Madame Viardot e i suoi due mariti

Bella non si può dire che fosse. No davvero. Pauline non era bella; spalle curve, occhi sporgenti, lineamenti forti: era abbastanza bruttina, ma di una bruttezza attraente. Heinrich Heine la paragonava a un mostruoso paesaggio esotico. Il giorno del suo fidanzamento con Louis Viardot, un pittore belga avrebbe confidato al futuro marito: “È atrocemente brutta, ma se la rivedo potrei innamorarmi di lei”. La sua voce, diceva Camille Saint-Saëns, non era né di velluto né di cristallo; evocava piuttosto le arance amare: fatta per la tragedia, il poema epico, l’oratorio. La sua cultura musicale era tale che una volta incantò il pubblico cantando un’aria di Mozart, stupenda ma sconosciuta a tutti. Alla fine confessò di averla composta lei.

Era figlia del tenore spagnolo Manuel García, il primo conte d’Almaviva nel Barbiere di Rossini; sorella minore di Maria e di Manuel junior, tutti e tre destinati al canto. Pauline nasce a Parigi il 18 luglio 1821. A quattro anni segue la famiglia a New York, dove Lorenzo Da Ponte, ormai vecchissimo, riesce a fare allestire le prime statunitensi delle opere di Rossini e di Mozart. Maria García, soprano, sposa Eugène Malibran, un ricco banchiere… che però farà presto bancarotta. Sarà Maria il sostegno economico delle due famiglie.

A 12 anni Charles Gounod è accompagnato dalla madre ad ascoltare la Malibran nell’Otello di Rossini. La Malibran aveva 22 anni, era bellissima, cantava come un angelo, componeva. Troppo perfetta per questo basso mondo. A 28 anni cade da cavallo e muore, compianta da tutta l’Europa musicale.

  1. Alla morte di Maria, quando Pauline ha 15 anni, la madre vedova le ordina: “D’ora in poi tu devi essere cantante”. Perciò intraprende solidi studi musicali di canto (peraltro già cominciati col padre), ma anche di contrappunto con Anton Reicha, un amico di Beethoven, e di pianoforte con Franz Liszt. S’innamora, non corrisposta, del suo maestro. Come poteva essere altrimenti? Liszt camminò per tutta la vita su un tappeto di fiori. Sì, letteralmente. Durante le sue tournées di concertista gli accadeva spesso che, nelle stazioni dove il treno faceva sosta per un quarto d’ora, schiere di bellissime fanciulle biancovestite lo attendessero per guidarlo ad un pianoforte aperto e inghirlandato, già pronto sul marciapiede nella speranza che lui acconsentisse a suonare qualche nota. Seminavano di fiori i suoi passi, gli riempivano lo scompartimento di fiori. Per Pauline un impossibile sogno d’amore, ma un’amicizia destinata a durare tutta la vita.

“Ringrazia Dio di mostrarti il cielo, ma solo perché batti le ali non crederti un uccello. Gli uccelli stessi non possono varcare le nubi; c’è una sfera in cui mancano d’aria, e l’allodola che s’innalza cantando nelle nebbie del mattino ricade a volte morta sul solco”. Sono parole di Alfred de Musset, il poeta che Pauline, appena diciassettenne, rifiutò di sposare. La sua grande amica George Sand le prediceva invece un destino artistico eccezionale, ritraendola in panni settecenteschi nel romanzo Consuelo ed affidando l’oracolo nientemeno che a Benedetto Marcello:

“Figliuola – le disse Marcello con voce rotta – accetta il ringraziamento e la benedizione di un moribondo. Tu mi hai fatto dimenticare in un solo istante lunghi anni di sofferenze atroci. Se gli angeli lassù cantano come te, non chiedo che di lasciare la terra per andare a godere un’eternità di delizie. Sii perciò benedetta, figliuola, e che la tua felicità in questo mondo risponda ai tuoi meriti. Ho sentito la Romanina, la Faustina, la Cuzzoni, tutte le più grandi cantatrici del mondo; nessuna di esse ti giunge alla caviglia. A te spetta far sentire al mondo ciò che nessun uomo ha finora sentito!”

1839: al King’s Theatre di Londra Pauline debutta sulle scene operistiche, anche lei come Desdemona nell’Otello di Rossini. Come la Malibran e altre cantanti del suo tempo, anche la Viardot cantò dunque parti di soprano, mezzosoprano e contralto, specie all’inizio della carriera. Théophile Gautier, romanziere e giornalista che ebbe modo di ascoltarla nell’anno e nel ruolo del suo debutto, scrisse di lei da vero conoscitore:

“Il suo timbro è ammirevole, né troppo chiaro né velato. Non è una voce metallica come quella della Grisi, ma le note centrali hanno un non so che di dolce e penetrante che commuove il cuore. L’estensione è prodigiosa. Il timbro del Fa grave e la facilità con cui emette il Do acuto fanno sospettare almeno tre ottave piene. Quando l’ascolteremo nei ruoli di contralto come Tancredi e Arsace, il che dovrebbe avvenire presto, avremo la vera misura del suo registro grave. Quanto agli acuti, farà bene a non abusarne e a non forzarli prima di aver completato il suo sviluppo fisico. Il suo metodo di canto è quello di García, e basta la parola. L’attacco della nota è sempre nettissimo, senza esitazioni né portamenti: una qualità rara e preziosa”.

Non mancò tuttavia chi criticava la sua voce come “malauguratamente spezzata in differenti registri”. Diceva di lei Gaetano Donizetti: “La sua voce non è troppo forte, però è una musicista molto ben preparata. Cerca d’imitare il metodo di sua sorella, ma lei è un mezzosoprano. Fate dunque i vostri conti”.

Ormai anziana, Pauline confesserà di non aver avuto il coraggio di protestare contro l’imposizione della madre, che pure le aveva quasi spezzato il cuore. Per il pianoforte sentiva una vera vocazione, e lo abbandonò con molto rimpianto. Rimase comunque per tutta la vita una notevole pianista: Liszt, Moscheles, Adolphe Adam, Saint-Saëns e molti altri hanno lasciato descrizioni entusiaste del suo modo di suonare. Alcuni dei suoi momenti più felici li visse a Nohant, nella villa di George Sand, facendo musica a quattro mani con Chopin. Nel 1847, quando il rapporto fra George e Fryderyk si ruppe, Pauline tentò invano di riappacificarli.

Era stata George, donna indipendente in amore come in letteratura, a trovare un marito per Pauline. La scelta cadde su Louis Viardot, impresario del Théâtre Italien di Parigi; uomo ben più solido in tutti i sensi del nevrotico e malaticcio poeta de Musset. Lei aveva 18 anni, Viardot quasi 40. Si dedicò a tempo pieno a promuovere la carriera della moglie, accompagnandola nelle sue tournées per il mondo.

Nel 1843 – tre anni dopo le nozze e già madre della piccola Louise – Pauline s’imbarcò nel viaggio più movimentato della sua vita. Giunse a Pietroburgo per una stagione con la compagnia italiana diretta dal favoloso tenore Giambattista Rubini. L’alta società russa rimase sbalordita ascoltandola nella parte di Rosina nel Barbiere. “Abbiamo certo già ascoltato grandi cantanti, ma nessuno ci aveva conquistato a tal punto”, scrisse un critico. Dopo due settimane di recite, tutto il pubblico pietroburghese era ai suoi piedi. Destò fanatismo la sua inserzione di una canzone russa nella scena della lezione di musica. Nessuna cantante straniera aveva mai osato tanto.

E proprio a Pietroburgo, nel 1843, i coniugi Viardot fecero la conoscenza di Ivan Sergeevič Turgenev. Louis Viardot, che aveva già soggiornato in Russia e conosceva bene la lingua, tentava di far conoscere ai Francesi la cultura russa con saggi critici e traduzioni. A soli 22 anni Pauline era già l’idolo delle capitali d’Europa. Quella coppia di artisti doveva produrre su Turgenev l’effetto di una scossa elettrica. Il futuro autore dei Racconti di un cacciatore era all’epoca un giovanotto venticinquenne di nobile famiglia, destinato ad impiegarsi nell’esercito o nella burocrazia zarista. Trovò nei suoi nuovi amici un cordiale incoraggiamento a dedicarsi seriamente alla letteratura.

Quattro anni più tardi, Turgenev si ritrovò all’estero senza un soldo. Sua madre, malcontenta di vederlo partire, gli aveva tagliato i fondi. In questa penosa situazione la tenuta dei Viardot a Courtavenel gli offrì, per sua stessa ammissione, una culla letteraria. “Non avendo i mezzi per vivere a Parigi – racconterà poi al suo amico Afanasij Afanas’evič Fet – ci passavo l’inverno in solitudine, nutrendomi di brodi di pollo e frittate che mi preparava una vecchia domestica. È qui che, pressato dal bisogno di denaro, scrissi la maggior parte dei miei Racconti di un cacciatore; ed è ancora qui che è venuta ad abitare la mia figlia di Spasskoe”.

La bambina era infelice in Russia con la terribile nonna. Pauline consigliò di farla venire a Courtavenel e si prese cura della sua educazione. All’infuori di rare visite a Mosca, a Pietroburgo e alla sua proprietà di Spasskoe – giusto nel governatorato di Orël, dove si parla la lingua russa più pura – dal 1847 lo scrittore non abbandonò più la Francia.

Alle varie lingue che già parlava sin dall’infanzia, Pauline aggiunse anche il russo; anzi, riuscì perfino a mettere in musica i versi colmi di tristezza del poeta nazionale Puškin:

О, если правда, что в ночи,

Когда покоятся живые,

И с неба лунные лучи

Скользят на камни гробовые […]

Ко мне, мой друг, сюда, сюда!

Zaklinanie (Evocazione)

O, fosse vero che nella notte,

quando riposano i viventi

e dal cielo i raggi lunari

carezzano le pietre dei sepolcri […]

a me, amico; vieni, vieni!

Nei lunghi periodi di lontananza per gl’impegni artistici di lei, Ivan e Pauline si scrivevano chilometriche lettere dove si parlava un po’ di tutto:

“Parigi, 19 ottobre 1847. Dunque è morto Mendelssohn. Quasi non lo conoscevo, ma da quanto ho sentito dire di lui sono prontissimo a stimarlo –  farmelo amare molto… beh, è un altro discorso. Si possono creare cose belle solo riunendo istinto e talento, testa e cuore. Oso credere che in Mendelssohn predominasse la testa. Posso sbagliarmi, ma sapete che non sono affezionato ai miei errori quando me li mettono sotto il naso; cosa non difficile date le dimensioni di questo mio organo. Mi lascio educare”.

“Parigi, 17 gennaio 1848. Vostro marito vi avrà certo parlato del nuovo romanzo di George Sand, che il “Journal des Débats” sta pubblicando a puntate: François le Champi. È fatto assai bene: semplice, vero, incisivo. L’autrice vi mescola forse troppe espressioni campagnole, e ciò conferisce talora al suo raccontare un’aria di affettazione. L’arte non è un dagherrotipo, e una gran maestra come Madame Sand potrebbe anche rinunciare a questi capricci da artista un po’ viziata”.

Pauline è scritturata al Covent Garden dal 1848 al 1855, anno in cui debutta come Azucena nel primo allestimento londinese del Trovatore. Prima di partire da Londra acquista, con il sacrificio di una parte consistente della sua fortuna, la partitura autografa del Don Giovanni di Mozart, del quale suo padre era stato applaudito protagonista. Lei stessa aveva cantato alternativamente i ruoli di Donn’Anna e Donna Elvira. L’autografo occupò un posto particolare nel circolo Viardot. Pauline lo conservava in un tempietto di forma gotica che portava con sé nei suoi traslochi. I visitatori ammessi all’ostensione del manoscritto si comportavano come di fronte a una reliquia: Rossini s’inginocchiò e Čajkovskij affermò di aver sperimentato la presenza del divino.

Nei residui intervalli parigini, Pauline tiene a battesimo due grandi personaggi scritti su misura per lei, rispettivamente da Meyerbeer e Gounod: Fidès (1849) e Sapho (1851), destinati a divenire un passaggio obbligato per ogni contralto del secondo Ottocento. Nel febbraio del 1850, Pauline annunciava a Georges Sand la propria felicità per aver scoperto un nuovo compositore. “La sua musica è divina non meno della sua persona, nobile e distinta. Benché sia ancora sconosciuto, Gounod ha davanti a sé un immenso avvenire”.

Cominciava così l’ultima e non meno spettacolare fase della carriera di Pauline Viardot, quella di musa ispiratrice. Si attivò per far sì che Gounod ottenesse un libretto dal celebre Emile Augier. Il soggetto era Saffo, la poetessa greca suicida per amore. Ammaliante è la sua ultima aria “Ô ma lyre immortelle” che la protagonista intona nell’immolarsi tra i flutti.

Un incontro che nella rievocazione di Gounoud si riveste di arcane coincidenze cabalistiche: “A 12 anni avevo udito la Malibran nell’Otello del Rossini e da quell’ascolto era nato il mio sogno di dedicarmi alla musica; a 22 feci la conoscenza di sua sorella Madame Viardot, per la quale dovevo, a 32 anni, scrivere la parte di Saffo da lei creata nel 1851 sul palcoscenico dell’Opéra con arte così abbagliante”.

Memorabili pure le sue riproposte gluckiane: Orfeo (1859) e Alceste (1861), entrambe in una revisione di Berlioz rimasta a lungo in repertorio.

Dopo il ritiro dalle scene nel 1863, appena quarantenne (rimasero eventi isolati una ripresa di Orfeo nel 1870 e l’anteprima privata di Samson et Dalila nel 1872, in casa di Saint-Saëns), Pauline si dedicò per lo più all’insegnamento, ma tenne ancora concerti fino al 1873.

Dal 1863 la sua famiglia allargata si era ritirata a Baden-Baden, in Germania. Il Terzo Napoleone e il suo impero, insieme autoritario e corrotto, non piacevano a Pauline né a suo marito, di tendenze politiche liberali. Turgenev affittò un appartamento in città; l’anno dopo, acquistato un terreno adiacente alla casa dei Viardot, si fece costruire anche lui la sua villa, anzia la sua dacia in stile russo. Nel 1864 giunge in visita Brahms. Il paziente Viardot e il fedele Turgenev abbozzano per lui un libretto; uno dei tanti per quell’opera lirica che il tedesco desiderava tanto scrivere, ma che non scrisse mai. Compose invece, ispirato dalla voce di Pauline, la grandiosa Rapsodia per contralto op. 53.

Anche Pauline ricominciò a comporre. Da giovane aveva incantato Chopin con gli arrangiamenti vocali delle sue mazurke, che insieme eseguirono in concerto a Londra. Ora mise in musica due volumi di romanze russe da camera, alcune su versi di Turgenev. Ancor più successo ebbe una sua serie di operette destinate in origine al teatrino della villa del librettista – ancora Turgenev, naturalmente. Primi interpreti gli allievi di Pauline. I Viardot avevano sempre amato far teatro in famiglia, al punto di trasformare un granaio della tenuta di Courtavenel in un piccolo palcoscenico soprannominato Théâtre des Pommes de Terre – perché il biglietto d’ingresso costava appunto una patata.

Con la guerra franco-prussiana del 1870, i Viardot e Turgenev lasciarono a malincuore Baden-Baden per trasferirsi a Londra, città che Pauline detestava. Un anno dopo tornarono per sempre a Parigi. Nel salotto di Rue de Douai 50 l’élite culturale e mondana di tutt’Europa s’inchinava alla regina dei mezzosoprani ed ai suoi due principi-consorti. Qui si eseguiva Bach con l’aiuto di un organo da camera di Cavaillé-Coll; qui nacquero tante brillanti carriere musicali. Poco mancò che il giovane Gabriel Fauré entrasse a far parte della famiglia sposando Marianne Viardot, figlia minore di Pauline.

Il fidanzamento fra Gabriel e Marianne durò solo da luglio a novembre 1877; il salotto ben oltre il quasi simultaneo decesso, nel 1883, dei due mariti di Pauline, che li assisté entrambi nell’ultima malattia. A partire dal 1907 toccò a Mathilde de Nogueiras, una delle sue ex allieve, vegliare su di lei fino alla morte, incontrata serenamente a Parigi il 18 maggio 1910, a quasi novant’anni. L’elegante stabile che ospitava il salotto Viardot, da tempo svuotato dei suoi tesori d’arte, fu ristrutturato nel 1997 a fini di edilizia sociale ed è oggi un paradiso per i collezionisti di modellini ferroviari. Niente paura: l’autografo mozartiano si può ancora ammirare alla Bibliothèque Nationale e l’organo, anch’esso un po’ ristrutturato, resta in servizio nella chiesa di Notre-Dame a Melun, a 60 km in direzione sud-est; basta prendere la strada di Fontainebleau e seguire le indicazioni.

Carlo Vitali

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