Ma chi ha vinto il Concorso Tchaikovsky 2019?

Il 29 giugno, con il Galà di San Pietroburgo, si è conclusa la sedicesima edizione del Concorso Tchaikovsky. I risultati della specialità Pianoforte sono stati alquanto stupefacenti: per la seconda volta consecutiva sesto e quinto premio non sono stati assegnati, ma quest’anno ad essere ammessi alla Finale sono stati sette anziché sei concorrenti, il che ha causato un certo affollamento nei primi tre premi: due secondi premi ex aequo e ben tre terzi ex aequo. Ma quest’anno più che nella precedente edizione c’era effettivamente ragione per una tale vicinanza.

Cominciamo con il quarto premio, Tianxu An, ormai passato alla storia per essere il concorrente cui hanno sbagliato concerto (ne ho parlato in un altro articolo per Le Salon qui). Il pianista cinese non ha brillato molto nella prima prova, in cui ha certamente mostrato il proprio carattere, ma anche una discreta rigidità (non aiutato in questo dal suo pianoforte, lo Yangtze River, dalla facile spigolosità) e degli eccessi interpretativi assai manierati fino al pestare furioso di Wilde Jagd. Meglio la seconda prova, riuscendo a convincere pienamente sul Primo volume dalle temibili Brahms-Paganini. Sulla Finale non mi esprimo: le Rachmaninov-Paganini sono state ovviamente rincorse nel tentativo di tenere in piedi il brano apparso nell’ordine sbagliato, ma un po’ meglio il Primo Concerto di Čajkovskij. Al pianista cinese, per onorare la notevole capacità di tenuta nervosa, è stato consegnato un premio speciale, oltre al quarto posto. Va detto però che il suo livello stonava e non poco con gli altri concorrenti in gioco.

Sui tre terzi premi invece lo scontro s’accende. Konstantin Yemelyanov, Alexey Melnikov e Kenneth Broberg hanno tutti fatto delle ottime prove, ognuno per ragioni diverse. Yemelyanov ha regalato una prima prova con trionfale esecuzione della tripletta di Studi Rac-Chop-Liszt, per proseguire in seconda con solidità e attenzione (particolarmente riuscita la Sonata di Barber un po’ russa ma convincente e splendido l’effetto delle Rachmaninov-Corelli) e infine chiudere il suo Concorso con un buon Primo di Čajkovskij ma un Secondo di Prokofiev piuttosto sottotono e dal difficile dialogo con l’orchestra. Alexey Melnikov si è dimostrato un pianista meno costante di Yemelyanov, ma a lui si devono alcuni dei momenti più alti del Tchaikovsky, in particolar modo l’Appassionata di Beethoven dalla prima prova e un’incredibile Sonata di Liszt dalla seconda. Anche lui bene ma non benissimo in Finale, soffrendo un po’ la stanchezza sia sul Primo di Čajkovskij che sul Terzo di Rachmaninov. Il ventinovenne russo ha però avuto modo di mostrare in più riprese tutta la profondità del suo sguardo musicale. A chiudere i tre terzi è stato l’americano Kenneth Broberg, da cui abbiamo potuto sentire il miglior Bach del Concorso, sia in prima che in seconda prova. Il pianista americano funziona particolarmente nel tessuto polifonico più fitto e non a caso il suo repertorio prevedeva la Sonata op. 110 di Beethoven, la Sonata di Barber (centratissima nel carattere contrastato) e l’op. 25 n. 2 “Vento notturno” di Medtner, tutti lavori in cui Broberg ha potuto districarsi in fughe, fugati e discorsi polifonicamente complessi. Meravigliose in Finale le Rachmaninov-Paganini, ma muscolare e poco vario il Primo di Čajkovskij. La scura ponderosità di Yemelyanov, la profondità di sguardo di Melnikov e la luminosa polifonia di Broberg hanno reso la vita ardua alla giuria, ogni scelta sarebbe stata prevalentemente un discorso di gusto. Dunque tre terzi premi.

Anche sui due secondi premi c’è di cui parlare. Se da un lato Dmitry Shishkin ha fatto un Concorso in costante ascesa, migliorando di prova in prova e dando esempio della propria solidità, il suo concorrente, il giovane Mao Fujita, è stata una delle rivelazioni del Tchaikovsky. Il pianismo di Shishkin è ben noto: il pianista russo è digitalmente eccellente, soprattutto nelle agilità, e funziona particolarmente bene nei brani meccanici, in cui serve scatto nervoso, o in quelli eleganti dal sapore un po’ decadente, ma fatica ad andare più in profondità nel testo musicale, con momenti di scarsa chiarezza di fraseggio e una certa fissità timbrica. La sua Finale, tuttavia, ha prodotto un Primo di Čajkovskij e soprattutto un Terzo di Prokofiev di tale spolvero da essere esaltanti e non dubito che anche quello gli sia valso il secondo posto. Il caso Mao, invece, è stato dei più interessanti: il fanciullo giapponese è stato l’unico a chiamare non una ma due standing ovation, sia alla prima che alla seconda prova. La straordinaria naturalezza espressiva unita ad un controllo tecnico e timbrico pressoché totale hanno rapito il pubblico russo sull’incantevole Sonata K 330 di Mozart, sulla sorprendentemente maestosa Settima di Prokofiev, sull’elegiaca Seconda di Skrjabin o sull’appassionata ma delicata Terza di Chopin. In Mao Fujita ogni fraseggio trova la sua risoluzione più naturale e la genialità del compositore emerge con spontanea architettonicità, senza sovrapposizioni, senza smorfie, senza pretese. Splendida ma meno esaltante la Finale, in cui sarebbe servito più suono e più attacco per potersi bene imporre sull’Academic State Symphony Orchestra. Sembra dunque più che corretto il secondo posto per un talento meraviglioso che a 20 anni si trova catapultato definitivamente sul panorama internazionale, ma che avrà ancora tempo e modo di maturare e divenire uno dei più nobili musicisti del futuro prossimo.

Se però il secondo posto è giusto, è anche perché si è presentato nel Concorso un musicista che per personalità e abilità si è scavato la sua strada verso un meritato primo premio: Alexandre Kantorow. Il ventiduenne francese ha mostrato fin dalla prima nota del suo Preludio e Fuga di Bach una visione sonora particolarissima e personale eppure un’onesta attenzione alla parte, creando sul suo Kawai un suono ampio e diffuso, poco compatto ma morbido e ricco di sfumature. Questo suono, però, era ben lungi dal classico stereotipo francese del suono debussiano: sebbene assai variegato, infatti, è stato messo prevalentemente al servizio di un repertorio tedesco, trovando una perfetta realizzazione in una limpida Sonata op. 2 n. 2 di Beethoven, in un magnifico Chasse neige di Liszt e soprattutto in una drammatica e libera Seconda Sonata di Brahms. Da segnalare poi il suo Stravinskij/Agosti, la celebre trascrizione di tre movimenti dall’Uccello di Fuoco, realizzata con proprietà sonora e concezione veramente orchestrale, che hanno reso la Berceuse un capolavoro di sospensione timbrica. Indimenticabile il Finale, in cui Kantorow ha dimostrato di saper veramente trasfigurare il pianoforte: ascoltando il pianoforte assumere i contorni morbidi di un corno nel celebre tema mi è comparso di fronte un altro mago della trasfigurazione timbrica, Daniil Trifonov. La Seconda di Brahms, l’op. 2 n. 2 di Beethoven, Stravinskij/Agosti, aggiungiamoci anche un Notturno di Fauré e la Rapsodia op. 79 n. 1 di Brahms e potremo capire che le scelte particolari e non ‘da concorso’ hanno caratterizzato tutte le prove di Kantorow. Non stupisce dunque che in Finale sia stato l’unico a portare il Secondo di Čajkovskij e sufficientemente folle da portare il Secondo di Brahms. Una doppietta di concerti dalle impegnative richieste tecniche, sonore e musicali, due concerti difficilissimi ma estremamente cameristici e non incentrati sul virtuoso. Ebbene queste scelte di repertorio, sempre ben ponderate e adatte alle proprie attitudini, hanno in realtà favorito il giovane francese, che ha affrontato i due concerti finali apparentemente senza alcuno sforzo, mantenendo alta la concentrazione musicale fino alla fine e regalando sapidi momenti in Čajkovskij e un’appassionata delicatezza in Brahms. Così convincenti sono state le sue prove, che il Gran Prix (100.000 $ consegnati ad uno solo tra tutti i primi premi del Concorso e in aggiunta ai 30.000 del primo premio) è stato assegnato proprio a lui: l’unico pianista ad ottenerlo fu proprio Daniil Trifonov nel 2011. È difficile comprendere il suono di Kantorow dallo streaming, che non coglie la sua gestione della particolare acustica della Sala Grande, ma il ventiduenne francese è un vero musicista e guarderemo tutti con grande attenzione ai suoi sviluppi nei futuri anni.

Ma uno sguardo di interesse lo meritano anche molti musicisti non arrivati in Finale. È il caso ad esempio di Alexander Gadjiev e Anna Geniushene, due musicisti che ci hanno regalato alcuni degli stanti di più alta musicalità del concorso. Del goriziano Gadjiev è emersa con nitidezza tutta la profonda e acuta personalità musicale, soprattutto in una seconda prova che ha trovato il perfetto carattere per alcune miniature skrjabiniane e un’impressionante e lucida costruzione drammatica e polifonica della Sesta di Prokofiev: memorabile. Della Geniushene, invece, abbiamo avuto dei momenti di altissima poesia in Humoreske, affrontata con slancio schumanniano perfetto e splendida intimità, contrapposta ad una maestosa e fantasiosa Ottava di Prokofiev. Dall’innocente genialità il kazako Alim Beisembayev, veramente sorprendente su quella Sonata op. 10 n. 3 di Beethoven, nobile ed aristocratico Arseny Tarasevich-Nikolaev (soprattutto in prima prova) e dallo splendido suono Anton Yashkin. Veramente interessanti anche Yuchong Wu e Artem Yasynskyy.

Un’unica critica alla State Academic Symphony Orchestra “Evgeny Svetlanov” diretta da Vasily Petrenko: che un’orchestra russa di quel livello, che può vantare la direzione artistica di Jurowski, non riesca ad attaccare il Primo di Čajkovskij senza sporcare, abbia bisogno di sistemare i passaggi tecnici dal Terzo di Rachmaninov e non riesca a tenere i propri fiati puliti e intonati o i propri violoncelli compatti nel Terzo di Prokofiev ha veramente dell’assurdo, anche considerando la fatica e l’impegno che il Concorso richiede. Fantastico però il timpanista e ottimi i violini, uniche note positive nei tre giorni di Finali. Poco duttile Petrenko, che ha messo ancora più in difficoltà i già nervosi e stanchi concorrenti, raramente assecondandoli ed anzi rappresentando più un ostacolo che non un partner musicale. Ma chissà, forse anche questo fa parte delle ‘prove’ che il faticoso Concorso pone ai propri musicisti.

Con questo si conclude il sedicesimo Concorso Tchaikovsky, specialità pianoforte, nei 61 anni dalla sua fondazione. Resta alta ora l’aspettativa per alcuni dei musicisti (anche dalle altre categorie sono usciti musicisti eccelsi) e l’attesa nei confronti della prossima edizione del grande concorso russo.

Alessandro Tommasi

Compila il form sottostante

Prego Login per commentare

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

  Iscriviti  
Notificami