Lucignano (AR): quando la classica incontra il jazz
Dal finestrino dell’auto appare infine la Valdichiana, alle spalle Arezzo con il suo Piero della Francesca, in fronte il sole cocente che illumina qualche arroccato borgo dalle mura medievali, ulivi che cingono castelli e cipressi che conducono a ville secolari.
L’auto si ferma al limitare delle mura; un cordiale albergatore mostra i tesori del borgo, fra tutti, l’Albero d’oro e la Chiesa di San Francesco. Sono questi i simboli di Lucignano, quelli che più si confanno a raccontare l’identità del Lucignano Music Festivall. Il primo, capolavoro di orificeria unico nel suo genere, si sposa con la volontà di presentare una stagione che fonda musica classica e jazz. Il secondo, la Chiesa di San Francesco, poiché conserva al suo interno un singolare Trionfo della Morte della seconda metà del Trecento in rotta con l’iconografia vigente nello stesso periodo. Variazione sullo stesso tema ripresa dalla scelta di eseguire il Canone di Pachelbel secondo una rilettura che prevede “l’improvvisazione” per sassofono di Daniel Schnyder, la cui ricerca attraversa e intreccia il linguaggio della classica e quello del jazz.
La kermesse si apre infatti con il celeberrimo Canone, con un ensemble capitanato dal violino di Irene Abrigo, violinista più volte esibitasi alla Carnegie Hall, nonché ideatrice e direttrice artistica del festival. Il quartetto d’archi trova il giusto respiro e la sonorità quasi immateriale che si confà all’acustica riverberante della Chiesa di San Francesco, finché, improvvisamente, il sassofono di Schnyder si immette nella polifonia, regalandoci un punto di vista nuovo, inusuale. Il Canone diviene il fondamento sul quale costruire l’intervento solistico grazie alla regolarità della progressione armonica di Pachelbel, fondamento su cui il sassofono costruisce una linea improvvisata, caratterizzata da libertà ritmica, flessibilità fraseologica e un timbro estraneo alla sonorità originaria dell’ensemble. Il contrasto fra la trasparenza degli archi e la componente più duttile e penetrante del sassofono produce così una rilettura in cui composizione e “improvvisazione” convivono all’interno della medesima struttura.
A Pachelbel succedono il Trio per archi op. 9 n. 2 di Beethoven e il Quintetto in re maggiore G 448, il celebre Fandango di Boccherini. Il Trio per archi, legato ancora ai dettami della scuola viennese, funge da trait d’union fra il mondo barocco e quello classico, che in Beethoven e Boccherini si declina attraverso la bizarrerie, evasione dalle strette regole tramite cui emerge la grandezza delle opere presentate. Gli interpreti hanno sottolineato le componenti ritmiche già eversive nel giovane Beethoven, a cui fa da contraltare un canto di stampo italiano nel movimento lento, e l’esplosione di un vero e proprio fuoco iberico nel Fandango boccheriniano, dove l’abile violoncellista Sebastian Braun si districa anche alle nacchere.
La seconda serata percorre un iter temporale che prevede il Quintetto in do maggiore K. 515 di Mozart, seguito dall’Adagio solo di Bruckner dal Quintetto per archi in fa maggiore WAB 112, per terminare infine con le composizioni di Schnyder Yellow Beach Birds, In a Sentimental Mood, Mr M, Cairo, Karachi. Iter che viene invertito nella terza serata, che si apre con Four Pieces for Solo Saxophone di Schnyder eseguite in prima esecuzione italiana, per terminare infine con il Quintetto per archi in Do maggiore D 956 di Schubert.
L’apertura affidata al sassofono solo evidenzia un linguaggio capace di fondere musica classica, jazz e motivi orientali, espressamente citati in Cairo e Karachi. Linguaggio che non si interessa alla musica atonale delle avanguardie, che mira invece a proporre riferimenti armonici, seppur innovativi. Queste proposte si articolano in “improvvisazioni” talvolta più lunghe e fluide, come in Four Pieces for Solo Saxophone, e miniature, come Yellow Beach Birds, In a Sentimental Mood, Mr M.
Ne deriva una musica la cui forma può essere meglio percepita attraverso la successione e la trasformazione dei gesti sonori che attraverso una struttura tradizionale. Il rapporto con il classico emerge soprattutto nella concezione ritmica e nella flessibilità della frase, mentre l’attenzione al timbro e alla costruzione del materiale avvicina la scrittura a una sensibilità propriamente contemporanea.
A chiudere la serata è il Quintetto per archi in Do maggiore D 956 di Schubert, pagina di straordinaria complessità per via dell’equilibrio richiesto tra densità emotiva, tensione del melos e definizione delle estreme polarizzazioni dinamiche. L’acustica riverberante tende a sovrapporre le risonanze, riducendo la definizione degli attacchi e rendendo meno nitida la distinzione delle diverse voci, in particolar modo nei passaggi più densi e nei cambiamenti dinamici ravvicinati. L’ensemble compensa tuttavia attraverso una netta precisione articolatoria, un’attenta gestione delle dinamiche e tempi mai troppo agitati, che mirano a far prevalere l’approfondimento dei sentimenti evocati da Schubert, elevandosi sopra una più sterile “dimostratività”.
L’esperimento di dialogo fra generi musicali differenti si conclude fra gli applausi del pubblico che premia l’interessante proposta di una direttrice desiderosa di far conoscere al pubblico italiano compositori viventi innovativi.
Jacopo Marchesini Viola
(23, 24, 25 settembre 2026)
La locandina
| Violino e direzione artistica | Irene Abrigo |
| Sassofono e compositore in residenza | Daniel Schnyder |
| Violino | Francesco Sica |
| Viola | Jürg Dähler |
| Viola | Johannes Erkes |
| Violoncello | Patrick Demenga |
| Viloncello | Sebastian Braun |
| Chitarra | Giampaolo Bandini |
| Programma: | |
| 23 settembre | |
| Johann Pachelbel | |
| Canone con “improvvisazione” di Daniel Schnyder | |
| Roberto Molinelli | |
| Fandango Spagnolo | |
| Ludwig van Beethoven | |
| Trio per archi op. 9 n. 2 | |
| Luigi Boccherini | |
| Quintetto in re maggiore G 448 “Fandango” | |
| 23 settembre | |
| Wolfgang Amadeus Mozart | |
| Quintetto in do maggiore K. 515 | |
| Anton Bruckner | |
| Adagio dal Quintetto per archi in fa maggiore WAB 112 | |
| Daniel Schnyder | |
| Yellow Beach Birds, In a Sentimental Mood, Mr M, Cairo, Karachi | |
| per sassofono e quartetto d’archi | |
| 25 settembre | |
| Daniel Schnyder | |
| Four Pieces for Solo Saxophone | |
| Franz Schubert | |
| Quintetto per archi in Do maggiore D 956 | |









Ph. Fabrizio Sansoni
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