Londra: una Dama di Picche autobiografica

Nel 1890, tre anni prima di morire, Čajkovskij scrive per il Teatro Mariinsky di San Pietroburgo La Dama di Picche.

L’opera è tratta dall’omonimo racconto di Aleksandr Puškin con libretto del fratello Modest e dello stesso Čajkovskij. Il successo de La Dama di Picche è immediato e da quel momento l’opera entra nel repertorio di tutti i teatri del mondo.

Al regista Stefan Herheim, recente vincitore dell’Olivier award per Les Vêpres Siciliennes, è toccato il compito di riportarla in scena a Londra nell’ allestimento originariamente pensato nel 2016 per la Dutch National Opera.

La regia trae spunto dalla vita del compositore e dalla tormentata lotta contro la propria omosessualità. Le cronache raccontano il tentativo di “di redimere la propria anima dalle sofferenze morali che lo avevano afflitto negli ultimi anni” (cit. Modest Čajkovskij) attraverso un matrimonio che fallisce miseramente. Čajkovskij inizia allora un’intensa amicizia a distanza con una vecchia donna che diventerà sua benefattrice e mecenate. Nel 1893 il compositore muore di colera, malattia probabilmente contratta dopo aver bevuto deliberatamente dell’acqua contaminata.

Herheim decide di aprire il sipario prima che la musica abbia inizio. Čajkovskij ha appena concluso un incontro sessuale a pagamento nei suoi appartamenti. Herman, il giovane soldato da cui egli è ardentemente attratto, però lo ripudia subito dopo il servizio.

Al compositore non rimane che la musica per sopravvivere e riuscire a sopportare la propria patetica vita racchiusa nella gabbia della moralità. Čajkovskij beve un liquido mortale da un bicchiere e si accascia al suolo. È qui che inizia e finisce l’opera, tutto quello che succederà nelle seguenti due ore e mezzo di musica altro non è che la rappresentazione onirica di Čajkovskij che tenta di scappare dalla propria vita attraverso la composizione in un continuo mescolarsi di illusioni e realtà.

E’ evidente che nella produzione di Herneim è rimasto ben poco de La Dama di Picche dei fratelli Čajkovskij. I protagonisti non sono l’ufficiale Herman ossessionato dal mistero delle tre carte, la vecchia Contessa che ne detiene il segreto o la sedotta nipote Liza.

Il vero protagonista è lo stesso Čajkovskij, nei panni del buon principe Yeletsky. I collegamenti con la biografia del compositore russo sono così presto fatti. Čajkovskij /Yeletsky è il Deus ex Machina e siede al pianoforte componendo le parti dei personaggi e dirigendo la rappresentazione al tempo stesso. Nella sua totalità lo spettacolo risulta particolarmente carico di immagini e può apparire talvolta spiazzante. Tuttavia, esso descrive efficacemente come la musica di Čajkovskij scaturisca direttamente dal malessere interiore del compositore.

L’allestimento disegnato da Philipp Fürhofer, con le luci di Bernard Purkrabek, proietta lo spettatore in un incantevole salotto di una grande residenza russa della fine dell’Ottocento. Dopo un inizio alquanto realista, l’uso di specchi ed espedienti teatrali finisce per ricreare un labirinto surreale di illusioni dove la realtà si mescola alla fantasia della mente turbata di Čajkovskij.

Sul versante musicale spicca la notevole interpretazione attoriale e vocale del baritono bulgaro Vladimir Stoyanov, al suo debutto alla Royal Opera. A Stoyanov viene richiesto di non abbandonare mai la scena e di disegnare il doppio ruolo di Čajkovskij /Yeletsky. Magnifica l’interpretazione della grande aria “Ya vas lyublyu” cantata con grande stile.

Causa indisposizione, sia Aleksandrs Antonenko che il soprano Eva-Maria Westbroek sono stati sostituiti rispettivamente dal tenore Sergey Polyakov e dal soprano Lee Bisset nella recita del primo Febbraio.

Polyakov si è trovato a gestire una delle parti più impegnative di tutto il repertorio tenorile e lo ha fatto regalando un prova molto convincente. Il tenore lettone è dotato di un bel timbro vocale e ottime capacità’ attoriali.

Meno interessante la performance di Lee Bisset, la cui voce in acuto suona particolarmente stridente.

Va dato comunque onore ai due cantanti di aver saputo sostituire con grande professionalità Antonenko e Westbroek in una produzione alquanto complessa sul piano registico.

Da sottolineare l’ottima esibizione vocale di John Lundgren e Anna Garyachova nei panni rispettivamente del Conte Tomsky e Paulina.

La più indimenticabile della compagnia è tuttavia la performance di Felicity Palmer. La Palmer, una vera e propria leggenda vivente dell’opera lirica, incarna straordinariamente il malinconico personaggio della vecchia Contessa custode del segreto delle carte.

Il tempo si è fermato quando il mezzosoprano britannico ha intonato a mezza voce la nostalgica aria di Grétry dal Richard coeur de Lion “Je crains de lui parler la nuit”.

Christopher Willis ha diretto con grande pathos e passione trasmettendo efficacemente i colori dei diversi stili musicali di cui l’opera è intrisa. Il carattere sinfonico della partitura ha messo in risalto ancora una volta le ottime capacità tecniche dell’orchestra del teatro londinese.

Successo finale per tutti, con punte di entusiasmo, per la prestazione sia del Coro che della  Royal Opera House Orchestra.

La locandina

DirettoreChristopher Willis
RegiaStefan Herheim
DesignerPhilipp Fürhofer
Lighting designerBernd Purkrabek
DrammaturgiaAlexander Meier-Dörzenbach
GhermanSergey Polyakov
Principe YeletskyVladimir Stoyanov
LizaLee Bisset
ContessaFelicity Palmer
Conte TomskyJohn Lundgren
ChekalinskyAlexander Kravets
PaulinaAnna Goryachova
SurinTigran Martirossian
GovernanteLouise Winter
MaggiordomoHarry Nicoll
PrilepaJacquelyn Stucker
ChaplitskyKonu Kim
NarumovMichael Mofidian
MashaRenata Skarelyte
Orchestra of the Royal Opera House
Royal Opera Chorus

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