Macerata Opera Festival 2019: Rigoletto #rossodesiderio secondo Federico Grazzini

Il regista Federico Grazzini, recentemente impegnato nell’allestimento di “Rigoletto” di Giuseppe Verdi al Macerata Opera Festival, è intervistato per voi da Antonio Cesare Smaldone. Rapporto tra Libretto e Musica, il fondamentale concetto della “Maledizione del Diverso” e una riflessione sul futuro di quest’Opera segnano i punti cardine di questa interessante chiacchierata.

La recensione dello spettacolo di Alessandro Cammarano è disponibile >QUI<

  • Partendo dal presupposto che la Regia di un’Opera Lirica sia l’atto di sintesi della più complessa forma d’arte possibile, può spiegarci il suo stile operativo? Come riesce a muovere contemporaneamente le dinamiche interiori e le azioni di Personaggi e Masse Artistiche senza venir meno alle ragioni del dettato fornito dalla Partitura?

Cerco sempre di adattarmi al materiale di partenza. Lavoro a partire dalla partitura, dalla musica e dal testo che di solito mi forniscono tutti gli indizi necessari per ricostruire la psicologia dei personaggi.

Le didascalie di solito non mi interessano perché le riscrivo completamente cercando una nuova coerenza rispetto alla lettura proposta. Definisco i personaggi attraverso le azioni che compiono. La cosa più importante è non dare niente per scontato. Se la tradizione ha scelto di perpetrare qualche cliché non è detto che abbia sempre ragione. E allora io scavo dentro e fuori dal testo per comprendere i temi e le motivazioni che spingono i personaggi ad agire.  Con il team ci poniamo molte domande sul passato dei personaggi e sui loro desideri è così che riusciamo a caratterizzarli anche attraverso i costumi. Cerco poi di creare un dialogo proficuo tra la musica e l’azione. L’azione non deve imitare la musica ma dialogare con essa. Per far questo bisogna conoscere bene le regole drammatiche e quelle musicali per questo il mio lavoro è strettamente legato a quello del direttore d’orchestra che può valorizzare esponenzialmente il mio lavoro.

  • Quali sono e come si svolgono le fasi di realizzazione del suo progetto registico?

La prima fase riguarda lo studio dell’opera. Anche se conosco il titolo cerco sempre di approfondire, di scoprire qualcosa di nuovo. Poi mi concentro sui temi drammaturgici dell’opera e su come questi temi possono entrare in contatto col presente. Il mio obiettivo è trovare una necessità per raccontare oggi quella storia particolare. Ho sempre bisogno di un tema da raccontare. La storia deve risuonare in qualche modo dentro di me e se risuona allora posso passare ad una seconda fase successiva che è scegliere l’ambientazione migliore, immaginare delle atmosfere e iniziare con il team a raccogliere immagini di riferimento che ci serviranno per creare un immaginario comune.

A questo punto iniziamo a buttare giù delle idee sullo spazio e sui costumi e parallelamente inizio ad immaginare la scrittura scenica come fosse la sceneggiatura di un film, immaginando ex novo le didascalie dell’opera vale a dire le azioni dei personaggi in relazione allo spazio, le atmosfere, i movimenti scenografici e i cambiamenti di location.

Segue poi un lungo lavoro di lima per definire scene e costumi come appariranno e sono pronto per lavorare con i miei collaboratori per alcune settimane per definire le azioni internamente, sulla partitura. Per far questo mi capita spesso di recitare in prima persona tutti i personaggi. È molto divertente!

  • Il rapporto indissolubile che esiste tra il Libretto e la Musica: vi è uno dei due elementi che può essere identificato come preponderante? Se sì, quale e… perché?

Per me si tratta sempre di un dialogo. Credo tuttavia che nell’opera l’elemento musicale sia preponderante perché la musica quando è scritta bene crea l’atmosfera, la tensione drammatica, comica o tragica che sia.

Nonostante questo io faccio di tutto per elevare l’azione sullo stesso piano dandogli pari dignità. È la condizione base per poter rendere possibile ogni tipo di dialogo costruttivo e paritetico.

  • La Messa in Scena del proprio progetto registico come esperienza umana: un lascito ai posteri da perpetuare assieme al suo creatore o un’esperienza riservata allo spettatore contemporaneo che ne fruisce e ne ricava un imprinting emotivo?

Entrambe le cose. È sicuramente un lascito ai posteri. Motivo per cui tengo molto alle foto o alle regie video dei miei spettacoli. Allo stesso tempo il teatro vive della sostanza del presente attraverso chi lo fa e chi ne fruisce. Il suo essere così effimero è uno dei tratti a mio avviso più emozionanti e affascinanti del teatro.

  • Rigoletto per il MOF edizione 2019 #rossodesiderio. Cogliendo lo spunto offerto dal riferimento social-mediatico, quali sono i 5 hastag che ne spiegano in sintesi le peculiarità? 

1) #rigoletto

2) #parabola

3) #morale

4) #sulla

5) #immoralità

  • Nella sua Mise en Scène, una enorme bocca di Clown spalancata domina il centro del palcoscenico… ci ha molto ricordato la “Bocca della verità” che, sita in Roma presso la Chiesa di S. Maria in Cosmedin, è da sempre legata ai concetti di “intrigo”, “infedeltà”, “adulterio”, “demonio” e a cui, altrettanto, è stata sempre riconosciuta una capacità oracolare. Il pubblico che così intensamente si lascia inghiottire dalla sua bocca di Clown, quale profezia rivelatrice porta con sé quando torna alla realtà?

Che l’uomo contemporaneo deve guardarsi dentro e portare rimedio se non vuole soccombere a se stesso.

  • La Maledizione del Diverso. A questo dictat della vicenda fanno capo tutti e tre i principali protagonisti: Rigoletto vs i Cortigiani, Gilda vs le Cortigiane, il Duca di Mantova vs il Signore Gesù Cristo. In che termini la Maledizione del Diverso, quindi, assolve ad una funzione escatologica rispetto alla Drammaturgia? Attraverso quali connotazioni la sua Regia ne valorizza il senso?

Il mondo della Maledizione è strettamente legato alle leggi della vendetta. Tutti i personaggi tranne Gilda si vendicano e fanno un utilizzo strumentale del prossimo. Non esistono compassione e pietà alla corte del Duca se non in rare rarissime occasioni. La Maledizione in Verdi non è solo un espediente magico sacrale ma anche un’idea profondamente drammaturgica: un mondo da cui è impossibile uscire. Nella regia abbiamo deciso di ambientare tutta la vicenda nello stesso luogo proprio per sottolineare il perimetro maledetto e il muro dello Sferisterio ci ha aiutato a creare questo clima claustrofobico di oppressione. Per spezzare il cerchio maledetto è necessario assumersi le proprie responsabilità ma nella vicenda il protagonista non sembra disposto a farlo fino alla fine.

  • 2019, ennesimo anno di grandi scomparse artistiche che hanno segnato la storia del Teatro che, a detta di qualcuno, è destinato a continuare nella sua morte annunciata. Rigoletto nel 2069: esisterà ancora? Qual è la strada giusta da perseguire per esserne certi?

Il teatro non morirà finché ci sarà la capacità di emozionare e di far riflettere il pubblico. Per farlo vivere deve rimanere interessante, vivo. È importante sapersi aggiornare sui linguaggi espressivi per ottenere questi risultati e non chiudersi in una dimensione puramente estetica o museale. Nel 2069 spero di vedere un nuovo Rigoletto al passo coi tempi che mi sorprenda e mi emozioni ancora una volta!

Antonio Cesare Smaldone

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