L’opera lirica dal teatro alla corsia di ospedale: la musica che può curare
“L’amour est un oiseau rebelle che nul ne peut aprivoiser”. Carmen si muove con passo elegante dentro il suo abito bianco bordato di fiori variopinti fra i pazienti che aspettano una visita o un esame. Le note della celebre aria di Bizet piovono suadenti su una sala d’attesa d’ospedale ammutolita, trasformata per un giorno in palcoscenico. Così la magia della lirica trova casa fuori dai teatri, accarezzando la pelle tesa e le menti annuvolate dei malati e dei loro accompagnatori. L’incanto prende il sopravvento su tutto.
“La mia voce non cura, ma consola e a volte è abbastanza”, confida il mezzosoprano che in quell’inconsueto spazio-tempo di oro colato strappa lacrime e sorrisi emozionati a chi ha avuto il privilegio di ascoltarla. Lei, insieme ad altri artisti rigorosamente selezionati e formati per quell’esperienza speciale, ha una sorta di patentino per viaggiare tra le corsie di nosocomi o case di risposo a dispensare una terapia dell’anima. Da integrare a quella del corpo.
“Sono educati, anche grazie all’intervento di operatori sanitari, a modulare e dosare il volume dell’emissione sonora, interagire con il pubblico, orientarsi e posizionarsi nel rispetto della situazione delicata cui fanno incontro”, spiega Edoardo Vittorio Agnelli, fondatore di ‘Opera in corsia’, associazione milanese nata per fare del melodramma una forma di terapia. Per celebrare questo genere musicale caro all’Italia esplorando le sue potenzialità. Che vanno oltre l’intrattenimento e la valorizzazione di un patrimonio culturale inestimabile, traducendosi in “strumento di inclusività”.
L’idea è supportata dal critico musicale Sabino Lenoci, direttore artistico del teatro Arcimboldi di Milano e consulente di ‘Opera in corsia’, “oggi ambasciatore del nuovo mecenatismo contemporaneo, a testimonianza di un modello virtuoso in cui l’impresa e i sostenitori privati diventano parte attiva nella diffusione dell’arte come bene condiviso e veicolo di impatto sociale”. Edoardo racconta la sua straordinaria avventura partendo dall’esperienza personale di cantante e chitarrista: “Ho cantato musica leggera per vent’anni, partecipando anche al festival di Sanremo. Ho scritto testi di canzoni e collaborato molto con l’amico Paolo Limiti. La madre Etta era appassionata di melodramma. Ecco come, a seguito di un lascito testamentario, venne istituito un concorso lirico prestigioso. Alla morte di Paolo, decisi di raccogliere questa eredità, facendo però un salto”.
Dove? Verso quella dimensione di cura di cui la lirica può essere portatrice, già misurata dal punto di vista scientifico nella pubblicazione “Effects of opera music from brain to body: a matter of wellbeing” (effetti della musica lirica dal cervello al corpo: una questione di benessere, ndr), edita da Springer, curata da Lorenzo Lorusso, Michele Augusto Riva, Vittorio Alessandro Sironi, rispettivamente dell’unità operativa di Neurologia di Asst Lecco-Merate e dell’Università di Milano Bicocca (Storia della medicina e Scuola di medicina e chirurgia).
“I tre autori – precisa Edoardo – intendono validare anche il nostro progetto, attraverso uno studio che consiste nell’applicazione agli spettatori di braccialetti con particolari sensori per captare le reazioni emotive e psicologiche. Abbiamo creato un protocollo specifico che rispetta gli spazi sanitari, oltre a ricorrere a un repertorio dedicato. Costruito meticolosamente attraverso il confronto con i sanitari, tenendo in considerazione le condizioni di chi ascolta e i luoghi in cui ci esibiamo. Puntiamo su arie più ‘dolci’, ‘soft’, che producano meno scossoni, introducendo poi la canzone italiana d’autore, vanto del Belpaese”.
L’opera therapy è una disciplina terapeutica emergente, sviluppata negli ultimi decenni come evoluzione della musicoterapia tradizionale, sostenuta da ricerche neuroscientifiche che ne evidenziano la grande capacità di promuovere il benessere psicofisico. Offre un coinvolgimento sensoriale e fisico intenso e profondo – con l’aiuto della scenografia, dei movimenti simbolici degli attori, dei costumi di scena – capaci di indurre cambiamenti nella neuroplasticità cerebrale e un riequilibrio psicofisico: “Da circa tre anni collaboriamo con la Fondazione Europea Ricerca Biomedica interagendo con il personale medico e implementando le cure per l’Alzheimer e il Parkinson. Abbiamo ideato performance in vari centri, fra i quali il San Gerardo di Monza e il Papa Giovanni XXIII di Bergamo, con l’intento di espandere sempre di più questa preziosa attività. La regia delle esibizioni è affidata alla direzione di Davide Garattini Raimondi, la direzione artistica a Sabino Lenoci. I costumi sono di Stefania Parisini O’Brien”.
“L’amour, l’amour, l’amour, l’amour…”. La voce della sigaraia Carmen, allora, non si limita a “consolare” chi soffre. Corre molto più in là: guarisce, a suo modo. Perché davvero di ‘amour’, di amore si tratta.
Elena Miglioli




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