Londra: Cavalleria e Pagliacci da Olivier Award

Da quando Cavalleria Rusticana venne rappresenta per la prima volta nel 1890, l’opera di Pietro Mascagni fu regolarmente abbinata a lavori orchestrali. Allorché nel 1892 apparve sulle scene Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, le due opere divennero partner regolari nei teatri italiani. Servì più tempo nei paesi di lingua inglese perché si formasse il connubio Cavalleria/Pagliacci. L’abitudine di rappresentare le due opere insieme, consolidatasi nel primo decennio del ‘900, fu poi così efficace che nel 1929 Richard Capell del Daily Mail scrisse, con tipico british humour, che esse rappresentavano “il prosciutto e le uova dell’opera”. Tuttavia, in tempi recenti, l’accoppiata Cavalleria/Pagliacci mancava dal Covent Garden da piu’ di 20 anni. Pagliacci, infatti, fu sì realizzata, ma da sola, al Covent Garden nel 2003 con Antonio Pappano e un cast stellare (tra cui Placido Domingo, Angela Gheorghiu e il prematuramente scomparso Dmitri Hvorostosky). Nel dicembre 2015 la ROH non solo decide di rappresentare il dittico Cavalleria Rusticana e Pagliacci insieme, ma di fatto trasforma il dittico in un’unica opera di due atti senza soluzione di continuità. Questo grazie al geniale talento di Damiano Michieletto, il quale tornò a firmare la regia di un’opera a Londra cinque mesi dopo il controverso Guillaume Tell sempre al Covent Garden. Lo spettacolo, vincitore dell’Oliver Award 2016 nella categoria “migliore nuova produzione operistica”, è stato riproposto nella stagione invernale 2017 con un cast di altissimo livello sotto la direzione di Daniel Oren.

Michieletto integra le due opere in un unicum narrativo con protagoniste le stesse persone durante la medesima giornata e nello stesso paese. Certo qualcuno potrebbe argomentare che il villaggio in questione abbia un tasso di violenza abbastanza elevato, tuttavia la produzione funziona benissimo. L’approccio naturalistico, ma essenziale, delle scene rotanti di Paolo Fantin e dei costumi di Carla Teti sono efficaci nel rappresentare un paesino nel Sud d’Italia degli anni ‘80. Nella prima parte (Cavalleria Rusticana) il sipario si alza su una folla silenziosa riunita intorno ad un uomo morto e una madre disperata. Il resto dell’azione viene narrato come un flash-back: è il giorno di Pasqua e i protagonisti si muovono fuori e dentro un panificio di proprietà di Mamma Lucia. Nella seconda parte (Pagliacci) l’azione si svolge in una sala parrocchiale, dove una compagnia teatrale, arrivata in mattinata al villaggio, si appresta a mettere in scena una farsa in stile Commedia dell’Arte. I rispettivi intermezzi, attraverso l’apparire di silenziosi personaggi, consentono di unire magicamente le due opere.  Il primo intermezzo di Mascagni serve per mettere in moto il dramma che si consumerà in Pagliacci: Nedda, mentre sta distribuendo i volantini dello spettacolo, incontra Silvio che lavora al panificio. Tra i due è un colpo di fulmine e i giovani si scambiano un bacio. Il secondo intermezzo di Leoncavallo viene utilizzato per concludere la triste storia di Cavalleria: Santuzza, nella sala dove sta andando in scena la commedia, si confessa con il prete. Incontrando Mamma Lucia, la ragazza le rivela di essere in stato interessante e ottiene il perdono della madre di Turiddu. Non mancano nello spettacolo altri chimerici colpi di scena: la coscienza di Santuzza è talmente colpevole da far credere alla giovane siciliana di essere additata come peccatrice dalla madonna portata in processione. In Pagliacci la commedia di Arlecchino e Colombina (solitamente noiosa) altro non è che una illusione mentale di Canio dettata dall’abuso di alcool. L’intersecarsi di delirio e realtà scatena il raptus omicida. Emozionante il finale con cui Canio ammazza Nedda: il finto pubblico scappa terrorizzato e luci dal palco del Covent Garden illuminano il pubblico in sala abbattendo il limite tra palco e spettatori, tra finzione e realtà. I movimenti delle comparse e del coro sono curati nei minimi dettagli, non distraggono mai dal fulcro dell’azione, ma anzi sono funzionali alla narrazione del dramma.

Di grande pregio la compagnia di canto che nel complesso e’ pari o forse anche superiore a quella del 2015. Bryan Hymel ha titanicamente debuttato sia nel ruolo di Turiddu sia in quello di Canio. Fabio Sartori, originariamente scritturato per Pagliacci ha dovuto rinunciare ad alcune recite. Per Hymel è stato un trionfo. Il tenore americano è senza dubbio una delle voci piu’ interessantii della sua generazione. Dopo la recente entusiasmante performance nella Damnation di Faust, Hymel ha dato prova di grande coraggio nell’affrontare il duplice ruolo tenorile. Il timbro è piuttosto chiaro, tuttavia il tenore americano ha dalla sua una voce molto sonora nei centri, una salita all’acuto sicura e fiati saldi che gli permettono di affrontare i passaggi più spinti dei due ruoli.

La dizione e l’interpretazione sono molto curati. Dopo uno straziante “Vesti la giubba” Hymel ha tuttavia accusato un po’ di stanchezza nel faticoso finale di Pagliacci. Prova comunque maiuscola e ricompensata ampiamente dal pubblico plaudente.

Splendida prestazione quella del famoso mezzosoprano Elina Garanca nei panni di Santuzza. La Garanca possiede grande musicalità, volume, una stupenda vocalità omogenea in tutta la gamma di suoni e una carismatica presenza scenica. Nonostante le sue origini baltiche, la bellissima Elina ha saputo incarnare pienamente la parte della gelosa donna del sud.  Particolarmente toccante ed intensa l’aria “Voi lo sapete o mamma”. Ci auguriamo di sentirla alla ROH in ruoli ancora più corposi.

Elena Zilio non solo interpreta Mamma Lucia ma incarna drammaticamente il personaggio. Ragguardevole anche la prestazione di Martina Belli nei panni di Lola. Sguaiata purtroppo la prova di Mark S. Doss nei panni di Alfio. Carmen Gianattasio ha dato vita a una convincente Nedda. Eccezionale Simon Keenlyside che torna alla ROH dopo qualche anno di assenza. Il prologo e’ cantato magnificamente e con voce florida. Un vero e proprio lusso averlo in scena come Tonio. Particolarmente efficace la direzione di Daniel Oren. Il direttore israeliano possiede grande esperienza e sa come catturare l’attenzione del pubblico costruendo un climax. Sotto la sua bacchetta l’orchestra della ROH non regala particolari finezze, ma si contraddistingue quando si lascia andare a potenti esplosioni melodiche accompagnate da un potente Coro protagonista di una prova eccellente.

Ottimo il lavoro di Rodula Gaitanou che realizza un imperdibile revival della produzione originale del 2015.

Thomas Gobbetti

(Londra, 2 dicembre 2017)

La locandina

Direttore Daniel Oren
Regia Damiano Michieletto  
Scene Paolo Fantin
Costumi Carla Teti
Lighting designer Alessandro Carletti
Santuzza Elīna Garanča
Cavalleria Rusticana
Turiddu Bryan Hymel
Mamma Lucia Elena Zilio
Alfio Mark S. Doss
Lola Martina Belli 
Pagliacci
Canio Bryan Hymel
Tonio Simon Keenlyside
Nedda Carmen Giannattasio
Silvio Andrzej Filończyk
Beppe Luis Gomes
Orchestra of the Royal Opera House
Royal Opera Chorus

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