La Roque-d’Anthéron: Due Chopin per Due con Sophia Liu e Dang Thai Son

La Roque-d’Anthéron è un piccolo paese della Provenza, sulle colline delle Alpilles, a una trentina di chilometri a nord di Aix-en-Provence, non molto più lontano, a ovest, da St. Remy o, a nord, da Avignone.

Ogni anno, in estate, vi si svolge un festival pianistico di caratura internazionale, in un luogo all’aperto che, per le incantevoli caratteristiche paesaggistiche ma anche per la rimarchevole strutturazione logistico-organizzative, è davvero consigliabile.

Quest’anno, nel cartellone programmato per trenta giorni, a cavallo fra luglio e agosto, al di là dei nomi protagonisti di molti recital (Arcadi Volodos, Michail Pletnev, Nikolai Lugansky, Christian Zacharias, Alexandre Kantorow, Mao Fujita, Nelson Goerner), si segnalava la serata tutta chopiniana, con l’esecuzione dei due concerti, grazie all’Orchestre National de Cannes, diretta da Benjamin Levy.

I solisti, uno per concerto, erano la diciassettenne sinocanadese Sophia Liu (sul n. 1, op. 11, in mi minore) e il vietcanadese Dang Thai Son, già vincitore dello Chopin di Varsavia quarantacinque anni fa, nel 1980, in un’edizione in cui fece incetta di premi, nonché maestro della giovane (sul n. 2, op. 21, in fa minore). Un programma monografico, interessante per vari motivi: per primo, la non usualità dell’esecuzione, nella stessa serata, dei due concerti (introdotti dalle Variazioni op. 2); poi, inevitabilmente (anche se non bisognerebbe dirlo), il confronto fra i due interpreti, fra la spensieratezza di Sophia Liu e la saggezza di Dang Thai Son. Non si chiudeva con la Grande Polonaise op. 22 ma era già un bel sentire.

Quello dei due concerti per pianoforte, op. 11 e op. 21, è un capitolo storicamente importante per il giovane Fryderyc Chopin, fra i diciassette anni (quando scrive le Variazioni sul duetto mozartiano “Là ci darem la mano”, dal Don Giovanni) e i venti (quando chiude i due concerti e sostanzialmente anche la Grande Polonaise), giusto prima della decisiva partenza per Vienna e quindi per Parigi. Non sarà male ricordare che nella capitale francese si andava inaugurando un decennio eccezionale per le sorti del pianoforte, incrocio di artisti e di virtuosi, molto più che in precedenza in altre città europee, Vienna compresa, complice anche lo sviluppo tecnico dello strumento. È in quegli anni che sta prendendo forma, in maniera sempre più vistosa, la figura del pianista-compositore-virtuoso-insegnante e Parigi appare il crocevia perfetto dove farsi vedere e sentire, e incontrare colleghi, pubblico erudito, editori, giornalisti, direttori di teatro, alta società e prodromi di nascente borghesia, giovani studenti e promettenti studentesse (e rampolli da spennare). Oggi si direbbe una composita piazza di stakeholders.

Come era inevitabile, i due concerti erano pieni di brillante virtuosismo ma anche della più cantabile melodiosità e non meno di certe melanconiche coloriture armoniche che ben presto sarebbero diventate timbri chopiniani inconfondibili. Eppure, al di là delle attese della sua audience, il primo concerto che Chopin porta a compimento, quello in fa minore, è rigoglioso di poesia, di intimità, ben più che di passi di agilità: non sarà un caso che il pubblico (a differenza dell’autore) avrebbe amato di più un altro suo concerto, quello in mi minore che avrebbe terminato di lì a poco. Che sia o meno anche per questo, il suo primo concerto non è il primo a trovare un editore che lo pubblica, tanto che il successivo in mi minore viene subito pubblicato e numerato come op. 11, n. 1, mentre il suo amato concerto capostipite in fa minore diventa il n. 2, op. 21.

L’op. 11, n. 1, quello sì, è un concerto che piace al pubblico, anche a quello meno esigente. C’è tutto quel che serve: la cantabilità dei valzer comodi ma, a inevitabile contraltare, il virtuosismo estremo, quale si palesa soprattutto nel Rondò finale, con passi di bravura, affidati a entrambe le mani e mescolati fra l’altro a citazioni dalla musica popolare, il tutto per dar ragione di un pianista che non può che essere in possesso di una tecnica e di una gestione dello strumento fuori dal comune. Questo concerto piaceva a tutti, per primi i grandi virtuosi che non disdegnavano di esser messi alla prova: da Liszt a Carl Tausig, passando per gli enfant prodige Carl Filtsch e Louis Moreau Gottschalk (prendiamo nota, poi ci torneremo). E naturalmente non poteva non piacere alla giovanissima Sophia Liu che, al Parc du Château de Florans, ha mostrato di non temere la velocità, né le cascate di mille e mille note che sembrano pesare tutte uguali, e che tutto esegue con gioiosa naturalezza, quasi sfrontata. Sophia Liu pare proprio una gioiosa da macchina da musica. Lo aveva già fatto intravedere in apertura di serata, con le Variazioni su “Là ci darem la mano”, quando aveva dovuto condividere la serata col concerto dei grilli del parco: è una pianista dotatissima che dà l’idea di non poter proprio sbagliare una nota.

Si può pretendere di più? Magari ce lo avrebbe detto il suo maestro Dang Thai Son, che entra in scena non prima di aver dato all’eccellente Orchestre National de Cannes l’occasione di farci conoscere una pagina tardoromantica di un compositore francese davvero poco conosciuto, Henri Duparc, che era nato a Parigi nel 1848, quando Chopin stava chiudendo la sua breve ma intensissima storia terrena. “Aux étoiles” è un valzer bello largo, da salotto fine secolo, scritto da questo giovane allievo di César Frank che quasi doveva vergognarsi di amare Wagner, con tutto quel che si stava vivendo a Parigi appena dopo la guerra franco-prussiana, finita disastrosamente per i francesi. Ma Duparc fu veramente un personaggio sfortunato che nel 1885, trentasettenne, smise di fatto di comporre a causa di una fortissima e invalidante iperestesia che lo avrebbe portato a una degenerazione del sistema nervoso, pur continuando a vivere per quasi un altro mezzo secolo, prima del sopraggiungere della morte, completamente cieco e paralizzato.

Ricordato Duparc, con l’orchestra diretta da Benjamin Levy si è presentato al pianoforte Dang Thai Son, di fronte al concerto di Chopin n. 2, op. 21, in fa minore. Basta un niente, dopo poco meno dei tre minuti introduttivi del Maestoso, per dirci che qui c’è tanta sostanza: allo Chopin che parrebbe un orchestratore nato, segue lo Chopin sapiente cesellatore di raffinate armonie pianistiche, pieno di idee, conseguenti, contrastanti, tutt’altro che banali. Tutto questo lo capiamo da Dang Thai Son che tanti anni fa non vinse casualmente a Varsavia. Oggi è un musicista che, specie su Chopin, mostra di avere un pensiero, articolato, composito, persino complesso nella sua apparente semplicità. Al servizio del quale mette una tecnica nel senso più completo: quando serve c’è forza e potenza, quando occorre sottolineare le linee interne il peso sa dove spostarsi, gli archi dinamici si muovono a piccole folate. Naturalmente, quando il Larghetto diventa cantabile (Chopin ammette di aver pensato quell’adagio per la giovane studentessa Konstancja Gladkowska, suo amore inconfessato), Dang Thai Son estrae con naturalezza la poesia dalla melodia; quando si giunge alla mazurka finale, al pianista non manca certo la fluida precisione del virtuoso. Dang Thai Son non è tenuto a dirlo perché non occorre: sì, è meglio esser giovani ma da maturi c’è senza dubbio qualcosa in più da dire.

Il pubblico che occupava sostanzialmente del tutto le ampie gradinate del Parc du Château de Florans, acclama i protagonisti all’encore e per il primo bis i due solisti sono subito pronti – Sophia Liu con il pad già in mano – per una lettura di una funambolica trascrizione a quattro mani del “Tournamant Galop” di Louis Moreau Gottschalk. Ma cosa c’entra Moreau Gottschalk con Chopin? C’entra, eccome. Nato a New Orleans nel 1929, il piccolo Louis era andato a Parigi nel 1841 per studiare in conservatorio (ma ovviamente l’allora direttore Pierre Zimmermann nemmeno lo aveva ascoltato e men che meno ammesso in quanto americano e quindi musicalmente ignorante), dove aveva preso lezioni da Camille-Marie Stamaty (fra i cui allievi, in futuro, ci sarebbe stato Camille Saint-Saëns). Nel 1845, il sedicenne Gottschalk eseguì il concerto in fa minore alla Salle Pleyel e Chopin, che era fra il pubblico, tenendogli alla fine strette le mani, gli avrebbe predetto di diventare «le roi des pianistes». Gottschalk la sua brillante, avventurosa carriera l’avrebbe fatta, anche come compositore autenticamente americano, prima di morire in Brasile per una dose eccessiva di chinino, ingerito per far fronte alla febbre gialla (e dopo aver eseguito il suo brano “Morte”…).

Sophia Liu e Dang Thai Son non si sono poi fatti attendere per un secondo encore, stavolta frutto dello Chopin sedicenne, quello delle “Variations à 4 mains sur un air national irlandais de Moore” (B.12°, conosciute anche come “Introduction, théme et variations sur un air vénetien”, insomma il Carnevale di Venezia di paganiniana memoria).

Guidata dal maestro nella parte medio grave, la giovane Sophia Liu si è  ancora più lasciata andare. Ne risentiremo parlare? Molto dipenderà da lei.

Riccardo Brazzale
(25 luglio 2025)

La locandina

Pianoforte Sophia Liu
Pianoforte Dang Thai Son
Direttore Benjamin Levy
Orchestre National de Cannes 
Programma:
Fryderyk Chopin
Variazioni su “Là ci darem la mano” da Don Giovanni di Mozart, Op. 2
Concerto per pianoforte e orchestra n°1 in mi minore, Op. 11
Henri Duparc
Aux étoiles
Fryderyk Chopin
Concerto per pianoforte e orchestra n°2 in fa minore, Op. 21
Bis:
Louis Moreau Gottschalk
Tournament Galop
Fryderyk Chopin
Variazioni a 4 mani su un’aria nazionale irlandese di Moore in re maggiore, B.12a

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