Macerata: cronache dal MOF 2025

Macerata con la sua università, i suoi storici palazzi e un possibile affaccio sulle valli marchigiane, ha una struttura unica al mondo: lo sferisterio. Ora su questa bellezza architettonica, nata per essere luogo di gioco da tempo è d’estate un punto di riferimento per il teatro lirico di tradizione. Nel senso che dal 1967, con due sole eccezioni nel 1921 e 1922, ha creato una fase di recupero e di rilancio dell’opera lirica in un ambiente che ha acusticamente delle peculiarità di incredibile importanza.

Da questa posizione felice, dal fatto che Macerata è nel posto di una Italia magnifica, fatta ancora di odori e di sensazioni, che si svuota per il mare prospicente, riesce negli ultimi anni ad attrarre un pubblico che non è solo quello delle arene ma è anche quello di coloro che amano vedere ed ascoltare bene l’opera lirica. Soprattutto senza tanta confusione e con solo tre opere per stagione, senza fare confusione. In modo che per il proprio rilancio turistico Macerata riesce per due mesi a far vivere il proprio centro storico di vita e di persone innamorate delle proprie atmosfere.

Certo Macerata porta in se i segni di un tempo estremamente papale, di grandi turbamenti e di una certa malinconica presenza di sponde leopardiane non tanto distanti d’altronde.

Per il 2025 cambio al vertice con la direziona artistica affidata al cantante e non solo Marco Vinco assieme all’ulteriore vertice di nuova generazione che è quello della soprintendenza affidata a Lucia Chiatti.

Dunque in percorsi perigliosi degli ultimi anni, in varie faccende che poco toccano la bellezza dell’opera lirica, vi è stato un vero assestamento che durerà fino alla stagione del 2027. Ma il corso di Vinco è chiaro, non vi è tendenza a dimenticare che lo Sferisterio rappresenta una vera essenza di quella nazione che sa produrre bellezza e che merita di essere guidata in maniera giusta. Vinco che ha una lunga esperienza nel campo del teatro lirico, non solo come cantante, ha potuto prendere un cartellone già predisposto dal suo predecessore e farlo diventare una vera attrattiva per il mondo operistico. Riuscendo quindi a far pervenire nel luogo incredibile dello Sferisterio una possibile svolta del prossimo futuro. Considerando che la lirica in Italia spesso rimane relegata a tutta una serie di inghippi politici e poco artistici, nella stagione 2025 lo Sferisterio si propone come sponda di possibili prospettive di un teatro sia popolare che sintetico. Nel senso che nelle tre opere di quest’anno ciò che ha colpito è stato l’aderenza ad una certa coerenza scenica ed esecutiva.

Certo non è facile come è ben noto, mettere in scena opere liriche di una certa caratura in un luogo che non ha l’assistenza dell’acustica del luogo chiuso. Ma lo Sferisterio riesce a sopperire a tale mancanza proprio perché in quella sua circolarità si riflette il suono senza grandi difficoltà. A volte i cantanti vanno in affanno perché non sempre hanno confidenza con le platee aperte. Dunque, in questa continua evoluzione di un teatro lirico con una prospettiva di conservazione, le tre opere proposte nel 2025 hanno un filo di unione che è quello della vita nelle sue sfaccettature, dalle drammatiche alle apparentemente meno. È il caso del Macbeth di Giuseppe Verdi in un allestimento di grande attenzione e meraviglia all’azione umana. La regia di Emma Dante consente alla narrazione scenica una risposta non solo adeguata alla drammaticità di un’epica indiscussa ma sospinge li dove il tempo non tiene, ovvero nella guerra. E nella guerra esce la vera malattia della vita che è la morte. La difficile idea di pentimento, la possibile idea di riscatto fanno di questo lavoro di Verdi una possibile alternativa al Rigoletto che nella sua perenne diaspora contemporanea si trova ad essere vittima di letture che non sempre sono al passo con il tempo della morte.

È il caso della regia di Federico Grazzini che si sposta verso una ipoteca giostra della drammaticità con una ambientazione fra il circo e il nonsense della fiera. Un non luogo in qualche modo è quello immaginato da Grazzini che però non si orienta verso il dramma verdiano come l’anelito alla morte del protagonista. È vero che Rigoletto scriveremmo oggi che ha un carattere distruttivo, ma sarà forse colpa della gobba o del suo ruolo di pagliaccio di corte. Ma è sempre una guerra che si instaura dentro di se, il famoso conflitto che lo porta in maniera del tutto inconscia a condannare il suo unico amore ovvero Gilda. Ed è a tutta fortuna del Duca di Mantova che in questa visione registica appare come un uomo senza grandi qualità. Certo è Verdi che unisce il filo delle vite. Le sue opere sono pretesti per la sua narrazione personale di uomo sconfitto da un sentimento fortissimo verso la rinascita del suo stesso pensiero. Che arriverà quando Wagner avrà già preso a piene mani dalla sua ispirazione e sarà tanto fausto da relegarlo in un ruolo non giusto per Verdi. Ma nel Macbeth c’è già tutto il Wagner del destino teutonico.

Poco da dire. La direzione di Jordi Bernacer per il Rigoletto è profonda, sospira a piè sospinto quel suo gesto così importante. E questo sia l’orchestra che i cantanti ne sono ben consapevoli. Dunque ha un cast che ha in se ben chiaro il gesto del direttore. Così come il coro si affila diretto da Cristian Stranineri. Il Macbeth invece è nelle mani di un grande esperto come Fabrizio Maria Carminati che disegna assieme alla regia della Dante una perfetta idea di quella eroica morte della vita. La definizione di Carminati si ritrova proprio nel fatto che non si discosta mai dal movimento scenico e quindi la perfetta intesa con lo scorrere significativo voluto dalla Dante dona allo spettatore una possibile via di sintesi di quella che è l’opera definitiva di Verdi. Anche in questo caso la compagnia risponde benissimo ad entrambi ed il prodotto è definito come molto interessante.

Nella Vedova allegra di Franz Lehar assistiamo essenzialmente ad un recupero di dimensioni di quei passaggi fra vita e morte e infatti come se fossimo in una commedia di vita, l’opera si apre con un funerale seguito da un sussulto stile Moulin Rouge. L’idea registica di Arnaud Bernard vuole in qualche modo rendere già il ricco vaudeville immaginato da Lehar come qualche cosa che possa essere ancora più sospinto. Una sorta di riparatrice memoria di alterne esistenze. Ma a volte Bernard incappa in quello che probabilmente non rientra strettamente nella sua dinamica immaginifica, ovvero si sente attratto da una sorta di forma fra rivista e avanspettacolo. Ma possibilmente La Vedova allegra brilla già di se di una propria impropria avanguardia contemporanea che, fra valzer e quadriglie, si apre proprio a quel novecento che Arnold Schoenberg sorprenderà. Lehar sa benissimo che il decadimento non solo dei costumi ma di tutta la scena musicale austriaca e tedesca in particolare ha da tempo bisogno di nuove dinamiche. La sua mirabile leggerezza altro non che l’interpretazione di un sentimento comune, di un’era talmente in avanti da risultare troppo avanti e crollare su se stessa. Con l’avvento di tutto quello che è stato. Pertanto, rendere la scorrevolezza di questa opera, che ci teniamo tanto a definire operetta, si muove già sul suo costrutto e sulla scorrevolezza di quanto scritto da Lehar. Insomma, se il regista avesse accettato l’idea in se del trapasso fra vita e morte forse con eleganza dei cantanti in scena, del coro e del corpo di ballo, sarebbe bastato a se stesso. L’esagerazione anche di non nutrire un forte sentimento operettistico a portato l’inserimento di musiche di autori coevi di Lehar e dei quali si riconosce la poca coerenza. In tutta la sua partitura, nei dialoghi, nei duetti e nelle parti di danza Lehar non ha scritto una nota di troppo. Dunque non ha un grande senso usare altro.

La direzione di Marco Alibrando è stata di precisione ed eleganza in una dimensione non sempre facile da portare avanti. Alibrando non termina mai una scena de La Vedova allegra senza aprirne idealmente un’altra. In questo ha forte in sé il suono e l’idea globale di un lavoro che definire capolavoro sarebbe banale ma che ad oggi rimane come una di quelle opere che in un tempo lontano, se si dovesse aver memoria del vissuto terreno ebbene certamente sarebbe la giusta testimonianza di una umanità che si metteva fra la vita e la morte, sospettando la folle corsa verso quest’ultima che porterà al termine di una gioiosa alba senza tramonto. Dunque, questa visione dello Sferisterio 2025 va verso una potente presenza non solo maceratese ma nel senso di una conquista di presenze e di sicure collaborazioni.

D’altronde Marco Vinco ha già annunciato la continuità per il 2026 con Nabucco, Barbiere di Siviglia e Il Trovatore.

Marco Ranaldi

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