Liliana Segre alla Scala, per non dimenticare.

Nell’ambito delle celebrazioni del XIX Giorno della Memoria il Teatro alla Scala, in collaborazione con l’associazione Figli della Shoah e con l’associazione ANPI provinciale di Milano, ha aperto le porte a un evento che rimarrà nella storia.

In scena non un concerto commemorativo, ma la testimonianza di una donna scampata allo sterminio di Auschwitz: Liliana Segre. Nominata nel 2018 senatrice a vita della Repubblica Italiana, la signora Segre, assidua frequentatrice del teatro milanese, questa volta non è stata spettatrice in platea bensì protagonista sul palcoscenico.

L’incontro, presentato da Daniela Dana Tedeschi, vicepresidente dell’associazione Figli della Shoah, è stato introdotto dal vicesindaco Anna Scavuzzo, che ha ricordato l’impegno civile e morale di Milano nella riscoperta dei luoghi della Memoria, e da Roberto Cenati, vice presidente dell’associazione ANPI.

Presenti in sala studenti, cittadini milanesi e autorità civili che hanno accompagnato con un lungo e caloroso applauso l’ingresso di Liliana Segre, visibilmente emozionata.

Prima di cedere la parola alla senatrice è stata eseguita con lirica maestria un’intensa e poetica pagina del compositore tedesco Max Bruch – Kol Nidrei op. 47 – dal violoncellista Alfredo Persichelli accompagnato al pianoforte da Andrea Rebaudengo.

A fianco della senatrice un altrettanto commosso Enrico Mentana che l’ha definita «simbolo del bene che può vincere il male», e che ha ricordato di come Milano sia una città libera e che «la libertà non è uno stato di natura ma un meccanismo che noi cittadini dobbiamo far funzionare con la nostra partecipazione».

Indescrivibile il silenzio creatosi quando Liliana Segre ha iniziato a raccontare di quella bambina estromessa a otto anni dalla scuola di via Ruffini; della domanda «Perché? Perché? Perché?» che continuava a rimbombarle nella testa senza alcuna risposta; della solitudine che aumentava in mezzo all’indifferenza  generale; del «chi sceglie ti è amico»; della decisione di sfollare a Castellanza; della preoccupazione di un padre disperato; dell’illusione di mettersi in salvo in Svizzera; della valigia nel dirupo e la consapevolezza che i beni materiali non sono nulla di fronte agli affetti; del disagio di sentirsi clandestini in una terra che erge solo muri; della prigione a tredici anni per la colpa di essere nati e della pietà dei carcerati di san Vittore in mezzo all’indifferenza di Milano; del buio del ventre della stazione Centrale; del binario 21; dei centinaia di bambini, adulti, anziani, invalidi verso destinazione ignota; del «chi piange poi non piange più».

Silenzio. La Scala, tempio della musica, sprofondata in un commosso silenzio.

E ancora: l’arrivo ad Auschwitz-Birkenau; la separazione definitiva dall’amato padre; una ragazzina di tredici anni nuda davanti ai soldati; 75190; perdere un nome; il gelo invernale del lager; tre selezioni; «voglio vivere, voglio vivere, voglio vivere!»; Janine; «io non mi voltai»; «eravamo degli ectoplasmi»; la verde primavera del 1945; «non morire adesso», «la guerra sta per finire»; la fortissima tentazione di vendetta; la lunga marcia della morte… la testimonianza di una donna di ottantotto anni che a tredici anni ha vissuto uno dei più grandi orrori della storia dell’uomo «per la colpa di essere nata ebrea».

Un’intensa ovazione da parte di un pubblico profondamente commosso ha salutato la signora Segre al termine della sua toccante e indimenticabile testimonianza.

All’uscita dal teatro piazza Scala non sembrava più la stessa.

Gian Francesco Amoroso

(22 gennaio 2019)

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