Marciac: una notte con Sullivan Fortner che ricorda Oscar Peterson, in attesa dell’eterno Hancock

Marciac è un piccolo (ma proprio piccolo) village dell’Occitania che, fra luglio e agosto, ogni anno diventa un gigantesco festival jazz conosciuto in Europa (e non solo). Già da questo si capisce che Marciac è realmente un caso di studio.

Jazz in Marciac è davvero un fenomeno mondiale perché altro non può che definirsi un festival di musica, locato in un paese di milletrecento abitanti, che si sviluppa fra un padiglione (con posti a sedere che vanno dai cinquemila agli oltre diecimila: quanti servirono nel 2018 per il concerto di Santana) che procura circa sessantamila paganti per ogni edizione, e un mastodontico contorno che porta fino ai trecentomila visitatori-turisti annuali, attirati con la scusa dei concerti gratuiti, programmati fra la piazza del municipio e ogni luogo, pubblico o privato, dove qualcuno possa suonare. Ben s’intende, non solo cantanti-pianiste che soggiornano nei B&B dei paesi limitrofi, ma anche i tantissimi nuovi artisti della scena jazz francese contemporanea. Ovviamente, non occorre dire che ci sono sette parcheggi per migliaia e migliaia di macchine, camper e servizi igienici in proporzione. Sono numeri impressionanti, totalmente fuori dall’ordinario, resi gestibili da un’organizzazione che dal 1978 è cresciuta continuativamente e progressivamente. Non diremo qui di ciò che a Marciac sono riusciti a costruire negli anni, intorno, prima e dopo il festival: ci sono sicuramente svariate tesi di laurea al riguardo, dove si analizzano sia i bilanci economici (con tutto l’indotto relativo) che ogni aspetto sociale, sia – ça va sans dire – la storia del deus ex machina, Jean-Louis Guilhaumon che, dalla notte dei tempi di François Mitterrand, è sindaco, presidente del festival e, di fatto, responsabile di ogni muover foglia a Marciac e dintorni, dalla promozione al rapporto con i sostenitori, alla direzione didattica dei laboratori, al coordinamento della crew e dei volontari e sino al movimento diurno e notturno dei girasoli.

Detto tutto questo, quasi ci si dimenticherebbe di dar conto della qualità dei nomi in cartellone, oltre che dei mezzi tecnici sul palco. Jazz in Marciac è un festival popular: dallo scorso 21 luglio fino alla settimana passata, anche andando a caso ci si poteva imbattere in Winton Marsalis come in Gregory Porter, in Dee Dee o in Hermeto Pascoal. Noi cercavamo un pianoforte e ne abbiamo trovati due nella stessa sera: prima un trio guidato da Sullivan Fortner (che omaggiava Oscar Peterson), poi Herbie Hancock in quintetto (nei manifesti non apparivano neanche i nomi di Terence Blanchard e Lionel Loueke fra i sidemen: si vede che per il booking poco importava). Per inciso e per non farsi mancare nulla, Fortner suonava su uno Steinway D-274, Hancock su un Fazioli F-308.

Non era oggettivamente facile mettere sul palco un omaggio a Oscar Peterson nel centenario della nascita (Montréal15 agosto 1925 – Mississauga23 dicembre 2007), per il banale motivo che Peterson è stato uno dei virtuosi inarrivabili della storia del jazz e la figuraccia, per qualsiasi interprete chiamato alla tenzone, sarebbe stata dietro l’angolo.

È stata dunque un’ottima intuizione quella di Jordi Suñol di inventarsi questo trio per la Centennial Celebration, perché Sullivan Fortner, a pensarci bene, è forse oggi l’unico pianista in circolazione che può permettersi di non avere qualsivoglia timore e nel contempo di sentirsi libero di non essere filologico.

Con lui c’erano opportunamente due partner che, dal punto di vista dello stile, del linguaggio e del repertorio, potremmo tranquillamente definire dei petersoniani: John Clayton al contrabbasso e Jeff Hamilton alla batteria, un duo di per sé molto affiatato che mostrava l’unico apparente difetto di non avere nel bassista un contraltare virtuosistico, quale probabilmente Peterson avrebbe preferito. Ma era una scelta tranquillamente sacrificabile all’altare del gusto e dell’interplay.

D’altra parte Sullivan Fortner può tranquillamente fare a meno di colleghi invadenti perché la sua personalità allo strumento è debordante, oltre che unica, fra l’altro in maniera inversamente proporzionale al suo porsi, rilassato, quasi dimesso, come di un pianista di passaggio, entrato casualmente al club per un drink.

E su un repertorio che potrebbe star bene anche in jazzclub (a partire dal book ellingtoniano – da Satin Doll a Caravan sino al blues fuori programma – a Someone to Watch Over Me di Gershwin, Con Alma di Gillespie e un accurato arrangiamento di Django di John Lewis), Fortner sciorina con disinvoltura tutto il suo bagaglio: varietà di tocco, agilità paritetica in entrambe le mani, gestione della pesatura su tutte le parti interne/esterne delle linee, legato-staccato di ogni tipo, archi dinamici, abilità poliritmica, il tutto al servizio di una conoscenza enciclopedica della letteratura jazz. E pensare che questo à la Peterson non è neanche il suo repertorio. Cita qua e là lick & pattern, frasi e fraseggio del maestro da celebrare, non solo nell’accorato Peace for South Africa, eseguito come un gospel senza età, ma soprattutto nei tempi medi, come in C Jam Blues di Ellington, posta aencore, come un suggello carico di swing, prima dell’entrata in scena di un altro maestro che di sicuro il trentottenne Fortner ha tanto studiato.

Quando arriva il cambio palco, non manca tanto alle 11pm: ragazzi e ragazze vendono birre, bibite e gelati; ci fosse Dizzy, mancherebbero solo le noccioline salate. Oltre i tendoni, verso le montagne invisibili, l’unica luce è nel giallo dei girasoli.

Nel 1962, quando con il suo primo disco uscì Watermelon Man, Herbie Hancock aveva ventidue anni; fino a quel momento Miles Davis non conosceva per niente quel giovane pianista, di cui gli aveva tanto parlato l’ancor più giovane Tony Williams. Oggi, nell’estate 2025, Hancock è un aitante ottantacinquenne che non gli spiace per niente fare un po’ di show nel presentare i suoi più o meno giovani sidemen: Terence Blanchard, tromba; Lionel Loueke, chitarra; James Genus, basso; Jaylen Pentinaud, batteria (spendendo giusto due parole in più per Blanchard, che resta il primo black composer della storia ad aver presentato una sua opera al MET).

Da anni Hancock è uno dei grandi vecchi e saggi del jazz: sono trascorsi vari decenni da quando ha contribuito in modo determinante a cambiare le strade della musica afroamericana ma, anche successivamente, non ha mai smesso di essere un grande musicista, oltre che un eccellente pianista. A Marciac, come per altro in tutta questo tour estivo 2025, Hancock è in forma strepitosa: la sua musica è tutt’altro che datata, è molto organizzata, e quando lui mette le mani sul piano l’impressione è che stia sempre succedendo qualcosa di creativo, comunque qualcosa di armonicamente e ritmicamente raffinato o quantomeno interessante.

Il campo d’azione è, rispetto a un tempo, una funk-fusion molto più variabile, nel senso che può muoversi fra un imprinting quasi acustico e un versante totalmente rock-oriented. Di sicuro, se la scaletta della serata (e della tournée) non inganna, il repertorio è sostanzialmente quello dei vecchi, antichi “Head Hunters”, o addirittura prima, se consideriamo il Footprints dell’amico Shorter, arrangiato da Blanchard, in maniera anche intrigante. Quasi tutti gli altri brani vengono dai primi anni ’70: Actual Proofe Buttefly da “Thrust” (1974), Hang Up Your Hang Ups da “ManChild” (1975), prima di finire con Chameleon dall’omonimo “Head Hunters” del 1973 (che era più o meno come quando Duke Ellington nel 1973, suonava e incideva It Don’t Mean a Thing o Mood Indigo di quarant’anni prima). Con un significato di tendenza quasi ovvio: non ho più tanta voglia di far fatica; va sempre bene dell’old wine, magari in new bottle. Se si tiene conto che nel 1975, mezzo secolo fa, nel live “Flood”, il repertorio di allora era quasi esattamente quello di questa estate, la teoria è proprio quella del vino vecchio. La bravura dell’ottantacinquenne Hancock è che oggi il sound è aggiornato, non solo nell’uso delle nuove macchine per far musica (quelle che tanto piacciono a uno dei suoi pupilli, Jacob Collier), ma anche e soprattutto grazie a una facilità di proporre e far arrivare quella musica che un tempo appariva novelty e oggi è inevitabilmente da museo. Chameleonin chiusura è uno di quei brani che già dal nome ci dice che, per lo meno su quella musica camaleontica, ognuno la può pensare come meglio crede: è avant-rock o febbre del sabato di una notte a Marciac? Dal tendone, in marcia ordinata verso i parcheggi nei campi, la fiumana esce contenta; l’unica luce è nel giallo dei girasoli.

Riccardo Brazzale
(29 luglio 2025)

La locandina

PianoforteSullivan Fortner
ContrabbassoJohn Clayton
BatteriaJeff Hamilton
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Pianoforte, tastiereHerbie Hancock
TrombaTerence Blanchard
Contrabbasso, bassoJames Genus
Chitarra, voceLionel Loueke
BatteriaJaylen Petinaud

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