LA BOÎTE À JOUJOUX #6: La Wunderkammer di… Regia – parte due

A Lukas,
queste leçons de théâtre et mise en scène:

L’ultima volta abbiamo introdotto alcuni aspetti dell’ambito della regia, tanto per un testo di prosa che per uno spettacolo musicale; abbiamo dato qualche breve informazione, o nozione dipende dai punti di vista, di natura storica, così, per dare un qualche spunto di riflessione e aggiungeremo anche di conoscenza.

Le riflessioni proposte sono partite dalla visione personale della Wally al Teatro Comunale di Bolzano, presentata da Nicola Raab con una visione essenziale a livello scenico, grazie all’apporto di Mirella Weingarten (per maggiori dettagli, rimandiamo alla precisa recensione di Rino Alessi) e una visione totale che ha sapore di nuova ricerca e di qualcosa che, ancora una volta, mostra come il teatro stia cambiando. Questo cambiamento è dettato dai tempi, come dice Sanguineti in un celebre passo citando Foscolo “noi che riceviamo la qualità dei tempi” (Laborintus 1), ma non solo; c’è anche un aspetto storico, che oggi più che mai fa parte del teatro, e quindi di conseguenza anche della nostra società.

Non stiamo parlando di storia a livello nozionistico o scolastico, ci sono altri modi di vedere la storia, e uno di questi è sicuramente attraverso la regia, e ci pare occasione perfetta per affrontare l’argomento la visione dello spettacolo Margherita della parete calva. Eresia-Rivolta-Rogo, che l’Associazione piemontese Orizzonte Teatro ha portato con successo in Piemonte e ora pure in Trentino. Si tratta di un testo di prosa, scritto da Nanni Lucini e Eleonora Pizzoccheri che tocca pagine nere della nostra esistenza; siamo nel 1307, la Chiesa domina sul pensiero e sull’azione dell’essere umano, ma un uomo, tale Fra Dolcino si ribella fondando la setta degli Apostolici, che viene poi massacrata su ordine di papa Clemente V. In scena assistiamo alle ultime ore di Margherita da Trento, compagna di Dolcino, scandite da un duro incontro con l’Inquisitore Bernardo Gui, alla presenza di testimoni come una donna che ha aiutato Dolcino e Margherita, un soldato che ha catturato la donna e il capitano che ha condotto la battaglia finale contro gli Apostolici. La vicenda assume i tratti contemporanei dell’individuo, che si trova immerso in una società dove prevalgono violenza (verbale, fisica, psicologica) e odio, e vede sopraffatti i suoi concetti di amore, di bellezza e di libertà. Ci teniamo a fare un plauso doveroso agli interpreti Guido Tonetti, Eleonora Pizzoccheri, Gaia Magni, Mirko Cherchi, Francesco Barbaglia e poi a tutti i collaboratori di questa pièce (Francesca Sgariboldi alle scene, Maurizio Cristina ai costumi, Enrico Maria Ragaglia al trucco, Dario Rossi alle luci, Francesco Fornara al suono, Corrado Mornese come collaboratore storico, Elettra Capuano aiuto regia etc.). Parlando della regia, non possiamo dimenticare il nome di chi ha “osato” lavorare su questo testo, ovvero Pierpaolo Sepe. Di primo acchito, questa vicenda può richiamare molto da vicino le trame misteriose de Il nome della rosa, che recentemente ha occupato molta discussione vista la recente serie televisiva, ma quello che questa visione storica ci permette di definire, a livello scenico e soprattutto registico, è come oggi si possa parlare di storia attraverso il teatro. Quella storia che tanto viene lasciata a se stessa, dimenticata per lo più, senza avere la minima considerazione di guardare a come ciclicamente si ripetano vicende simili; nella vicenda di Dolcino e Margherita si parla di libertà, di fratellanza e di uguaglianza tra uomini e donne (un anticipo del celebre motto francese Liberté, Fraternité, Égalité) e non spaventi il fatto che viene spesso citato anche in ambito letterario (Dante nella Divina Commedia, il già citato Nome della Rosa, Mistero Buffo di Dario Fo).

Si parla spesso di allestimenti che non rispettano l’aspetto storico, e questo vale a livello di prosa quanto lirico, ma a parere personale non si affronta a fondo la questione; certo, è vero, che a volte ci sono degli estremismi inadatti forse a caratterizzare quello che la trama dipana, ma bisogna tenere conto anche di come possiamo parlarne, senza cadere nell’ovvio e nel banale riprodurre qualcosa che non ci appartiene (con questo non stiamo dicendo affatto che vanno giustificate alcune scelte, s’intenda). Nel caso di Margherita della parete calva, Sepe sa racchiudere in pochi elementi scenici tutta la vicenda umana e la rende vicina a noi, grazie anche al lavoro di squadra scenografico, costumistico e illuminotecnico, e questo fa sì che il teatro diventi lo strumento per parlare di storia. Il suo senso vero non è tanto legarsi alla tradizione, ma fare sì che la stessa tradizione, in questo caso di valore storico, diventi un punto fondante dello svelare, dell’affrontare il problema centrale della regia, ovvero la teatralità, “ciò che ne magnetizza il corso, che muove dispute, che oppone schieramenti”, citando Annalisa Sacchi. Oggi più che mai serve guardare alla storia come strumento di umanità, e la regia ha la capacità di esaltare questo concetto, ha i principi per affrontarlo, perché esisterà sempre un trinomio attore-teatro-spettatore, dove si ritroveranno complesse contraddizioni sia sul palco che in platea, dove saranno sempre presenti temi complessi che fanno sempre più parte di noi (come l’emancipazione femminile in questo caso di Margherita della parete calva), ma soprattutto dove troveremo un senso della nostra stessa vita.

To be continued

Mirco Michelon

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