i movimenti delle braccia e del corpo siano coerenti tra loro e comunichino con il carattere dell’opera, oltre che quello del personaggio, e con l’ambientazione. Mi permetto di porre l’accento, a tal proposito, anche alla grande forza e alla disponibilità di questo mezzosoprano russo; questa fiducia è, per una giovane regista con meno carriera alle spalle come me, molto importante. Ho poi lavorato sull’ultimo atto dell’opera, che prevede le sfilate nella piazza, un momento di festa popolare, dove la coreografia si è sviluppata con l’utilizzo di mantelli per i due ballerini, picche, banderillas e bandiere per le ballerine. Direi che il lavoro con Alisa Kolosova mi ha dato maggiori soddisfazioni, perché mi riporta al mio perché quello della regia.

 

  • Ecco, appunto, la regia. Tu hai un sentito interesse per i progetti educativi. Vuoi parlarcene?

Certamente e con molto piacere. Nel mio percorso ho fatto un lavoro importante con i bambini, che è sfociato in tre produzioni per voci bianche incentrato sull’opera lirica (Brundibar di Hans Krása, La villeggiatura in panchina di Alessandra Kirschner, Wir bauen eine Stadt di Paul Hindemith); questo perché trovo stimolante e produttivo avvicinarli a questo mondo,  loro che sono acerbi e vedono l’opera come qualcosa di ammuffito. Credo che far passare il messaggio dell’opera lirica a una generazione giovane sia una grande vittoria; sicuramente la mia giovane età mi aiuta nel vedere (e forse capire) le esigenze di certe fasce di età. Non intendo distruggere il passato, anche perché esso ci insegna, talmente è ricco di perché, ma credo che debba oggi essere tutto, e questo vale anche per l’opera lirica, comunicato in maniera immediata, senza troppi muri, e soprattutto debba arrivare per quello che è, cioè un genere emozionante, che coinvolge dal musicista professionista a chi un’opera non l’ha mai sentita.

 

  • Hai qualche futuro progetto di regia d’opera o di contaminazione di cui ci vorresti parlare?

Ho in ballo un progetto di contaminazione tra le arti come piace a me, dal titolo Fanciulle, incentrato sulla femminilità e la scoperta dell’amore, tema molto difficile e direi impossibile da affrontare con leggerezza; i due attori saranno Alessandro Baldinotti e Giusi Merli (nota per il ruolo di Suor Maria “La Santa” ne La grande bellezza di Paolo Sorrentino), che interpreteranno una coppia anziana che rievoca i momenti felici della giovinezza e della scoperta dell’amore. Lo spettacolo sarà arricchito altresì dalla presenza di video, di figuranti, di momenti di danza e di musica, che si rifanno all’amato genere della contaminazione.

 

  • Terminiamo con il chiederti questo: come lo vedi il futuro del teatro, dell’opera, insomma dell’arte?

Mi rifaccio al concetto molto antico di catarsi dell’opera d’arte. Credo che oggi uno spettatore a teatro o all’opera, o anche a una mostra d’arte, si riesca a interfacciare con quello che sta vivendo. Ed ecco, ancora una volta, con quel rapportarsi con l’aspetto quotidiano di tutti noi. Per quanto riguarda il mio messaggio per il futuro è la speranza di essere aperti a quello che abbiamo intorno, a riceverne gli stimoli e realizzarli in maniera concreta, senza affrontare il tutto in maniera superficiale solo perché bisogna. Avere, insomma, un po’ di più di spessore nelle scelte personali, artistiche e umane. E altresì importante è credere in quello che si fa, perché questo conta prima di tutto.

Mirco Michelon

mailto:mircomichelon.regista@gmail.com
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